Il carcere di Moria a Lesbo, il 5 marzo 2016.

A Lesbo i profughi sono prigionieri di un accordo ingiusto

Il carcere di Moria a Lesbo, il 5 marzo 2016.
18 maggio 2016 10:10

“Quando si attraversa questo Mediterraneo ci si può aspettare solo due cose: morire o finire in prigione”. Carlo Alberto Espinosa Gutiérrez è di Quito, in Ecuador, e ha provato ad attraversare due volte il tratto di mare che separa Ayvalık, in Turchia, dall’isola greca di Lesbo. La prima volta la sua imbarcazione è stata colta da un acquazzone in mezzo al mare e si è incagliata su uno scoglio.

Quarantacinque persone sono morte nell’incidente. Carlo Alberto, detto José, è sopravvissuto. Tempo di riprendersi e ci ha riprovato. Con l’aiuto di un amico. Questa volta è riuscito ad attraversare il Mediterraneo e ad arrivare sano e salvo a Lesbo, ma poi è finito nel carcere di Moria. Non perché abbia commesso un reato, ma perché nel frattempo l’Unione europea ha firmato un accordo con Ankara e ha deciso che tutti i migranti arrivati in Grecia dopo il 20 marzo devono essere rimandati in Turchia. Per questo devono essere chiusi in un carcere, un centro di detenzione, o hotspot, come lo chiama Bruxelles. Devono essere identificati per stabilire se la Turchia sia un posto sicuro dove deportarli.

Così tutti quelli che sono intercettati in mare dalla guardia costiera greca, o dai mezzi di Frontex e della Nato, sono portati a Lesbo o nelle altre isole vicine. Di solito sbarcano di notte nel porto commerciale e poi senza troppi cerimoniali vengono trasferiti a Moria: un carcere che sembra Guantanamo, nel cuore dell’isola, lontano dalla città, dagli sguardi dei turisti e dall’attenzione dei mezzi d’informazione.

Famiglie, bambini, uomini e donne sono rinchiusi in un campo circondato dal filo spinato nell’attesa che sia deciso se possano essere rimandati da dove sono venuti. Le recinzioni che circondano il campo sono alte e sono sovrastate da corone di filo spinato.

Profughi arrivati nel porto di Mitilene, in attesa di essere trasferiti nel carcere di Moria, il 22 marzo 2016.

A fine aprile, 3.500 persone sono rinchiuse nel campo da quasi un mese, come José. “È strano stare in carcere senza aver commesso un reato”, mi dice mentre parliamo. È sera e il profumo della liquirizia misto a quello del timo si alza dai campi e addolcisce l’aria. José è dietro le sbarre e io, come tanti, sono venuta a trovare i reclusi. C’è una strada che sale sulla collina tra gli ulivi e costeggia la recinzione fino alle spalle della prigione, lì si piazzano i camion degli ambulanti che vendono panini, sigarette e sim per i cellulari. Generatori accesi quasi ventiquattr’ore su ventiquattro, puzza di gasolio e patatine fritte come alle sagre di paese.

Una donna alla piastra scalda panini ripieni di pollo fritto e patatine, e un uomo prende i sacchetti con il cibo e li passa a quelli che aspettano dietro alla rete. Gli ambulanti con i loro camioncini circondano il carcere di Moria. Nei buchi e nelle intercapedini delle recinzioni passano pite, Coca-Cola, sigarette. Tutto pagato a peso d’oro dai profughi.

Basta un niente e nel carcere di Moria scoppiano le rivolte

“Siamo più di tremila e i pasti ci sono solo per duemila persone, così passiamo gran parte della giornata a fare la fila, aspettando di prendere la nostra razione di cibo”, racconta José, un cappello di lana calzato fin sopra agli occhi e un giubbotto arancione. “Ma poi, quando arriva il tuo turno, può succedere che il cibo sia finito o che sia poco. E allora ti prende la rabbia”.

Basta un niente e nel carcere di Moria scoppiano violenze. “Ieri un gruppo di ragazzini afgani, nella sezione dei minori, si è ribellata e ha dato fuoco agli stracci, alle lenzuola, ai cassonetti della spazzatura”. La polizia si è ritirata, li ha lasciati fare. Poi ha lanciato gas lacrimogeni per riprendere il controllo del centro di detenzione.

“Quando scoppia una rivolta non puoi fare altro che nasconderti”, dice José, ma ricorda che il carcere è pieno di bambini e che nel caos degli scontri sono i primi che possono andarci di mezzo. I ragazzi più giovani possono in qualche modo mettersi al riparo, ma i bambini, le famiglie possono rimanere coinvolti nelle violenze.


“Qui ci sono bambini che sono malati perché sono denutriti, le persone si stancano di questa situazione. Nessuno ci spiega niente”, dice José. “I primi a cui viene data attenzione sono i siriani, ma gli altri, quelli che non scappano da una guerra, sono esseri umani anche loro”.

José è l’unico cittadino dell’Ecuador rinchiuso nel carcere di Moria, faceva il traduttore in Turchia, ma poi si è stancato del razzismo dei turchi e ha deciso che era il momento di lasciare il paese. “La Turchia non è un paese sicuro, tutto il mondo lo sa che Erdoğan è un dittatore. E poi gli attentati, sono soprattutto contro i turisti. Io vivevo a Istanbul e negli ultimi tempi avevo paura, la Turchia è diventata pericolosa. Poteva capitare, mentre ti trovavi a piazza Taksim, di stare nel mezzo del caos all’improvviso. No, la Turchia non è un paese sicuro”.

José non è l’unico sudamericano a Moria, ci sono una decina di dominicani, arrivati in aereo in Turchia e poi via mare verso la Grecia. O si muore o si va in prigione quando si attraversa l’Egeo. E loro sono finiti in prigione. “Siamo andati a lavorare in Turchia, ma non ci aspettavamo di essere pagati così poco. E poi nel paese c’è un razzismo molto forte contro i neri, abbiamo deciso di provare a venire in Europa”, spiega una donna, parlando uno spagnolo dolce.

Mohamed Paseba ha sedici anni, è scappato da Freetown, in Sierra Leone, suo padre e sua madre sono stati uccisi e lui vuole vivere in un paese sicuro. “Non mi importa dove, m’importa solo vivere in un paese dove non rischio di morire”, dice anche lui da dietro le sbarre. Come gli altri è stato rinchiuso nel carcere di Moria al suo arrivo a Lesbo, anche se è un minorenne che viaggia da solo, un minore non accompagnato. Non ha mai parlato con un avvocato. Gli avvocati fanno fatica a entrare a Moria, molti denunciano che l’accesso gli è stato negato.

Polycarp è del Camerun e anche lui mi parla da dietro le sbarre. Siamo a fine aprile, il clima si è addolcito, ma i reclusi soffrono il freddo, dormono a terra nelle tende, e la notte sale l’umidità dal terreno. Poi di giorno sono costretti a stare sotto al sole per ore. Senza riparo. “Le condizioni qui non sono buone. Non mi aspettavo di trovare questo, soprattutto in un paese che dovrebbe rispettare i diritti umani. In cui l’uguaglianza dovrebbe essere garantita e invece è tutto il contrario. Sapevo che entrando illegalmente non mi avrebbero accolto con una stanza con l’aria condizionata e un buon letto, ma non capisco il perché di tutto questo”, dice Polycarp seduto sul muretto, all’ombra di uno dei pochi alberi del campo.

Una protesta dei profughi a Moria, il 26 aprile 2016.

Soprattutto tra i minori non accompagnati basta un nonnulla per far esplodere un conflitto. “Anche i bambini vivono reclusi e per loro è un’esperienza traumatica e incomprensibile. Sono aggressivi, sviluppano dei comportamenti aggressivi. Ieri una bambina si graffiava il volto senza motivo”, racconta un’operatrice che lavora con i minori all’interno del campo. “Ogni tanto, quando esco dal campo, scoppio a piangere, è insensato che vivano così”, racconta.

Delle 3.500 persone rinchiuse nel centro di detenzione di Moria, almeno 150 sono bambini oppure adolescenti che viaggiavano da soli. “Dovrebbero essere ospitati da campi per minori, ma non ci sono abbastanza posti disponibili in Grecia e così rimangono chiusi per settimane nei centri di detenzione”, spiega Eleni Velivasaki, un’avvocata che lavora per Pro Asyl e segue la situazione nel carcere di Moria.

All’inizio di maggio le autorità hanno permesso a quelli che erano rinchiusi da almeno 25 giorni di uscire dal campo (anche se non possono lasciare l’isola) in attesa di essere intervistati dai funzionari dell’Easo, l’agenzia europea per il diritto d’asilo che deve valutare chi può essere rimandato in Turchia. I rinchiusi nell’isola-prigione sono siriani, iracheni, afgani, pachistani, ma anche algerini, tibetani, camerunensi, congolesi. Le storie e le rotte che li hanno portati a Lesbo sono le più disparate. Per le autorità possono essere reclusi senza avere il diritto di parlare con dei legali e senza sapere che cosa li aspetta. Tutti temono di essere deportati. Sono sopravvissuti al mare, e ora temono la deportazione.

Un’emergenza legale

“La Grecia è diventata una grande prigione, dove sono rinchiuse 50mila persone come in un deposito. E le autorità non si stanno preoccupando della loro condizione di vulnerabilità, né della loro protezione”, spiega Eleni Velivasaki, che si sta occupando insieme ad altri tre colleghi di assistere i detenuti nel carcere di Moria e nelle altre isole greche.

“Siamo sopraffatti dal lavoro, siamo solo tre. E non riusciamo a seguire tutti, ad ascoltare tutti”, dice. La incontro insieme a una delegazione di tedeschi, un gruppo di protestanti di Magonza che vogliono aiutare i profughi e sono venuti a studiare la situazione per capire come indirizzare il loro intervento.

La delegazione è guidata da una pastora protestante, Christine, che ha portato con sé un avvocato, un giornalista, una dottoressa, un fundraiser e un operatore sociale in pensione. Incontriamo Eleni nell’hotel di Daphne Troumpounis, una delle volontarie locali che ha assistito i profughi fin dall’inizio della scorsa estate. Siamo nel salone dell’albergo e da qui vediamo il mare. È calmo, piatto, sembra uno specchio placido e all’orizzonte si vede l’ombra azzurina di un promontorio: è la Turchia. È lo stesso mare che più di 850mila profughi hanno attraversato nel 2015, e nel quale più di tremila sono morti mentre provavano a superare queste cinque miglia marittime che separano l’isola dalle coste turche. Oggi questo stretto è pattugliato da enormi navi da guerra, che impediscono ai profughi di arrivare.

“Come è possibile che una persona sia detenuta in Europa senza che ci sia il mandato di un giudice? E come è possibile essere incarcerati senza avere accesso a un legale?”, chiede l’avvocato tedesco. “Questo accordo politico tra Ankara e Bruxelles viola il diritto internazionale a molti livelli, distrugge lo stato di diritto, oltre che la vita di molte persone”, risponde Eleni serafica e poi continua a spiegare.

L’avvocata ha una trentina d’anni, ha studiato in Germania, è sicura di sé: “La Grecia ha riformato in fretta e furia la legge sull’asilo dal 1 aprile per rendere operativo l’accordo tra Ankara e Bruxelles. Ma le questioni critiche sono numerose. I detenuti di Moria sono reclusi sulla base di un atto amministrativo, non per mandato di un giudice”.

Profughi all’interno del carcere di Moria, il 15 aprile 2016.

Eleni ci spiega tutti i passaggi che hanno portato i migranti nel centro di detenzione, e cerca di chiarire i punti critici di queste pratiche tutt’altro che in linea con il diritto internazionale. Le persone che sono rinchiuse nel carcere sono arrivate in Grecia senza visto dopo il 20 marzo, e sono in attesa di essere intervistate dai funzionari dell’Easo, l’agenzia europea per l’asilo. Quasi tutti i tremila di Moria hanno chiesto l’asilo, alcuni – pochissimi – hanno fatto domanda per essere rimandati indietro volontariamente.

I funzionari europei devono stabilire caso per caso se il richiedente asilo può essere rimandato in Turchia senza correre rischi per la sua incolumità. “Il problema è che la Turchia non riconosce la convenzione di Ginevra sui rifugiati del 1951, quindi i greci, che invece aderiscono a Ginevra, non potrebbero respingere in Turchia i profughi in quanto non è un paese che garantisce una protezione”, spiega. “Per questo i funzionari europei non chiedono i motivi per cui la persona ha lasciato il proprio paese d’origine, ma s’informano sul perché non ha presentato una richiesta d’asilo in Turchia”.

I primi a essere intervistati sono i siriani, per loro la Turchia è considerata un paese sicuro, perché Ankara gli riconosce una forma di protezione. “I siriani rischiano più degli altri di essere deportati”.

“In che lingua avviene l’intervista?”, chiede l’avvocato tedesco. “In inglese. A volte viene fornito un interprete dall’arabo. Ma molti hanno denunciato di aver dovuto firmare fogli che non capivano e di non essere stati aiutati dagli interpreti”.

Le violazioni dei diritti umani registrate nei centri di detenzione sulle isole greche sono numerose e i casi potrebbero essere portati a Strasburgo, davanti alla Corte europea dei diritti umani. Gli avvocati hanno denunciato che gli è stato negato di seguire in primo grado i richiedenti asilo arrivati dopo il 20 marzo. Non avevano accesso a Moria se non conoscevano il nome del loro assistito.

“Ora stiamo seguendo i casi di quelli che hanno già ricevuto il diniego e hanno fatto appello per non essere deportati”, racconta Eleni. I primi due dinieghi registrati nel campo di Moria hanno causato due tentativi di suicidio. “Un ragazzo ha provato a impiccarsi a un albero e una ragazza di 16 anni si è presa dei medicinali per uccidersi dopo che aveva ricevuto il diniego. Solo per il timore di essere deportata in Turchia”, racconta Eleni.

Una donna cammina lungo la recinzione che circonda il carcere di Moria, il 3 aprile 2016.

“Hanno trasformato il campo di Moria in un hotspot, ma recintare il campo e farlo diventare una prigione è insensato. Siamo su un’isola e i profughi che non hanno i documenti non potrebbero in nessun modo lasciare Lesbo senza l’autorizzazione delle autorità”, dice Eleni. Chiudere i profughi nel carcere di Moria è un atto simbolico di comunicazione politica, secondo gli avvocati e gli attivisti.

“Serve come deterrente per i siriani che sono ancora in Turchia, serve a dissuaderli dal partire. Ma serve anche ai politici europei per parlare alle opinioni pubbliche dei loro paesi che chiedono di voltare le spalle ai profughi”, continua. “Ci sarebbero soluzioni semplici, ma non sono prese in considerazione. L’accordo con la Turchia sta creando disastri dal punto di vista umanitario, ma nessuno vuole rimetterlo in discussione”.

“Come vi possiamo aiutare? Possiamo venire con un gruppo di avvocati a portarvi aiuto?”, chiede l’avvocato tedesco. “Non è possibile esercitare in Grecia se non si è iscritti all’albo degli avvocati nel paese”, risponde Eleni. “E questa è la contraddizione del nostro continente, non abbiamo regole comuni, ma stipuliamo accordi che valgono per tutti e di cui tutti pagano le conseguenze”.

Alla fine Christine, la pastora, prende la parola e s’impegna a mandare una delegazione di avvocati per scrivere un rapporto sulla condizione dei diritti umani a Moria. “Nella Bibbia c’è scritto: non ci può essere pace senza giustizia. E tu con il tuo lavoro stai costruendo giustizia”, dice la religiosa, mentre tira fuori da una borsa una candela e la porge a Eleni. Sulla candela c’è scritto: “Siate il sale della Terra e la luce del mondo”. Non è nemmeno credente Eleni, ma si commuove lo stesso quando la bella signora bionda le si avvicina e l’abbraccia. Questa è l’Europa a cui vuole appartenere.

Le due donne si abbracciano e nella sala scoppia un applauso. Da quando è cominciata la cosiddetta crisi dei migranti in Grecia, sono venuti a Lesbo e nelle altre isole decine di volontari da tutto il mondo, mossi dalle più diverse ideologie e fedi religiose. “Il fatto che in Grecia il governo non avesse i mezzi per gestire la crisi ha fatto sì che i volontari avessero uno spazio di manovra molto ampio, più che in altri paesi”, spiega Daphne, che è rimasta silenziosa finora in fondo alla sala. “Abbiamo assistito a una specie di Babele e a volte è stato anche difficile, ma abbiamo fatto tutti un grande sforzo per capirci e coordinarci e portare un po’ di sollievo alle persone che sopravvivevano alla traversata. Ognuno ha fatto quello che poteva”.

Daphne è una donna sulla sessantina. Ieratica e spiritosa, parla un italiano fluente e scrive libri di cucina. Con suo marito Iannis gestisce un hotel davanti al mare. La scorsa estate con il suo maggiolino giallo ha accompagnato decine di profughi che sbarcavano nel nord dell’isola fino al porto di Mitilene. Mentre portava delle donne siriane al campo di Kara Tepe è stata arrestata. L’hanno accusata di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. “Un ragazzotto in divisa, che poteva essere mio figlio, mi ha messo le manette, mi accusava di essere una trafficante”, racconta. “Mi hanno portato in questura e mi hanno processata per direttissima. Mentre mi portavano al commissariato dicevo all’agente: ‘Ti rendi conto di quanti soldi stai facendo spendere inutilmente allo stato?’”.

Il nonno di Iannis non aveva niente quando è arrivato a Lesbo, nemmeno le scarpe

“Mi sono difesa dicendo che non avevo fatto niente altro rispetto a quello che mi hanno insegnato i miei genitori, e che io a mia volta ho insegnato ai miei figli”. Daphne è stata prosciolta, ma con la diffida a compiere gesti simili in futuro.

Mi guarda seria e mi dice: “Aiutare i profughi è un gesto politico, parliamoci chiaro. Non aiutiamo i profughi per sentirci bene o perché siamo buoni, aiutiamo i profughi perché crediamo che la società debba essere fondata sulla solidarietà e sull’uguaglianza”.

Mi indica una foto all’ingresso del salone, è una foto vecchia. L’hanno ingrandita e incorniciata. Mostra un uomo, senza scarpe, lo sguardo vivace, i baffi sottili, la giacca sgualcita. L’uomo abbraccia un compagno più minuto, anche lui senza scarpe. Malgrado siano piuttosto malconci i due sorridono.

“È il nonno di Iannis, è arrivato qui a Lesbo nel 1921, dopo la fine della guerra grecoturca. Era un greco d’Anatolia, viveva a Smirne, faceva il cuoco. Dopo la guerra, come migliaia di altri greci, è stato costretto a lasciare casa sua e a venire a Lesbo, mentre tutti i musulmani dell’isola sono passati dall’altra parte. Chi conosce la storia lo sa. Siamo un unico popolo, questo tratto di mare è stato la culla della civiltà greca nell’antichità e della cultura europea. Ci hanno divisi solo per interesse politico, ma i nostri antenati vivevano di qua e di là dello stretto”.

Il nonno di Iannis non aveva niente quando è arrivato a Lesbo, nemmeno le scarpe. Come i profughi siriani che sono arrivati la scorsa estate. I greci deportati dall’Asia Minore si sono rifatti una vita nelle isole greche, ma non è stato facile. “Erano colti, avevano studiato, conoscevano diverse lingue, ma non hanno mai smesso di vivere con il pensiero e con il ricordo nella loro Smirne. Abbiamo ingrandito la foto del nonno e l’abbiamo appesa per ricordarci sempre chi siamo e da dove veniamo. E ricordarlo ai nostri figli e a chi ci viene a trovare”.

Questa è la seconda puntata di una serie di reportage sui campi profughi e sui centri di detenzione in Grecia, dopo l’accordo con la Turchia e la chiusura della rotta dei Balcani. Qui la prima puntata: L’Europa tiene in ostaggio i profughi a Idomeni.

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