22 agosto 2020 10:02

Fino a oggi alcuni di noi – non solo i vecchi sinistrorsi – si sono aggrappati disperatamente alla speranza che i paesi in qualche misura più legati al socialismo stessero contenendo meglio l’epidemia: non solo paesi dove il Partito comunista mantiene il potere come la Cina (anche se la Taiwan non comunista sta facendo meglio della Cina continentale), Vietnam o Cuba, ma anche paesi con una radicata tradizione socialdemocratica come quelli scandinavi. Ma anche questo edificio comincia a mostrare alcune crepe. La storia che si ripete all’infinito è quella di un paese che si è preparato bene all’epidemia, ma nel quale, proprio quando sembrava che il virus fosse contenuto, i contagi tornano a salire.

Il caso più lampante di una simile ossessione per l’idea di porto sicuro era la Nuova Zelanda: perfino io, un vecchio marxista cinico e disilluso, ho seguito ogni giorno le statistiche delle infezioni nella speranza che non ci fossero nuovi casi in Nuova Zelanda. Tuttavia, l’11 agosto il paese ha registrato quattro nuovi casi di covid-19 dopo 102 giorni senza contagi. La lezione è chiara: la Nuova Zelanda delle nostre fantasie, il porto sicuro libero dal covid, non esiste. In altre parole: auguro tutto il meglio alla Nuova Zelanda, uno dei miei paesi preferiti, e sostengo pienamente tutte le misure del suo governo per contenere il virus. Nel lungo periodo, tuttavia, è sempre più chiaro che solo un approccio globale potrà funzionare.

Ma voglio concentrarmi su un altro punto. La reazione predominante all’aumento dei nuovi casi, proprio quando la situazione sembrava sotto controllo, non è il panico bensì l’accettazione dell’epidemia: anche se il numero delle persone colpite e morte aumenta, molti paesi stanno tornando a una falsa apparenza di normalità. L’Organizzazione mondiale della sanità ha avvertito dei rischi di “fatica da risposta” legati alla pressione socioeconomica sui paesi, ma questa strana fatica è accompagnata da proteste e da altre forme di violenza sociale.

Titolo e sottotitolo di un recente articolo apparso su The Guardian dicono tutto: “Previsto aumento delle proteste globali, il covid-19 agita il malcontento. Nuove analisi rivelano che lo shock economico della pandemia, insieme all’insoddisfazione esistente, rendono ‘inevitabili’ diffuse rivolte popolari”. La Croce rossa avverte inoltre del rischio di enormi flussi di migrazioni a causa della pandemia, un altro possibile motivo di agitazione sociale.

Reggae e nazismo
Tuttavia, queste pressioni non sono solo socioeconomiche: alcuni segnali fanno pensare che, semplicemente, un po’ alla volta, ci stiamo rassegnando al virus. Il 1 agosto circa ventimila persone – tra cui libertari e attivisti no vax – hanno manifestato a Berlino contro le misure adottate dal governo tedesco per arginare il virus. Nella piazza si mescolavano vecchi hippy e populisti di destra: “reggae e Pegida”, come hanno scritto alcuni commentatori (Pegida è un partito tedesco d’estrema destra, populista e contrario all’immigrazione). Molti hanno ignorato le linee guida sulle mascherine e il distanziamento sociale, accusando il governo di “rubare la nostra libertà”. Hanno esposto cartelli scritti a mano con slogan come “corona, falso allarme”, “ci obbligano a indossare una museruola”, “difesa naturale sì, vaccinazione no”, “la seconda ondata siamo noi”. Un altro slogan sosteneva che l’unica, vera teoria del complotto è quella di chi crede alla pandemia di covid-19. Una delle persone che hanno preso la parola ha citato Il piccolo principe di Antoine de Saint-Exupéry: “Si vede chiaramente solo col cuore”.

In questo caso la parola “cuore” indica l’ideologia al suo massimo grado, quella che incarna le posizioni profondamente radicate e quasi “istintive” nei confronti della nostra vita quotidiana. Ritroviamo qui il vecchio divario tra la scienza e la nostra esperienza di tutti i giorni, ma tale divario viene oggi portato agli estremi.

Verrebbe da credere – in tempi come i nostri, in cui il virus ci minaccia tutti – che la posizione dominante dovrebbe essere il desiderio di sapere, di comprendere pienamente come funziona il virus per riuscire a controllarlo e a fermarne la diffusione. Invece ciò che osserviamo sempre più spesso è una variante della volontà di non saperne troppo, perché questa conoscenza potrebbe limitare il nostro stile di vita quotidiano.

In questo ritroviamo qualcosa che per lungo tempo ha fatto parte della tradizione della chiesa cattolica. Con l’avvento della moderna scienza, la chiesa ha insistito sul fatto che fosse meglio per noi non sapere alcune cose. Troviamo un’eco di questa posizione anche in Kant, il grande fautore dell’illuminismo, il quale scrisse (nella prefazione alla seconda edizione di Critica della ragion pura) che aveva dovuto “abolire il sapere per fare spazio al credere”: solo il credere può salvare la libertà e la nostra autonomia morale.

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Le scienze cognitive contemporanee hanno fatto emergere lo stesso dilemma: se la scienza impone la conclusione che non esiste libero arbitrio, che ne è della nostra autonomia morale? Perfino Jürgen Habermas segue questa linea di pensiero: dal momento che i risultati della scienza pongono una minaccia alla nostra idea prevalente di autonomia e libertà, è necessario limitare la scienza. Il prezzo che paghiamo, per questa soluzione, è la separazione feticistica tra scienza ed etica: “So benissimo cosa sostiene la scienza ma, ciononostante, decido di agire come se non lo sapessi”.

C’è qualcosa di straordinariamente ironico nel fatto che Habermas, il filosofo contemporaneo dell’illuminismo, abbia scritto un libro con il cardinale Joseph Ratzinger (prima che quest’ultimo diventasse papa Benedetto XVI) sulla dialettica della secolarizzazione e nel quale, nonostante le loro divergenze, entrambi abbracciano l’idea che ci troviamo in un’era “post-secolare,” nella quale diventa evidente che le affermazioni della scienza dovrebbero essere limitate per non porre una minaccia alla dignità e alla libertà umane.

Chi ignora la reale portata dell’epidemia agisce in maniera analoga: poiché un sapere dettagliato sulla pandemia potrebbe portare a misure che minacciano la nostra idea di libertà e dignità, è meglio agire come se non stesse succedendo niente di serio. Lasciamo che gli scienziati cerchino il vaccino, ma per il resto dovrebbero lasciarci liberi di vivere le nostre vite come facevamo prima.

È questa la scelta che dobbiamo fare tutti: vogliamo soccombere a questa tentazione del desiderio d’ignorare oppure siamo pronti a continuare ad agire in maniera innaturale e a pensare davvero all’epidemia di covid-19 non solo come a una questione sanitaria ma anche come a qualcosa di radicato nella complessa totalità di cui fanno parte il nostro ruolo (in quanto umanità) nella natura e le nostre relazioni sociali e ideologiche?

(Traduzione di Federico Ferrone)