La politica delle emozioni

19 ottobre 2013 14:17

Tutto ci saremmo aspettati, dal governo delle basse intese, meno che un’ondata di emozioni fuori controllo. Pensavamo che un certo modo di fare politica, attingendo alla pancia e alle viscere del popolo, non fosse congeniale a un individuo decaffeinato come Enrico Letta. Ci eravamo abituati a un parlamento capace solo di fare melina, di rimandare ad libitum, di non affrontare oggi quel che potresti non-affrontare domani. Eppure, nelle ultime due settimane, abbiamo assistito a lutti, cordogli, lacrime di coccodrillo, decreti legge e decisioni affrettate: tutto, pur di succhiare - come in un romanzo di vampiri - l’adrenalina in circolo nel sangue del paese.

Il primo atto della tragedia, sono state le dichiarazioni del premier dopo l’ennesima strage di uomini e donne al largo di Lampedusa. “Costoro sono cittadini italiani”, ha detto Letta di quelle centinaia di morti. Nel frattempo i superstiti venivano dichiarati colpevoli di essere sopravvissuti, di condurre un’esistenza abusiva, una vita fuorilegge. La procura li ha iscritti nel registro degli indagati per il reato di immigrazione clandestina. “Un atto dovuto”, ci hanno tenuto a precisare. L’ordine è stato eseguito.

Non contento, Letta ha promesso “funerali di stato” per le vittime della strage. Una doppia ipocrisia, con l’aggravante dei buoni sentimenti. Come se la Sade avesse sponsorizzato le bare per i morti del Vajont. Pochi giorni dopo si è saputo che le salme avevano già raggiunto, senza alcuna cerimonia, i cimiteri di Piana di Gatta, Scicli, Caltanissetta. Ora ci informano che il 21 ottobre ci sarà una commemorazione ufficiale ad Agrigento. Come se le celebrazioni per i cinquant’anni del Vajont si fossero tenute a Verona.

La ministra Kyenge sostiene che questo rito “fa cadere un tabù”, ma in realtà rischia di essere proprio il contrario: la foglia di fico che copre le nostre vergogne.

Perché tanta retorica sulla sepoltura di questi cadaveri, dopo che migliaia di senzanome li hanno preceduti nelle stesse acque e migliaia li seguiranno, se non la si smetterà di trattare l’immigrazione come un problema di sicurezza? Abolire la Bossi-Fini è senz’altro necessario, però quella legge è lì da undici anni e non ci si può lavare la coscienza con una raccolta di firme online: è dai tempi della legge Martelli (1990), passando per la Turco-Napolitano (1998), che l’Italia legifera sulla pelle dei profughi e dei lavoratori stranieri. Chiedere la cancellazione della Bossi-Fini per poi blaterare di “Mare Nostrum” è, letteralmente, un gioco al massacro.

E veniamo così al secondo atto della tragedia. “Mare Nostrum”, la missione “umanitaria-militare” del governo italiano, che fin dal nome puzza di fascio littorio, di storia romana usata per giustificare il colonialismo e l’aggressione, come ai tempi della guerra di Libia del 1911. Non a caso, sono proprio le ex colonie dell’Italia liberale – Eritrea, Libia e Somalia – le nazioni più coinvolte negli sbarchi di Lampedusa. Ma invece di riflettere su questi legami, i due quotidiani più letti d’Italia, già il giorno dopo il varo delle operazioni, pubblicavano a reti unificate un reportage embedded dalla fregata Espero. Due articoli fotocopia per pubblicizzare il volto umano dei pattugliamenti nel Mediterraneo: ricordi di bimbi salvati dal naufragio, cronaca diretta di abbordaggi gentili, melassa a fiumi, e non una parola su tutte le incongruenze della missione. Non è chiaro se i rifugiati potranno far valere i loro diritti a bordo delle navi. Non è chiaro se i fermati in acque internazionali verranno respinti verso la Libia – un paese che ha dimostrato di trattare i migranti anche peggio dell’Italia. Non è chiaro se il governo abbia rinnovato le convenzioni per avere medici a bordo della flotta: scadute nel dicembre 2011, l’esecutivo Monti non le ha rinnovate, trasformando il salvataggio in un’omissione di soccorso. Non è chiaro quali siano le regole di ingaggio, in questa sorveglianza delle frontiere d’acqua, col rischio di ripetere “errori di manovra” come quello che portò all’affondamento della Kater i Rades e alla morte di 108 persone nel canale di Otranto. L’unica certezza è che l’Italia ha rinnovato gli accordi con il “governo libico” per fornire mezzi tecnici, attrezzature e formazione al principale cane da guardia della Fortezza Europa. La stessa Europa che, tra plausi e giubilo, si aggiudicò lo scorso anno il premio Nobel per la pace.

Terzo atto della tragedia, il sonno della ragione innescato dalla morte di Erich Priebke. Di nuovo la politica delle emozioni - che poi all’osso si riducono sempre a una: la paura. Paura dell’altro, ma anche paura dei propri sensi di colpa, della propria debolezza.

Emozioni e razionalità non sono per forza nemiche. Di fronte a un leone, provare paura e darsela a gambe è un comportamento del tutto ragionevole. Se la sepoltura di un vecchio criminale di guerra si trasforma in un’adunata nazista, è sacrosanto manifestare il proprio dissenso, scendere in strada, mettersi di traverso ai vivi e alle loro imprese. Invece il governo, di nuovo in imbarazzo per via di un funerale, incapace di decidere come tumulare Priebke, per compensare i propri tentennamenti, ha tentato di accelerare l’approvazione del decreto legge sul negazionismo. Già sei anni fa, di fronte a una proposta simile del guardasigilli Mastella, storici del calibro di Carlo Ginzburg, David Bidussa e Paul Ginsborg avevano firmato un documento dove si sosteneva la necessità di opporsi con la cultura e la ricerca, ma non con le leggi, a chi vorrebbe negare la realtà dei campi di sterminio nazisti. Censurare i libri che negano l’Olocausto rischia di trasformare piccoli uomini e storici fasulli in eroi della libertà di parola, ammantando certe posizioni di un fascino trasgressivo che altrimenti non avrebbero. Oltretutto, il decreto legge in discussione al senato, non fa riferimento esplicito alla Shoah: sarà perseguibile chi nega o minimizza genocidi e crimini contro l’umanità. Quindi, per fare un esempio, se Indro Montanelli negasse oggi l’uso di iprite e gas da parte dell’esercito fascista in Etiopia, potrebbe commettere un reato penale? Quali saranno le “verità di stato” dalle quali non si potrà dissentire? Quali le cifre ufficiali? Quali gli scostamenti ammessi? Rischierà la galera chi sostiene che gli infoibati furono meno di diecimila? E chi innalza monumenti a criminali del calibro di Rodolfo Graziani, verrà punito per apologia di fascismo? Per negazionismo? Oppure continuerà a fare il sindaco, dimostrando che certe leggi si scrivono per non applicarle?

A tutto questo ci ha portato la politica delle emozioni. A una tragedia recitata male, che della tragedia non conserva nemmeno l’aspetto terapeutico. Niente catarsi, Italia. Niente purificazione. Perché lacrime e leggi di questi giorni confusi non servono a prendere atto delle proprie paure, per provare a superarle. Sono solo toppe per nasconderle alla vista e per fingere di essere rimasti umani.

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