03 marzo 2020 15:12

Il 2 marzo Ghassan Salamé ha gettato la spugna con un semplice tweet scritto in arabo. Con poche parole, l’inviato speciale delle Nazioni Unite in Libia ha spiegato che la sua salute non gli permette di “affrontare lo stress” a cui lo sottopone il ruolo particolare che ricopre da oltre due anni.

Ma la verità è che le dimissioni del sesto rappresentante dell’Onu in Libia in meno di dieci anni hanno il sapore di un fallimento. Prima di tutto per la comunità internazionale, che in Libia non riesce a far rispettare le proprie decisioni. Un rappresentante dell’Onu ha il potere che gli viene conferito dagli stati appartenenti all’organizzazione, e quando questi stati non rispettano gli impegni presi, un uomo, da solo, non può nulla.

In secondo luogo siamo davanti al fallimento dei tentativi di trovare una soluzione diplomatica al conflitto libico, cosa che ancora sembrava possibile un anno fa, prima dello scoppio di una terza guerra civile alimentata dalle ambizioni delle potenze esterne.

Il colpo di grazia
Due avvenimenti hanno contribuito alle dimissioni di Salamé: innanzitutto la conferenza organizzata il 19 gennaio a Berlino con la presenza di Vladimir Putin, Recep Tayyip Erdoğan, Emmanuel Macron e Mike Pompeo. In quell’occasione i partecipanti si erano impegnati a rispettare l’embargo sulla consegna di armi ai belligeranti, ma appena l’inchiostro si è seccato l’appoggio militare è ripreso come se niente fosse.

Il colpo di grazia è arrivato la settimana scorsa a Ginevra, con il fallimento di una riunione per il “dialogo politico” organizzata da Salamé. I delegati dei due fronti che si combattono in Libia non si sono nemmeno presentati nella città svizzera, mortificando e sfiduciando l’emissario dell’Onu.

Qualche giorno fa Salamé ha rilasciato dichiarazioni amare (che con le sue dimissioni acquistano maggiore significato) attaccando i partecipanti della conferenza di Berlino. “Ho ricevuto il sostegno necessario dopo Berlino? La mia risposta è ‘no’. Ho bisogno di un supporto di gran lunga maggiore”. A chi si rivolgeva Salamé? A tutti gli attori coinvolti. Oggi i due schieramenti del conflitto libico hanno ciascuno i suoi protettori.

Il governo di Tripoli, guidato dal primo ministro Fayez al Sarraj, è sostenuto principalmente dalla Turchia e dal Qatar, che riversano armi e combattenti nella capitale libica. Il generale Khalifa Haftar, che controlla la zona orientale del paese, può invece contare sull’appoggio della Russia (che ha inviato i suoi mercenari), dell’Egitto e degli Emirati Arabi Uniti (che partecipano ai combattimenti con droni e aerei). Fatto per nulla indifferente, dalla parte di Haftar è schierata anche la Francia, nonostante le smentite. Il ruolo occulto di Parigi non ha certo facilitato il lavoro di Salamé.

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Il gesto del rappresentante dell’Onu non porterà grandi cambiamenti in questo ennesimo conflitto alle porte dell’Europa, ma getta luce su un mondo in cui le Nazioni Unite hanno sostanzialmente perso il loro ruolo. Di sicuro il successore del diplomatico libanese non potrà molto davanti agli egoismi nazionali che in Libia ripropongono il gioco infinito dei rapporti di forza tra potenze.

(Traduzione di Andrea Sparacino)