Un combattente fedele al governo di accordo nazionale a Tripoli, Libia, il 24 agosto 2019. (Amru Salahuddien, Picture-alliance/Dpa/Ap/Lapresse)

Perché Haftar non ha firmato l’accordo sulla tregua in Libia

Un combattente fedele al governo di accordo nazionale a Tripoli, Libia, il 24 agosto 2019. (Amru Salahuddien, Picture-alliance/Dpa/Ap/Lapresse)
16 gennaio 2020 13:58

La decisione del generale Khalifa Haftar, l’uomo forte dell’est della Libia, di non firmare l’accordo per il cessate il fuoco durante i colloqui di pace di Mosca non ha sorpreso nessuno. L’accordo, che invece era stato accettato dal suo rivale, il presidente del governo di accordo nazionale (Gna) di Tripoli, Fayez al Sarraj, prevedeva “una cessazione illimitata delle ostilità” in Libia, la “normalizzazione della vita quotidiana a Tripoli e in altre città” e la distribuzione “sicura” degli aiuti umanitari alla popolazione civile.

Le milizie fedeli al Gna e le truppe dell’autoproclamato Esercito nazionale libico (Enl) che sostengono Haftar hanno accettato una pausa temporanea dei combattimenti, che è stata di fatto prolungata fino alla conferenza di Berlino che si terrà il 19 gennaio. Tuttavia l’obiettivo dei colloqui di pace voluti da Mosca e da Ankara non è stato raggiunto, perché Haftar ha lasciato la Russia senza firmare.

Dopo che Haftar ha ripetuto per dieci mesi di essere in grado di conquistare Tripoli, firmare una tregua sarebbe stata una sconfitta per lui. “Si è parlato molto dell’intesa tra Russia e Turchia, ma non dimentichiamo che Haftar non dipende solo dalla Russia”, spiega l’analista dell’European university institute Virginie Collombier. “Mosca gli ha dato un importante sostegno militare, tuttavia la maggior parte dei bombardamenti a opera del suo schieramento sono stati fatti grazie agli Emirati Arabi Uniti e ai loro droni. Era evidente che Emirati ed Egitto non erano d’accordo sul firmare la tregua”.

La Russia sta facendo pressioni su Haftar per spingerlo ad accettare un accordo, per esempio ritirando i mercenari dalla prima linea. Ma gli Emirati continuano a sostenerlo e, soprattutto, lo stesso generale sembra poco intenzionato a firmare la tregua. “La Russia non si è mai fidata al 100 per cento di Haftar, la scelta di sostenerlo è stata una decisione di realpolitik. Al Cremlino non sono mai stati sicuri che fosse capace a tutti gli effetti di realizzare gli obiettivi che gli erano stati affidati. Semplicemente hanno pensato che in questa fase non ci fossero alternative. Quello che è successo durante i colloqui di Mosca potrebbe convincere la Russia a cambiare strategia”, spiega Collombier.

La vera sorpresa per gli analisti è stata vedere che russi e turchi fossero in grado di garantire una tregua. In effetti c’è stata una riduzione delle violenze e i bombardamenti si sono fermati a partire dal 12 gennaio. “Haftar non è disposto a trattare, ha fatto sempre fallire tutti i tentativi di cessate il fuoco e ogni processo di pace”, continua l’esperta. “Dal 2014 ha focalizzato il discorso sulla sua capacità di combattere contro gli estremisti a Bengasi e a Derna. Ora è difficile per lui accettare di consegnare le armi. Per ottenere un cessate il fuoco efficace bisogna mettere Haftar nella condizione di non perdere la faccia”.

Questa sarà la sfida della conferenza di pace di Berlino del 19 gennaio, voluta dai governi europei sotto l’egida delle Nazioni Unite, in cui si dovrà provare a non trascurare alcuni elementi. Uno su tutti è la centralità delle milizie nel conflitto, da tenere in considerazione in qualsiasi accordo di pace.

“Prima che Haftar decidesse di non firmare, una milizia a lui vicina ha pubblicato un comunicato in cui condannava l’idea di un cessate il fuoco. L’errore della conferenza di pace di Palermo e di quelle di Parigi è stato non tenere conto del fatto che non ci troviamo davanti a due contendenti, ma a due schieramenti molto compositi. Haftar e Al Sarraj possono avere un’enorme difficoltà a tenere le loro truppe, né l’uno né l’altro sono considerati i legittimi rappresentanti dall’integralità del loro schieramento”.

Questo è vero soprattutto per quanto riguarda Al Sarraj e il governo di Tripoli. Quindi bisogna ripensare al modo con cui si svolgeranno i negoziati, perché nessuno dei due leader gode di una completa autonomia rispetto alle milizie, c’è una diversità di interessi che si muovono dietro ogni schieramento. “Far firmare un accordo ad Al Sarraj e Haftar in ogni caso non basterà a garantire la pace”, afferma Collombier.

Senza i libici
In questo scenario complesso i governi europei e le Nazioni Unite hanno perso credibilità: a Tripoli nelle scorse settimane ci sono state manifestazioni contro l’Onu, e in questo senso la conferenza di pace di Berlino non si svolge sotto i migliori auspici. “Dopo aver detto per anni che il governo di accordo nazionale di Tripoli era quello internazionalmente riconosciuto, non c’è stata nessuna reazione ad aprile del 2019 quando Haftar ha cominciato a bombardare la capitale libica”, spiega la ricercatrice. “L’inviato dell’Onu Ghassam Salamé dipende dal Consiglio di sicurezza dell’Onu, che è molto diviso e non ha una posizione univoca. Questo ha creato una continua indecisione che ha portato a una perdita di credibilità. Salamé non è stato appoggiato dagli stati che avrebbero dovuto sostenerlo”.

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Nemmeno l’Unione europea è stata capace di parlare con un’unica voce sulla situazione libica: da una parte, i governi non hanno capacità di intervenire sul terreno, ma non esiste neppure una visione comune. “L’enorme prudenza mostrata dall’Europa è stata percepita come una debolezza”, continua Collombier. In questo senso le mosse dell’Italia delle ultime settimane sono emblematiche: Roma ha sempre appoggiato il governo di Tripoli, ma da qualche tempo ha aperto un canale di comunicazione con il fronte orientale e con Haftar, perché teme di rimanere isolata. “Il risultato è stato che non si sono guadagnati la fiducia di Haftar, ma hanno perso quella dei partner dell’ovest della Libia”, continua Collombier. Questa sarebbe per l’esperta una dimostrazione dell’inefficacia degli interventi europei in Libia.

Nella conferenza di Berlino la sfida sarà di rimettere la politica al centro. “Di certo gli stati europei avranno dei problemi a riguadagnare la fiducia dei libici”, assicura Collombier. “Ci sono delle questioni fondamentali del conflitto che risalgono alla rivoluzione del 2011, e che non possono essere risolte coinvolgendo soltanto gli attori internazionali, senza i diversi gruppi libici”. C’è il rischio che le potenze straniere spingano troppo in una direzione, per esempio a favore di Haftar, senza testare l’appoggio dei gruppi armati e delle tribù libiche.

“La campagna militare di Haftar cominciata ad aprile per certi versi è un remake del conflitto scoppiato nel 2011, tra gruppi che hanno sostenuto la rivoluzione contro Gheddafi e gruppi di sostenitori dell’ex dittatore che sono stati sconfitti. Queste fratture e divisioni stanno riemergendo. Qualsiasi processo di pace non può prescindere da questo”, spiega la ricercatrice. Ad aprile le milizie dell’ovest si erano ricompattate per difendere Tripoli da Haftar, ma le differenze e le tensioni tra i gruppi sono destinate a riemergere quando si firmerà una tregua. “Sul campo le milizie che potrebbero riservare le sorprese più grosse sono le brigate salafite, gli islamisti, che dopo aver cambiato schieramento a Sirte potrebbero fare lo stesso a Tripoli. La lealtà al governo di accordo nazionale di queste brigate è un punto interrogativo, finora sono state molto pragmatiche e si sono sempre schierate con i vincitori, cercando di privilegiare la vicinanza al potere”, conclude Collombier.

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