Sergej Lavrov, ministro degli esteri russo, stringe la mano al generale Khalifa Haftar (a sinistra) a Mosca, il 13 gennaio 2020. (Ministero degli esteri russo/Ap/Lapresse)

I limiti del tentativo russo e turco di spegnere il conflitto in Libia

Sergej Lavrov, ministro degli esteri russo, stringe la mano al generale Khalifa Haftar (a sinistra) a Mosca, il 13 gennaio 2020. (Ministero degli esteri russo/Ap/Lapresse)
14 gennaio 2020 11:37

Sono pompieri piuttosto buffi quelli che cercano di spegnere l’incendio che minaccia di devastare la Libia. Il 13 gennaio, a Mosca, il presidente russo Vladimir Putin e il suo collega turco Recep Tayyip Erdoğan hanno riunito i due protagonisti della guerra civile libica: il primo ministro di Tripoli Faiez al Sarraj e il suo rivale di Bengasi, il maresciallo Khalifa Haftar. Erdoğan e Putin hanno provato a promuovere un cessate il fuoco, con un successo parziale visto che Haftar è ripartito senza firmare l’accordo.

Parlo di pompieri bizzarri perché Erdoğan e Putin sono allo stesso tempo piromani. Certo, non sono gli unici a gettare benzina sul fuoco libico (divampato prima del loro intervento), ma restano pur sempre piromani, impegnati con armi e uomini su entrambi i fronti della linea di frattura.

Non è la prima volta che i due capi di stato, che condividono il culto “dell’uomo forte”, trovano un’intesa su un conflitto in cui non sostengono lo stesso schieramento. Erdoğan e Putin hanno rodato il loro rapporto in Siria, paese che in materia di ingerenze estere ha battuto tutti i record della nostra epoca, creando un pericoloso precedente per la Libia.

I due “padrini”
La Russia ha scelto il campo di Haftar, un altro “uomo forte”. Il maresciallo ha ricevuto armi ma anche uomini, ufficialmente mercenari e dipendenti dell’azienda privata russa Wagner. Evidentemente a Putin non dispiacerebbe essere decisivo per il futuro della Libia, dopo esserlo stato in Siria.

Dal canto suo, la Turchia ha appena ufficializzato il suo impegno a favore di Al Sarraj, riconosciuto dalla comunità internazionale ma in posizione di debolezza. Ankara ha già trasferito a Tripoli armi e miliziani islamici siriani, in vista di un intervento diretto. In Libia Erdoğan si libera della tutela occidentale e torna su territori che in passato hanno fatto parte dell’impero ottomano.

Quella che chiamiamo solitamente comunità internazionale, nel frattempo, appare impotente

Questi due “padrini” saranno in grado di riportare la pace? In realtà rischiano piuttosto di prolungare la guerra, con tutte le conseguenze del caso per i civili, i migranti bloccati in Libia e i paesi vicini come Tunisia, Algeria e Sahel. Quella che chiamiamo solitamente comunità internazionale, nel frattempo, appare impotente. A fine dicembre Ghassan Salamé, rappresentante speciale delle Nazioni Unite per la Libia, ammetteva sulle pagine di Le Monde di essere “deluso e ferito” dal fatto che dopo nove mesi di combattimenti a Tripoli non era stato possibile ottenere un appello del consiglio di sicurezza per un cessate il fuoco.

Credibilità in discussione
Salamé, inoltre, sottolineava con amarezza che alcuni paesi, dopo aver votato l’embargo sulla consegna di armi alla Libia, avevano violato le proprie risoluzioni, e riconosceva che la credibilità dell’Onu è ormai in discussione.

L’emergere della Russia e della Turchia come attori di guerra e al contempo mediatori di pace mostra che i tempi sono cambiati. Gli Stati Uniti proseguono la loro ritirata, mentre gli europei hanno chiaramente perso il treno anche se stanno cercando di recuperare con l’organizzazione di un negoziato per il 19 gennaio a Berlino.

La Libia è l’immagine del mondo futuro, senza né regole del gioco né arbitro.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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