Manuele Fior

Cent’anni a nordest. I mostri di oggi e la guera granda

Terza puntata di un racconto-inchiesta in tre parti

Sera tollerabilmente afosa del 6 settembre 2013. Passeggio per le vie di Bolzano insieme a Flavio, che mi fa da cicerone. Mi sta portando in piazza Tribunale, a vedere il fregio realizzato nel 1943 dallo scultore Giovanni Piffrader sul frontone di quella che allora era la casa del fascio e oggi è il palazzo degli uffici finanziari. Un bassorilievo largo trentasei metri, al cui centro si staglia Mussolini, proprio lui, in sella a un destriero, trionfante e tronfio. “Devi vederlo, dice molto di come siamo messi a Bolzano!”.

Come la “Venezia Giulia”, dopo la conquista del 1918 il Sud Tirolo subì l’italianizzazione forzata.

A Trieste, Gorizia e dintorni centomila persone ebbero l’albero genealogico deturpato dal folle italianizzatore di cognomi Aldo Pizzagalli, un funzionario che senza batter ciglio cambiava Kaldenbrunner in “Freddofonte”, Pirjevec in “Pierazzi”, Starc in “De Vecchi”, Kleinschuster (piccolo calzolaio) in “Sutorini” (dal latino sutor, calzolaio), e così via.

In Bozen und umgebung, invece, tutti ricordano l’inquietante zelo di Ettore Tolomei, italianizzatore di migliaia di toponimi della regione. Per mano sua, Feicht divenne “Pramolle”, Hafling “Avelengo”, Folmart “Valmorta”, Kühwiesenkopf “Pra della Vacca”, Sterzing “Vipiteno” eccetera. Usare i toponimi tedeschi divenne un reato. Anche il nome “Tirolo” e l’aggettivo “tirolese” furono messi fuori legge.

Naturalmente, non si trattava solo di toponomastica: i funzionari pubblici germanofoni furono licenziati, i giornali in lingua tedesca furono chiusi, i partiti e le associazioni della comunità (cioè della stragrande maggioranza della popolazione) furono sciolti. Sempre come in Venezia Giulia, il governo italiano non aspettò il fascismo per programmare l’immigrazione massiva dall’Italia di dipendenti statali, civili e militari. Stando al censimento austriaco del 1910, prima della grande guerra in Sud Tirolo vivevano settemila italofoni su una popolazione di 221mila. Nel 1921 erano già 20.300. Nel 1939, erano ormai più di 80mila.

Ecco il bassorilievo. Domina la piazza, che a quest’ora è deserta, e in effetti fa impressione: Benito Amilcare Mussolini, il petto gonfio di slogan pronti a erompere, saluta romanamente dalla sella del suo equino. Porta un mantello da supereroe, che sventola alle sue spalle. Nell’altra mano ha un rotolo di carta, che quando sei in viaggio può sempre servire. Sopra e intorno a lui fluttuano alla rinfusa le sigle del regime: Guf Pnf Gil Mvsn… Sotto i genitali del cavallo, ondeggia come mosso dal vento il motto Credere obbedire combattere. Da sinistra a destra, vari personaggi rappresentano vent’anni di epopea italiana e fascista, dalla riscossa di Vittorio Veneto alla seconda guerra mondiale, passando per la stagione dello squadrismo, la riconquista della Libia, la proclamazione dell’impero e la guerra di Spagna.

Il bello è che Piffrader terminò il fregio nel luglio del 1943, con Mussolini già caduto e prigioniero alle pendici del Gran Sasso. I pannelli centrali – proprio quelli con il duce a cavallo – dovevano ancora essere montati, ma non era più il caso. Dopo l’8 settembre, con Bolzano sotto l’amministrazione militare nazista, alle Ss non gliene poteva fregare di meno, così Benito Amilcare e il suo cavallo rimasero appoggiati nel cortile dell’ex casa del fascio fino al termine della guerra, e oltre. Per essere precisi, fino al 1957, quando furono messi al loro posto in occasione di una visita del presidente Gronchi. Si capisce, a tenere l’opera incompiuta c’era da vergognarsi, quel buco in mezzo “faceva brutto”. Il duce a cavallo, invece, faceva bello. Benvenuto a Bolzano, presidente! Poi dice la ‘epubblica nata dalla ‘esistenza.

Salto in avanti. È il 14 dicembre 2010, il governo Berlusconi-bis traballa, da giorni il premier traffica, manovra, cerca di salvarsi con ogni mezzo. A sorpresa, tra i deputati che lo tolgono dalle peste votando la fiducia ci sono Siegfried Brugger e Karl Zeller della Südtiroler Volkspartei.

Pare che, tra le promesse fatte da Berlusconi in cambio di quei voti, ci fosse la rimozione del fregio di Piffrader. La notizia arriva in città e subito si alzano le fiamme (tricolori), la destra italianissima s’ingrifa, Casapound indice un corteo nazionale, perché “Bolzano è italiana”, “la Storia non si tocca” e via concionando.

La querelle si inquadra nel dibattito sulla “musealizzazione” dei relitti fascisti presenti a Bolzano, come il monumento alla vittoria. E a dirla tutta, l’ipotesi di rimuovere il fregio è accolta con scetticismo anche da persone non certo sospettabili di fascismo o nazionalismo. Come il mio cicerone qui presente, Flavio Pintarelli. Che è un semiologo, ed è con gli strumenti della semiotica che affronta la questione.

“Se lo tolgono da lì e basta, lo trasformano in un fregio ‘maledetto’, un feticcio che i fascisti agiteranno sempre. Per bene che vada, la rimozione materiale incoraggerà quella storica: occhio non vede, cuore non duole, scordiamoci il passato. Io invece penso che il fregio vada spiegato, gli va messa intorno una nuova ‘cornice’, per cambiarlo di segno”.

“Cioè il messaggio dovrebbe diventare: ‘Guarda che roba si faceva all’epoca’?”.

“Sì, e anche ‘guarda per quanto tempo se lo sono tenuti sulla testa senza dire niente’. Il fregio da solo fa apologia del fascismo, ma un nuovo insieme, fregio più ‘cornice’, potrebbe creare una nuova opera, che denuncerebbe le continuità ideologiche e di apparato tra fascismo e democrazia”.

Infatti, prosegue Flavio, nel 2011 la provincia di Bolzano ha indetto un concorso. Il presidente Luis Durnwalder ha dichiarato: “Non vogliamo spostare o distruggere l’opera di Piffrader, ma vogliamo fare qualcosa per depotenziare una fonte di costante provocazione e tensione”. Così, ha chiesto ad architetti e artisti di varie discipline di inviare progetti per risemantizzare l’opera. Arnold Holzkecht e Michele Bernardi, per esempio, hanno suggerito di proiettarci sopra una frase di Hanna Arendt “Niemand hat das recht zu gehorchen / Nessuno ha il diritto di obbedire”. Ma il concorso è finito senza vincitori, nessun progetto ha convinto l’amministrazione, che poco tempo dopo ha annunciato una soluzione di compromesso che non è piaciuta a nessuno: il fregio coperto da una vetrata opaca. L’immaginazione al potere, proprio.

La discussione non si è fermata. L’inaugurazione di un percorso museale sotto il monumento alla vittoria dimostra che sui “relitti” della discordia si può intervenire con intelligenza. Comune e provincia hanno formato una commissione paritetica, e prima o poi anche il fregio di Piffrader sarà risemantizzato.

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Si fa presto a dire “nordest”.

Le tre regioni dell’Italia nordorientale cingono nei loro confini territori e paesaggi diversissimi: montagne e pianura, altopiani e lagune, entroterra e litorali, oltre a due diverse sponde dell’Adriatico. Sì, l’intera provincia di Trieste è già dall’altra parte. Molti italiani si stupiscono quando glielo fai notare. C’è chi capita a Trieste poi dice: “Ma come, il sole tramonta sul mare?”.

Ci sono zone “sviluppate” e zone “depresse”, zone affollate di turisti e altre semideserte, vere e proprie wasteland. Due regioni su tre sono a statuto speciale, la terza no (il Veneto) e se ne lamenta molto. Una delle regioni a statuto speciale è in realtà la giustapposizione di due province autonome: Trento e Bolzano.

Dal Po alla Carnia, da Venezia al lago di Garda, dal Brennero a Muggia risuonano parlate autoctone diverse: oltre all’italiano e a decine di versioni della lingua veneta, si parla il tedesco in diverse varianti, lo sloveno in tre o quattro forme, e lingue retoromanze come il ladino e il friulano.

I territori del nordest hanno storie preunitarie diverse. Alcuni furono parte della Serenissima, altri no e anzi temevano quell’esito: nel 1382 Trieste fece atto di dedizione agli Asburgo proprio per non finire sotto Venezia. E pure tra i territori della Serenissima c’erano enormi differenze: alcuni erano la Serenissima, ventricoli del suo cuore economico, culturale e politico; altri erano colonie interne, terre di sfruttamento e rapina.

Tutti questi territori, però, fecero parte dell’impero asburgico: alcuni per la bellezza di seicento anni, altri per soli cinquanta, dal 1815 al 1866, ma sufficienti a lasciare molti segni.

È suggestivo ripercorrere le tracce lasciate dalla dominazione austriaca nei dialetti veneti, spesso riferite all’economia e al rapporto tra popolo e potere: la parola veneta schei, soldi, deriva dalla prima sillaba del termine Scheidemünze (moneta divisionale), che era iscritto sui kreuzer, i centesimi del fiorino austroungarico. Probabile che la storpiatura abbia attecchito grazie all’assonanza con il veneto schea, scheggia, scaglia. Altra parola veneta per indicare il denaro è svanziche, che deriva dal numero Zwanzig sulle monete da venti kreuzer. In diversi dialetti nel nordest le tasse sono chiamate stéure o stéore, dal tedesco Steuer. Nella valle di Primiero, Trentino orientale, la parola pefél (dal tedesco Behfel: ordine, comando) indica una comunicazione sgradita, magari una reprimenda da parte dell’autorità: “I m’a scrit un pefél!”. Un tempo esisteva addirittura l’austriacano, slang del dialetto trentino usato in ambienti militari, zeppo di termini tedeschi.

Riprendo il filo della prima puntata: se vogliamo capire cos’abbiano in comune queste terre diverse tra loro e plurime al loro interno, e dunque cosa sia questo “nordest”, dobbiamo ripartire da qui, dalla presenza e dal progressivo ritrarsi dell’Austria, e dalla conseguente dimensione di confine che fece delle immaginarie “Tre Venezie” il teatro della grande guerra, e della loro unione la posta in gioco.

Non parleremmo di “nordest” senza la prima guerra mondiale. Il nordest è il prodotto di quella guerra, che operò una cesura irreversibile. Dopo, nulla è più stato come prima. Assurdo e futile ripescare identità precedenti – la Serenissima o l’impero – cercando di ritrapiantarle nell’oggi: sono essiccate, morte da tempo.

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Il nordest è figlio della guera granda in ogni suo aspetto, a cominciare dal paesaggio.

Il conflitto sconvolse i vecchi territori e li cambiò per sempre. Mai si era visto un tale disboscamento. Il legname serviva per fare ponti, passerelle, pali del telegrafo, trincee, baracche, calci di armi da fuoco… Nel 1918 il botanico veneto Lino Vaccari, approssimando per difetto, calcolò l’abbattimento di due milioni di metri cubi di alberi. Per le sole montagne del vicentino, l’Istituto nazionale di economia agraria parlò di 4.680 ettari di bosco andati perduti – l’equivalente di seimilaquattrocento campi da calcio – e oltre 5.700 “gravemente compromessi”.

A questi abbattimenti vanno aggiunte, naturalmente, le distruzioni del paesaggio e del territorio causate non solo dalle bombe e dagli incendi, ma anche dall’avanzare, accamparsi e ritirarsi di centinaia di migliaia di uomini.

In Trentino, le zone devastate furono chiamate “la zona nera”. L’espressione rendeva l’idea: nella terra ora “redenta”, la guerra aveva ridotto di quasi due terzi la superficie coltivata (da 527mila a 205mila ettari), ucciso quasi metà del bestiame (passato da 106mila a 54mila capi) e ridotto la produzione vitivinicola a un’ombra di se stessa (da 703mila a 174mila quintali di uva da vino).

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Dapprima la guerra creò un paesaggio nuovo ma contingente, paesaggio tecnologico fatto di fortificazioni, baraccamenti, trincee, camminamenti, teleferiche, funivie, condotte d’acqua, nuove vie e mulattiere. Sulle montagne, come ha fatto notare lo storico trentino Quinto Antonelli, la guerra cominciò a “urbanizzare e riempire uno spazio che per millenni era stato vuoto”.

Ma prima di riempirsi di infrastrutture belliche, le montagne del nordest si erano già riempite di significati simbolici e politici.

Con l’unità, l’Italia guarda a nord e per la prima volta “si accorge” di avere le Alpi. Poco dopo, nel 1863, nasce il Club alpino italiano (Cai), per iniziativa di Quintino Sella, uno dei politici più importanti del nuovo regno, più volte ministro delle finanze e futuro padre dell’odiatissima “tassa sul macinato”.

Gli scopi del nuovo sodalizio non sono solo sportivi, ricreativi, salutistici e scientifici, ma anche ideologici. L’arco alpino segna gran parte del confine di terra della patria. Oltre quelle vette ci sono, da levante a ponente, la Francia, la Svizzera e, soprattutto, l’arcinemica Austria.

La classe dirigente tardorisorgimentale e l’opinione pubblica “irredentista” considerano il confine con l’impero asburgico provvisorio. Anche dopo l’annessione del Veneto e del Friuli occidentale (1866), parti d’Italia rimangono “intrappolate” dall’altra parte, e bisogna liberarle. Il Cai diventa un focolaio di propaganda nazionalista e irredentista.

Propaganda fatta non solo di parole, ma di gesti: gli alpinisti italiani contendono alle cordate austriache il dominio delle vette lungo “l’infausto confine”. È una guerra di posizione.

Guerra di associazioni alpinistiche nazionali: il Cai e i trentini irredentisti della Sat (Società alpinistica tridentina) contro l’Öav (Österreichischen Alpenverein).

Guerra di bandiere: il tricolore d’Italia con lo stemma sabaudo contro il vessillo giallo e nero con l’aquila bicipite dell’impero.

Guerra di nomi, come quando la cima Tosa, nel gruppo del Brenta, è ribattezzata Kaiser Franz Joseph Spitze (punta Imperatore Franz Joseph).

Negli anni della triplice alleanza, le autorità cercano di smorzare i toni antiaustriaci, ma le sezioni del Cai pullulano di irredentisti e il “bordone” non cessa, anzi, con il nuovo secolo torna a farsi rumoroso. All’inizio degli anni dieci le sezioni del Cai più vicine alle terre “irredente” organizzano escursioni di massa “lungo l’ingiusta frontiera”, per far cogliere agli iscritti “la visione di un lembo di terra italica”. Nel settembre 1913 il Cai di Milano organizza una grande “gita popolare” in Cadore. Nel giugno 1914 è la volta del Cevedale, sulla cui vetta avviene un incontro con gli alpinisti della Sat, “fratelli irredenti” a cui stringere virilmente la mano prima che tornino, con un groppo in gola, sotto l’ala dell’aquila a due teste.

Queste spedizioni, scrive lo storico Alessandro Pastore nel suo Alpinismo e storia d’Italia (Il Mulino 2003), riescono a “coagulare un forte consenso in una larga parte dell’opinione pubblica e […] al tempo stesso [vengono] incoraggiate dall’autorità pubblica, tanto dalle forze militari di montagna quanto dai poteri dello stato”.

Le “forze militari di montagna” sono ovviamente gli alpini, un corpo nato nel 1872 e diverso dagli altri, coeso al suo interno perché a reclutamento territoriale: amici, parenti e compaesani si ritrovano nelle stesse compagnie, dove tutti parlano lo stesso dialetto o dialetti molto simili. Tra poco, questi uomini saranno protagonisti della guerra sull’altopiano d’Asiago, sull’Isonzo e sulle Dolomiti, dove combatteranno la “guerra bianca”, nella neve e sui ghiacciai. Bombardano Cortina – Hoilà! / Dicon che gettan fiori – Hoilà! / Tedeschi traditori, / è giunta l’ora, subito fora / subito fora dovete andar!

Intanto, i toni si fanno sempre più accesi. Per Guido Rey, uno dei più importanti alpinisti dell’epoca, sulle Alpi “una razza deve sopprimere l’altra”. La frase è in una lettera al banchiere Émile Gaillard del 12 marzo 1915. Mancano più di due mesi all’entrata in guerra, ma dall’alto delle cime si vedono le nubi scure sull’Europa, dove i fulmini cadono già da otto mesi.

Dal 1918 gli alpini diverranno – e lo sono ancora oggi – figure centrali e indiscusse del mito nazionalpatriottico, grazie alle loro canzoni, al loro spirito di corpo, al cappello con la penna che fa simpatia, al fascino della montagna che li circonfonde di un alone particolare: evocano bei panorami, “aria buona”, scarpinate. La vita dell’alpino / la xe ‘na vita santa. E i celebri raduni nazionali ne tengono viva la reputazione di giocondi sodali di sbornia: i magna, i beve, i canta, / pensieri no i ghe n’ha!

Come vedremo, quest’oleografia nasconde troppe cose.

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Dopo la grande guerra, nel nordest si costruisce un paesaggio nuovo, non più contingente ma inteso a durare. Non solo le ricostruzioni del patrimonio pubblico e privato fanno delle “Tre Venezie” un immenso cantiere, ma – cito lo storico dell’ambiente Marco Armiero – “la memoria organizzata della guerra modella il paesaggio spirituale degli osservatori, oltre al paesaggio geografico che si apre di fronte al loro sguardo”. Il territorio del nordest è “nazionalizzato”: il paesaggio deve muovere al pensiero della patria e a chi “si è sacrificato” in suo nome, dunque lo si copre di monumenti, sacrari, ossari, cimiteri, targhe, lapidi e nuovi toponimi.

Un ruolo importante lo giocano il Touring club italiano e, ancora una volta, il Cai. Dagli anni venti è tutto un fiorire di “gite patriottiche” sui luoghi della guerra. Guide del Touring club come Sui campi di battaglia: il Monte Grappa (1929) e Sui campi di battaglia del medio e basso Isonzo (1930) sono diffuse in centinaia di migliaia di copie. È l’alba del turismo di massa e sempre più persone entrano in contatto con il nordest – o meglio, con macchine mitologiche che proiettano precise immagini del nordest, accuratamente selezionate.

Oggi il cerchio si chiude: il centenario riporta in auge il turismo di guerra. Il Trentino punta a inserire i suoi forti austriaci tra i beni tutelati dall’Unesco, e intanto vende il tour “Centenario Grande guerra”, per singoli e scolaresche, con soggiorno da due a quattro giorni. Il Friuli Venezia Giulia patrocina escursioni guidate e “viaggi della memoria” come quello in pullman e treno dal sacrario di Redipuglia all’ossario di Caporetto/Kobarid, con tanto di figuranti in uniforme d’epoca. Rievocazioni in costume ne prevede anche il pacchetto della regione Veneto. Sarà messa in scena la seconda battaglia del monte Grappa, nientemeno. O forse la prima, dagli articoli che ho trovato non si capisce. Quel che importa è che un sacco di gente andrà sui monti per rivivere la guerra.

Chiedo alla storica Lisa Bregantin la sua opinione su tutto questo.

“Non sono contraria a prescindere”, mi risponde, “anche con il turismo si possono fare cose serie. Le ‘guide storiche’ spesso non sono male, le comprano anche gli storici per le informazioni sul campo, quelle più specifiche, per esempio sulla trincea delle Frasche. Il turismo potrebbe essere una risorsa, ma sono combattuta: da un lato, sono convinta che la storia non debba essere per pochi, non sopporto la spocchia degli storici che non si ‘mescolano’… D’altro canto, è brutto vedere l’ignoranza, è devastante. Perché queste cose deve farle gente che non ha le capacità? Vedo un profluvio di volontari dalle capacità e caratteristiche molto diverse. Alcuni sono molto bravi, altri vanno lì a raccontare cose, boh…”.

Nello scorrere siti, brochures e masterplan istituzionali, ho la medesima sensazione. Ci saranno iniziative degnissime, altre discutibili, altre ancora pure e semplici buffonate. Ci saranno anche spedizioni di propaganda nazionalista e fascista, come quelle strombazzate dall’associazione escursionistica La Muvra, legata a Casapound, giusto per rendere le montagne più tristi.

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Nel suo Tristi montagne. Guida ai malesseri alpini (Priuli & Verlucca 2009), il sociologo trentino Christian Arnoldi spiega che la modernizzazione della montagna – in Italia cominciata con la grande guerra – non si limita ad antropizzare e industrializzare quei territori, ma imprime alla loro colonizzazione “caratteri ambigui, paradossali”. La modernizzazione inventa la “vera montagna”, la “vecchia montagna di sempre”, narrazione stereotipata e nostalgica “a compensazione delle inquietudini moderne”. La montagna, dove vivere è sempre stato un’esperienza grama ed estrema, viene “addolcita” e trasformata in una riserva sempre disponibile di “originarietà” e “purezza”. È il “bel mondo di una volta”, a uso e consumo del ceto medio urbano.

Da quel momento, secondo Arnoldi, le Alpi di chi ci vive diventano “una realtà sofferente avvolta da un’aura paradisiaca, ne sono quasi ostaggio, sono prigioniere di una mistica del sublime, di una ideologia della purezza talmente radicata e consolidata da rimuovere e da nascondere gelosamente tutto ciò che non combacia con essa”. In parole povere, gli abitanti sono “costretti da un certo punto di vista a vergognarsi del loro stare male in un luogo considerato da tutti salubre, bello e puro”.

Su questo star male in paradiso, Arnoldi sciorina dati. Alcolismo, depressione, disturbi psichici, omicidi, suicidi. Nel 2001 in provincia di Belluno si sono suicidate 42 persone, pari a 19,9 morti su centomila, più del triplo del tasso nazionale di suicidi. Ed è un dato sottostimato, se pensiamo che quell’anno si sono contati pure 50 tentati suicidi. La situazione era di poco migliore (se così si può dire) in provincia di Bolzano, dove il dato era “solo” il doppio di quello nazionale. Nella provincia di Trento il fenomeno era un po’ meno frequente che a Bolzano, ma in alcune valli il dato era addirittura stratosferico. In val di Sole, nota per le sue località sciistiche, nel periodo 1994-2005 il tasso di suicidi sfiorava costantemente il quadruplo del dato nazionale.

Dopo aver letto il libro, ho cercato dati più recenti. Secondo l’Istituto superiore di sanità, nel biennio 2008-2009 la provincia autonoma di Bolzano era il territorio con il più alto tasso di suicidi, triplo rispetto a quello nazionale. Secondo l’Eures, nel 2012 Belluno era la seconda provincia con più suicidi.

Eppure queste sono terre di volontariato, cooperazione, attivismo sociale. Se restringiamo l’analisi a Trentino e Alto Adige, c’è un welfare che altrove te lo sogni, ci sono mezzi pubblici e risorse, c’è cultura diffusa, c’è una delle università più prestigiose. Come mai qui ci si ammazza più che altrove?

Spinto da questa e altre domande, Arnoldi conduce un’indagine a tutto campo su come si vive nelle zone alpine, soprattutto (ma non solo) in quelle che vivono di turismo. Ne esce un quadro di antinomie, di veri e propri ossimori. Si forma l’immagine di una socialità schizofrenica. Una delle condizioni che emergono è quella dell’intermittenza esistenziale: in “alta stagione” terre come il Trentino, l’Alto Adige, il Cadore e l’Ampezzano si affollano, si trasformano in grandi villaggi vacanze e in musei di tradizioni reinventate per venderle a chi anela “l’autentico”. Per quel breve periodo, tutto funziona per e intorno ai turisti…

… poi la bassa stagione riprecipita gli abitanti in un contesto di rarefazione sociale: paesini semideserti dove solitudine fa rima baciata con abitudine e la vita si fa banale, ripetitiva, fai “sempre le stesse cose”, che poi coincidono coi “fatti tuoi” e così alimenti un circolo vizioso, perché accumuli fatica preventiva nel cercare le relazioni. Questo porta a una iperterritorialità: perimetri il tuo spazio in modo rigido e puntiglioso, marchi il confine, pianti una staccionata immateriale tra la tua famiglia e le altre, tra te e le altre persone, e apri la porta solo in certe occasioni: la festa del patrono, la gara sportiva… Quasi tutti condividono quel non voler “disturbare”, e soprattutto quel non voler essere “disturbati”. A colpirmi è proprio lo straniante equilibrio tra l’associazionismo e quella riservatezza angusta, invalidante, che Arnoldi indica con il termine dialettale rispèt. È nel rispèt che ci si ingabbia…

finché non torna l’alta stagione. E a questo giro ci sarà una “tradizione” in più da vendere ai turisti, perché il supermarket della memoria avrà gli scaffali pieni di guera granda.

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Torniamo agli alpini e al loro mito, stavolta inserendo nel quadro la loro nemesi sudtirolese: gli schützen.

Nati nel sedicesimo secolo come milizia volontaria per la difesa del Tirolo, durante la grande guerra gli schützen si scontrarono più volte con gli alpini. Con la fine dell’impero, smisero di esistere come corpo paramilitare ma sopravvissero come sodalizio, finché il fascismo non li mise fuori legge. Riemersero dopo la seconda guerra mondiale. Oggi si presentano come associazione folkloristica per la tutela dell’identità e delle tradizioni tirolesi, tutela che sfocia con naturalezza nell’agitazione separatista. Gli schützen non hanno mai rinunciato a considerare l’Italia una potenza occupante. Sono antifascisti per motivi nazionali, non certo perché siano di sinistra. Detta come va detta, sono parte dell’“altra destra” di queste terre, quella tirolese e antitaliana. Della loro origine paramilitare conservano la divisione in compagnie e i gradi: non hanno un presidente ma un Landeskommandant. È un luogo comune che siano tutti germanofoni, in Trentino gli schützen sono prevalentemente italofoni. Sfilano in colorati costumi tradizionali e, come gli alpini, portano cappelli pennuti. Mentre gli alpini hanno penne di corvo (la truppa), di aquila (i sottufficiali e ufficiali inferiori) e di oca bianca (gli ufficiali superiori), gli schützen hanno penne di Lyrurux tetrix, ovvero il fagiano di monte, detto anche gallo forcello per via della coda biforcuta.

È il febbraio 2009 quando Paul Bacher, comandante del Südtiroler Schützenbund, scrive una lettera al presidente della repubblica d’Etiopia Girma Woldegiorgis e al primo ministro della repubblica d’Etiopia Meles Zenawi. Oggetto della missiva è un controverso monumento all’alpino eretto nella piazza centrale di Brunico/Bruneck, cittadina che la maggior parte degli italiani conosce solo perché ci va in ritiro la Roma.

Il monumento fu eretto per la prima volta nel 1938, per celebrare i caduti della 5ª divisione alpina Pusteria. Dice: embe’, che vuoi che sia un monumento ai caduti? Ma dipende caduti dove e quando, caduti facendo cosa. Quelli onorati dal monumento, per esempio, dov’erano caduti?

In Etiopia.

La divisione Pusteria, che prende il nome dalla valle circostante, si era appena distinta nella brutale guerra fascista del 1935-36. Guerra d’aggressione fortissimamente voluta dal duce e portata avanti con ogni mezzo, comprese armi chimiche vietate dalle convenzioni internazionali. In un magazzino eritreo erano addirittura pronte armi batteriologiche. Nel febbraio 1936 Mussolini ne consigliò l’impiego a Badoglio, il quale si oppose perché scatenando epidemie c’era il rischio morissero anche italiani. Il duce ne dovette convenire.

La divisione Pusteria era stata appositamente formata per combattere in Etiopia. Nella sua lettera Bacher scrive: “Il nome della valle sudtirolese Pustertal era stato italianizzato dai fascisti e trasformato in ‘Val Pusteria’, per dare alla valle una parvenza di italianità. Già soltanto il nome dato alla divisione aveva lo scopo di creare l’impressione, errata, che i sudtirolesi approvassero la turpe aggressione contro gli etiopi”. E aggiunge: “Molti sudtirolesi fuggirono in Austria superando montagne e ghiacciai, pur di sfuggire il servizio militare che li obbligava a combattere contro gli Etiopi”.

La statua eretta nel 1938, un alpino alto sei metri, fu distrutta dagli abitanti germanofoni dopo la caduta di Mussolini. Nel dopoguerra, l’Associazione nazionale alpini (Ana) ne eressa un’altra, alta quattro metri, che fu fatta saltare in aria nel 1966. Restaurata, fu di nuovo distrutta nel 1979. Oggi ne rimane solo il busto.

Il Landeskommandant degli schützen prosegue elencando i vari monumenti e nomi di vie che, non solo in Alto Adige ma in giro per l’Italia, continuano a celebrare la guerra d’Etiopia, e si rivolge alle autorità etiopi: “Aiutateci a chiedere all’attuale governo democratico italiano che questi offensivi relitti fascisti vengano finalmente eliminati”.

Da questa lettera nascerà un’iniziativa pubblica a cui parteciperà l’ambasciatore etiope Grum Abay. La vicenda farà discutere, in giro per il mondo appariranno articoli con titoli come “Austrians in Italy seek support for removal of fascist icons”. Ciononostante, il monumento all’alpino è ancora lì. È stato di nuovo danneggiato nel 2012, poi militanti del partito separatista Süd-Tiroler Freiheit gli hanno infilato un cappuccio nero da boia. La querelle pluridecennale è destinata a proseguire.

È davvero difficile portare avanti, fuori da ambiti specialistici, un discorso critico sulla storia degli alpini. Chi mostra la “faccia oscura” del corpo, nuota controcorrente in rapide di miele. Gli alpini non si toccano. Gli alpini fanno volontariato e protezione civile (innegabile). Gli alpini sono simpatici. Soprattutto, gli alpini sono gli eroi della grande guerra.

Quando lo storico Matteo Dominioni scrisse del ruolo di Gennaro Sora – uno dei grandi eroi della mitografia neropennuta – in una strage avvenuta a Zeret, in Etiopia, nel 1939, fu sommerso di minacce e improperi. Ancora più difficile è parlare dei crimini di guerra compiuti dagli alpini durante l’occupazione nazifascista della Jugoslavia.

E gli alpini repubblichini? Quella divisione Monterosa che fu protagonista della repressione antipartigiana in Garfagnana e sulle Alpi occidentali? Nel 2001 i suoi reduci furono ufficialmente riammessi ai raduni nazionali, e oggi sono ricordati al pari delle penne nere che fecero la resistenza (e furono tante), perché anche quanti scelsero Salò “hanno adempiuto il comune dovere verso la patria”.

Sì, se per patria s’intende uno stato-fantoccio piantato da Hitler nell’Italia settentrionale.

Potenza della “memoria condivisa”. E dei miti ancora vivi della guera granda.

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Nel febbraio 2015 l’Ana ha annunciato che il raduno del 2018 si farà a Trento, per festeggiare il centenario della vittoria. Non stupirà sapere che gli schützen e vari gruppi indipendentisti stanno protestando con veemenza. Di conseguenza, sui siti dei giornali italofoni trentini e altoatesini si leggono commenti molto aggressivi, alcuni di inequivocabile stampo fascista, come questi (gli errori di italofonia sono nell’originale):

Una grossa pernacchia ai relitti austroungarici dell’ heimatbund ! L’hanno preso in quel posto dai nostri Alpini e soldati d’Italia nel 1918…..lo prenderanno ancora e più profondamente in quel posto nella adunata (pacifica) a Trento ITALIANA nel 2018. Se non vi stà bene vivere in ITALIA…potete sempre varcare il Brennero e ritornare a casa vostra in Austria. Hic Patriae fines siste signa.

Già questa ‘Vittoria’ ce l’ha praticamente negata la storia insieme ai vari accordi internazionali successivi alla guerra per far si che l’Italia non ottenesse niente. Ci manca che un gruppetto male allevato di Crucchi di serie B si metta e negare quelle che sono le giuste celebrazioni di un evento storico. Imparassero la vera lingua di quella terra e le vere tradizioni e non rompessero i coglioni.

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Rispetto all’Alto Adige, in Trentino la questione dell’identità si rivela più spinosa.

In che senso? In Trentino non c’è una storica, nettissima prevalenza di italofoni?

Appunto.

In Alto Adige/Südtirol è facile: i germanofoni c’erano già prima, gli italofoni sono arrivati dopo il 1918. È molto raro trovare austronostalgici tra gli italiani di Bolzano: il vecchio impero è un mito che non li riguarda. Inoltre, germanofoni e italofoni vivono esistenze separate in luoghi diversi: gli italofoni – oggi il 26% della popolazione – sono quasi tutti a Bolzano e nelle cittadine di fondovalle. Più sali di quota, più senti parlare Südtirolerisch; continui a salire e trovi comuni abitati al 70 per cento e poi 80 per cento e poi 90 per cento e ancora oltre da germanofoni.

In Trentino, invece, l’austronostalgia è italofona e vive negli stessi luoghi del patriottismo italiano.

Certo, nessuno la chiama “austronostalgia”. L’espressione fashionable è “identità tirolese”. Perché questo “era, è e sarà Tirolo”. Il toponimo “Trentino” serve solo a dividerci dai fratelli che parlano tedesco, di qua e di là dal Brennero, e a tenere aperti i rubinetti per l’onlus Trentini nel mondo, pagata per spacciare italianità nelle comunità tirolesi emigrate!

Qui in Tirolo, leggo sul sito Austriaci d’Italia, “fino a poco più di un centinaio di anni fa[si] viveva in perfetta simbiosi, senza alcun motivo di rancore o risentimento reciproco”.

Come a Trieste, ogni tanto tocca infrangere le lenti rosa, e Antonelli non si fa pregare:

Una sbrigativa (e caricaturale) vulgata dipinge i ceti popolari trentini come degli orgogliosi tirolesi, fedeli in toto agli Asburgo. Ma non è così. La società trentina d’anteguerra è percorsa da fratture ideologiche, segnata da culture politiche contrapposte. Si pensi al partito socialista e a quello popolare, ricchi oltretutto al loro interno di posizioni diverse rispetto alla questione nazionale, che spesso si intrecciava con quella sociale. La larga emigrazione temporanea in Tirolo e nel Vorarlberg, per esempio, portava migliaia di trentini a sperimentare la condizione di minoranza, di sudditi mal tollerati e spesso disprezzati, oggetto di un radicato pregiudizio etnico.

Si diceva: anche qui, come in tutto il nordest, ci sono due destre.

La prima è quella italianissima, e certe sue componenti appaiono nervose. A Trento e provincia, da due anni a questa parte, pestaggi e raid di stampo neofascista – contro migranti, centri sociali, singoli antifascisti – sono diventati un problema serio.

(Sta succedendo anche a Bolzano: il 17 marzo scorso una squadra di incappucciati ha aggredito tre giovani attivisti di sinistra. Per l’episodio sono stati identificati e denunciati due frequentatori di Casapound).

La seconda destra è quella autonomista/indipendentista/austronostalgica. All’osso, si tratta di due nazionalismi che adottano retoriche speculari. Entrambi carburano a Identità, Onore, Eroi, Tradizione, Blut und Boden. “È un semplice meccanismo sostitutivo”, dice Antonelli. “I volontari trentini nell’esercito italiano sono sostituiti dai kaiserjäger, veri eroi popolari; all’Italia subentrano il Tirolo e l’Austria; al re Vittorio Emanuele III l’imperatore Francesco Giuseppe”.

E Putin, non dimentichiamoci di lui. Putin c’è sempre, cucinato in ogni salsa: difensore della tradizione, della famiglia eterosessuale, di un’idea di società ordinata dove ciascuno sa stare al proprio posto eccetera.

Questo mondo trova una sponda politica nel Partito autonomista trentino tirolese (Patt), che in alcune valli è un partito di massa e dal 2013 ha la presidenza della provincia autonoma di Trento.

A scanso di equivoci: il Patt non professa il separatismo. Come la Svp in Alto Adige, è un partito “centrista”, democristianoide. La sua funzione è adattare certe istanze alla politica mainstream, renderle “potabili”. Nel mentre, le sue associazioni culturali e i suoi intellettuali organici, come lo storico Lorenzo Baratter (che è anche capogruppo Patt in consiglio comunale e consiglio provinciale) portano avanti una battaglia per l’egemonia culturale in Trentino. Il fine è imporre la cornice narrativa della “identità tirolese”.

È a questo livello che si registra la collaborazione di una parte del mondo autonomista con gruppi e circoli chiaramente di estrema destra, come l’associazione fondamentalista cattolica La Torre, il cui logo è una croce celtica lievemente pastrocchiata. Sul sito dell’associazione si mescolano secessionismo tirolese, antigiudaismo, esternazioni del filosofo “anti-antifascista” Diego Fusaro e – indovinate – apologie di Putin. La Torre organizza iniziative insieme agli schützen e ai “recuperanti”, un gruppo molto vicino a Baratter, dedito alla commemorazione dei trentini che combatterono nell’esercito austriaco.
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Furono cinquantacinquemila i trentini arruolati nell’esercito austroungarico. Finirono in gran parte a scontrarsi con i russi sul fronte orientale, in Galizia e sui Carpazi, dove morirono a frotte, stessa sorte toccata a migliaia di italofoni triestini, goriziani, istriani e dalmati. Molti furono fatti prigionieri dei russi. Dal 1917 alcuni presero parte alla rivoluzione e alla guerra civile. Le tortuose vie del ritorno portarono qualcuno di loro fino in Cina. Come Franz Tunda, il protagonista del romanzo di Joseph Roth Fuga senza fine (Die Flucht Ohne Ende), rientrarono in un mondo cambiato per sempre, irriconoscibile. Erano partiti come soldati del Tirolo austriaco, tornavano come sudditi del Regno d’Italia. Sudditi ben poco apprezzati. “Austriacanti”. Traditori dell’italianità.

Tunda, refrattario ad adattarsi all’Austria e alla Germania postimperiali, non riesce a stare fermo. Si mette in cerca dell’ex fidanzata, che non vede dal 1914, e seguendone le tracce arriva a Parigi. Nella ville lumière, come attratto da un magnete, capita più volte sulla tomba del milite ignoto:

Talvolta a Tunda pareva di trovarsi lui stesso là sotto, gli pareva che fossimo tutti là sotto, noi che lasciammo una patria, cademmo, fummo sepolti o anche ritornammo, ma non più a casa nostra – perché non importa se siamo sepolti o ancora vivi. Siamo stranieri in questo mondo, veniamo dal regno delle ombre.

Ed è a quel regno che tornarono, quando riuscirono a farlo, i suoi commilitoni italiani. Chi aveva fatto la grande guerra “dalla parte sbagliata” subì una condanna alla damnatio memoriae. Come ricorda Rumiz, “dopo il ‘18 [furono] deliberatamente occultate le liste dei morti messe a disposizione da Vienna”. Fino a pochi decenni fa non si avevano numeri né nomi. Era un’armata invisibile. Erano I dimenticati della Grande guerra, titolo di un importante libro di Antonelli.

Per ricostruire quelle vicende, in Trentino si è lavorato molto. Oggi esiste una banca dati realizzata dalla provincia, sul sito trentinocultura.net si può fare la ricerca dei caduti per nome, cognome, luogo di nascita, luogo di morte, luogo di sepoltura. Sulla facciata del municipio di Trento, accanto alla lapide per i caduti irredentisti apposta durante il fascismo, ce n’è una per i caduti dell’impero austroungarico, inaugurata nel 2008.

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I trentini che espatriarono e si arruolarono nell’esercito del Regno d’Italia furono molti di meno, circa settecento. Durante e dopo la guerra divennero martiri ed eroi, celebrati in tutto il paese. In ogni città italiana c’è una via o una piazza intitolata al più famoso di loro, Cesare Battisti. Si può dire lo stesso per il più famoso dei “volontari giuliani”, l’istriano Nazario Sauro.

A Trieste, i volontari giuliani sono celebrati per ogni dove: Nazario Sauro, Scipio Slataper, Ruggero Timeus, Carlo e Giani Stuparich, Guido Brunner… Ma è importante precisare che non tutti i renitenti alla leva austroungarica trentini e giuliani erano irredentisti. Questo è un tema su cui sta lavorando Piero Purini, che mi racconta:

“Nel 1914, allo scoppio della guerra, qualche migliaio di richiamati triestini, goriziani e istriani (di diverse nazionalità, non solo italiani) scappa nell’Italia neutrale. Vero, alcuni scappano per non combattere per l’odiata Austria, ma altri sono anarchici o socialisti internazionalisti e antimilitaristi. Chiaramente, l’Italia tiene un registro di questi rifugiati, e quando Roma dichiara guerra a Vienna i renitenti austriaci sono costretti a indossare l’uniforme italiana. Quelli che non lo fanno finiscono in carcere militare, dove sconteranno pene spesso più lunghe della guerra stessa. A molti di questi, usciti di galera, viene impedito di rientrare nella Venezia Giulia”.

“Fammi un esemp…” e subito parte.

“Il nonno di un mio amico, istriano italiano di Isola, scappò nel ‘14 perché ‘mi no go niente contro i russi e i serbi’. Quando nel ‘15 vennero i militari italiani ad arruolarlo disse: ‘Son scampà per no spararghe a serbi e russi e desso voi me disé de spararghe al mio vizin de casa?’. Si fece cinque anni di galera in Sardegna. Ma per la vulgata patriottarda”, conclude, “i renitenti furono tutti italianissimi patrioti”.

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Di tutto questo, nel resto d’Italia si conosce pochissimo. Troppe storie non hanno posto nella vulgata e restano in gran parte rimosse, misconosciute. Quel poco che si racconta, per ignoranza o malafede, è sovente raccontato male. I “mediatori culturali” tra le culture del nordest e il resto d’Italia sono drammaticamente pochi, e non sempre gettano luce sulle contraddizioni giuste. E così, quando in queste terre si manifestano fenomeni “strani”, spiazzanti, il paese cade dalle nuvole.

Dobbiamo fare i conti con questi intrichi di identità, con le nostre memorie selettive, con matasse piene di nodi.

Quei nodi, nessuno può tagliarli a fil di spada. Vanno sciolti con pazienza, uno a uno, e il capo del filo è nelle borderland nordorientali. Il centenario della grande guerra, coi suoi quattro anni di ricorrenze, potrebbe essere una buona occasione.

Sapremo coglierla?

Non speriamoci troppo, ma intanto mettiamoci al lavoro. Sono parte di noi, siamo noi, questi tramonti a nordest.

Adesso è la verità
l’unica cosa che conta.
Dimmi se farai qualcosa,
se mi stai sentendo…
Avrai cura di tutto quello che ti ho dato?
Dimmi…

Siamo nella stessa lacrima.

Ecc.

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