05 marzo 2021 16:24

La visita di papa Francesco in Iraq (dal 5 all’8 marzo) è storica, ma rischiosa. Storica perché è la prima volta che un papa visita il paese. Rischiosa, in particolare per quattro motivi.

In primis, un pericolo è rappresentato dalla diffusione dell’epidemia di covid-19 in un paese con un servizio sanitario carente. Il 5 marzo il ministero della sanità iracheno ha registrato 5.043 nuovi casi giornalieri di infezione, mentre la campagna vaccinale non è neppure cominciata.

Altro motivo di preoccupazione sono le forti tensioni tra l’Iran e gli Stati Uniti, con le loro ripercussioni sull’Iraq. Nel corso del secondo giorno della sua visita papa Francesco terrà un delicato incontro con il grande ayatollah Ali al Sistani nella città santa di Najaf. Agli occhi degli iraniani più suscettibili questo potrebbe sembrare come un riconoscimento di Najaf come riferimento religioso degli sciiti di tutto il mondo (e non della città iraniana di Qom e della guida suprema iraniana Ali Khamenei). Finora non ci sono stati commenti ufficiali di Teheran, ma milizie irachene fedeli agli Hezbollah iraniani hanno denunciato la visita dichiarando: “Attenzione alle macchinazioni che si nascondono dietro la facciata del dialogo interreligioso”, e l’hanno definita un “ulteriore passo verso la normalizzazione con Israele”. Appena quattro giorni prima della visita era stata attaccata la base militare di Balad, in rappresaglia contro il bombardamento statunitense delle postazioni filo-iraniane in Siria, al confine con l’Iraq. Nell’attacco un contractor statunitense è stato ucciso e molti altri sono rimasti feriti.

La scorsa settimana inoltre il gruppo Stato islamico ha ripreso le sue attività militari in molte città irachene, compresa Baghdad, prima tappa del viaggio del papa.

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Infine un’altra tappa delicata nella visita del pontefice sarà il governatorato di Dhi Qar, dove è prevista una visita al sito archeologico di Ur, considerato la patria di Abramo, padre delle tre grandi religioni monoteiste. La città di Dhi Qar è il fulcro delle proteste cominciate nell’ottobre del 2019. Negli scontri tra manifestanti e forze di sicurezza sette persone sono state uccise e oltre quaranta ferite. Per accogliere il papa con un messaggio di pace, in un paese teatro di aspre divisioni, i manifestanti hanno deciso di sospendere le proteste. Un giorno prima dell’arrivo del pontefice i manifestanti protagonisti della “rivolta di Tishrin” hanno diffuso una dichiarazione in cinque punti in cui chiedono a papa Francesco di aiutarli a fermare le uccisioni e garantire la correttezza delle prossime elezioni previste a ottobre 2021.

Alla luce di tutti questi pericoli il governo sta facendo del suo meglio per salvaguardare la visita del papa. Una forza militare speciale appartenente al corpo presidenziale è arrivata nel governatorato di Dhi Qar per assicurarne la protezione nel corso della tappa nell’antica città di Ur. Lo sforzo è garantire la sicurezza del viaggio del pontefice come messaggio di pace in un paese con una lunga storia di guerre e divisioni sanguinose.

(Traduzione di Francesco De Lellis)