Il luogo e il giorno sono carichi di significato: il 14 aprile Benjamin Netanyahu ha preso la parola davanti al memoriale di Yad Vashem, a Gerusalemme, nella giornata dedicata alla memoria della shoah in Israele. Il suo discorso, molto politico, ha preso di mira principalmente l’Europa.
Il primo ministro israeliano, impegnato su più fronti simultaneamente e ricercato dalla giustizia internazionale per i crimini di guerra commessi a Gaza, non ha misurato le parole. “L’Europa, che ha dimenticato molte cose dai tempi dell’olocausto, deve imparare molto da noi, a cominciare dalla distinzione tra bene e male, che davanti alle avversità ci obbliga a fare la guerra per il bene, per la vita”.
“Dopo la seconda guerra mondiale l’Europa aveva giurato di difendere il bene”, ha proseguito Netanyahu, “ma oggi è corrosa da una profonda debolezza morale. Per questo sta perdendo il controllo della sua identità, dei suoi valori e del suo impegno a proteggere la civilizzazione dalla barbarie”.
Pronunciate nel giorno della memoria della shoah nel calendario ebraico, queste parole ricordano il discorso traumatico tenuto dal vicepresidente statunitense JD Vance a Monaco, l’anno scorso. Le dichiarazioni di Netanyahu evidenziano la frattura tra Israele e l’Europa, oggi paradossalmente più ampia che ai tempi della guerra di Gaza.
L’origine di questa spaccatura è duplice. Da un lato è legata al momento e al fatto che Netanyahu e la sua coalizione di estrema destra rientrano chiaramente nel campo dei nazional-populisti, di cui fanno parte anche il presidente degli Stati Uniti Donald Trump e il movimento Maga (make America great again), e il primo ministro ungherese Viktor Orbán, appena sconfitto alle elezioni. Durante la campagna elettorale ungherese, Netanyahu aveva sostenuto Orbán, suo principale alleato in Europa.
La seconda ragione della crisi è più profonda e dipende dal rifiuto dei metodi adottati da Israele a Gaza e dalle violenze commesse dai coloni in Cisgiordania. Questo rifiuto è molto forte tra le popolazioni europee, più di quanto non lo sia tra i governi.
Più lontani che mai
La lista degli motivi di tensione tra Israele e l’Europa è lunga, dal riconoscimento dello stato palestinese fatto da Spagna e Francia al dibattito sull’accordo di associazione tra Europa e Israele, che molti vorrebbero vedere sospeso, fino alla decisione presa dall’Italia governata da Giorgia Meloni di non confermare un accordo di difesa con Tel Aviv. Il vecchio continente, dopo aver chiuso a lungo gli occhi, si sta allontanando da Israele.
Una conseguenza è che gli europei contano sempre meno in Medio Oriente. La Francia, protettrice del Libano, è del tutto impotente davanti alla sua discesa all’inferno. Parigi è stata esclusa persino dal negoziato che si è aperto il 14 aprile tra Israele e il Libano sotto la supervisione degli Stati Uniti.
Gli attacchi di Netanyahu si accodano a quelli di Trump, che non perde occasione per esprimere la sua collera nei confronti degli europei dopo il loro rifiuto di intervenire nello stretto di Hormuz. Il 14 aprile Trump ha attaccato Meloni sulla stampa italiana, dicendosi “sconvolto” e deluso dalla sua “mancanza di coraggio”, mentre fino a poco tempo fa la presidente del consiglio italiana era la partner europea preferita della Casa Bianca.
Evidentemente in questa crisi c’è una specificità israeliana, in ragione del peso della storia, della paura di un ritorno dell’antisemitismo e dell’origine europea di una parte degli israeliani. Ma non possiamo ignorare la contrapposizione ideologica globale in cui si inscrive Netanyahu in questo mondo polarizzato.
(Traduzione di Andrea Sparacino)
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