Il giardino di Casale de’ Merode, Roma, 2016.

Perché i rifugiati a Roma vivono nelle case occupate

Il giardino di Casale de’ Merode, Roma, 2016.
08 settembre 2017 09:55

“Mia sorella è stata svegliata dal frastuono dell’elicottero la mattina che hanno sgomberato il palazzo di piazza Indipendenza”, racconta Kasi Bogate, una donna etiope di 36 anni. Vive con il marito e i quattro figli in uno dei cento palazzi occupati di Roma, dove si stima che abbiano trovato alloggio circa novemila persone, tra cui tremila rifugiati.

Mseret Bogate – la sorella di Kasi – dormiva al primo piano del palazzo di piazza Indipendenza il 19 agosto, quando è arrivata la polizia. Ha messo nella borsa i pannolini per il figlio di sei mesi e ha lasciato la sua casa in fretta portandosi dietro pochissime cose. “Poi le hanno detto che poteva rientrare, ma qualche giorno dopo li hanno cacciati fuori di nuovo a manganellate”, racconta la rifugiata etiope che vive in Italia da sedici anni.

Da quel giorno Mseret ha trovato una sistemazione temporanea in un albergo occupato nella periferia orientale di Roma, ironicamente chiamato Quattro stelle hotel. “Non vuole parlare di quello che è successo, è sotto shock, ha perso la casa, ha perso tutte le sue cose, sequestrate”, racconta Kasi, che invece partecipa a una delle occupazioni storiche della capitale, quella di Casale de’ Merode a Tor Marancia.

Sergio doveva fare due lavori, uno di notte e uno di giorno, per riuscire a pagare l’affitto

Ai parenti che vivono ancora in Etiopia le sorelle non hanno raccontato che una delle due è stata sfrattata. “Le immagini dello sgombero e degli idranti le hanno viste anche i nostri genitori in Etiopia, ma non gli abbiamo detto che Mseret era lì. Ne sarebbero morti”, dice Kasi, mentre dalla libreria in fondo alla stanza estrae un pesante album fotografico con la copertina di plastica celeste, lo apre sul tavolino e comincia a sfogliarlo. Il marito, Sirage Abdela, l’ha conosciuto in Italia, a casa di amici. Tutti lo chiamano Sergio, anche lui è un rifugiato.

Dopo il matrimonio, Sergio e Kasi hanno vissuto per otto anni in un appartamento di cento metri quadrati sulla via Casilina, pagavano mille euro al mese di affitto. Sergio doveva fare due lavori, distribuiva giornali e faceva l’inserviente in una mensa, per riuscire a pagare l’affitto. Poi quando ha perso uno dei due lavori nel 2012, la famiglia è rimasta senza casa e si è rivolta agli sportelli legali dei Movimenti per il diritto all’abitare di Roma, una delle organizzazioni di lotta per la casa della capitale.

Vivere in una casa occupata
Kasi se lo ricorda ancora il giorno in cui con la sua famiglia è entrata nell’ex scuola occupata di Tor Marancia, dove vivono una settantina di famiglie dal 2008. “Eravamo contenti, ma quando abbiamo messo piede nell’appartamento ci siamo resi conto che c’erano un sacco di lavori da fare”, racconta.

Kasi e i suoi figli nella loro casa a Casale de’ Merode, Roma, 2015.

“Era pieno di macerie e calcinacci”, aggiunge Fuad, undici anni, il figlio più grande della coppia, mentre si appoggia alla parete di cartongesso dipinta di rosso. Gli amici gli hanno dato una mano a fare i lavori e l’ex aula scolastica è stata divisa in due stanze con una parete di cartongesso: da un lato il salotto e dall’altro la camera da letto soppalcata dove dorme tutta la famiglia: i genitori nella parte inferiore della stanza, i figli sul soppalco.

Per Sergio la cosa più complicata di vivere in occupazione è la preoccupazione di poter essere sgomberati da un momento all’altro e finire con tutta la famiglia di nuovo per strada. “È molto difficile anche quando i bambini vorrebbero portare degli amici a casa, gli diciamo che non è il caso, ci vergogniamo, la stanza è piccola e non vogliamo che vedano che viviamo così”, dice Sergio con un’espressione seria.

Nell’occupazione tutto ha dei ritmi collettivi: “Se si rompe qualcosa dobbiamo decidere insieme alle altre famiglie come ripararla e quanto spendere”, spiega Sergio. “Ad anni alterni per esempio dobbiamo riparare l’impianto di riscaldamento”, aggiunge Cristiano Armati, uno dei leader del movimento, che vive nell’occupazione di Tor Marancia, vicino a Sergio.

Ciclicamente ci accusano di gestire un racket, molti di noi hanno subìto processi

“Decidiamo tutto in assemblea e discutiamo per ore”, continua Armati. “Per sostenere queste riparazioni ci autotassiamo e versiamo dieci euro al mese nella cassa comune”, spiega Armati, che si difende dalle accuse spesso rivolte ai movimenti di lotta per la casa. “Ciclicamente ci accusano di gestire un racket, molti di noi hanno subìto processi, ma siamo stati sempre assolti. I processi parlano chiaro”. Per Armati, nelle occupazioni si combatte la delinquenza perché “il progetto politico è contrario all’arricchimento individuale”.

A Sergio non dispiace la dimensione comunitaria nelle occupazioni: “I figli crescono insieme, ci aiutiamo, andiamo d’accordo”. Ma non vede prospettive per il futuro della sua famiglia: lavora per una ditta di catering e guadagna 900 euro al mese, troppo pochi per permettersi un affitto o per sperare di comprarsi una casa. Sua moglie non lavora, mentre tutti e quattro i figli vanno a scuola nel quartiere. La famiglia è in lista d’attesa da dieci anni per l’assegnazione di una casa popolare, ma ha pochi punti in graduatoria e aspetta ormai senza troppa speranza.

“Potrebbero passare cinquant’anni prima che mi sia assegnata una casa”, dice Sergio. “Pago le tasse in Italia dal 2007, lavoro, ho i documenti in regola, ma tutto questo non basta”, aggiunge. “Meglio non pensare al futuro in questo momento”, conclude, mentre tre dei suoi figli giocano a rincorrersi nel lungo corridoio della ex scuola.

Il violento sgombero degli ottocento eritrei ed etiopi del palazzo di piazza Indipendenza di metà agosto, finendo sulle pagine dei giornali di tutto il mondo e lasciando senza un tetto decine di persone, ha riportato alla luce uno dei problemi storici di Roma: la crisi abitativa della città che risale alla fine dell’ottocento e la mancanza di politiche pubbliche in grado di risolverla in maniera strutturale.

“L’occupazione del Casale de’ Merode è avvenuta dodici anni fa e quasi tutti gli occupanti hanno fatto domanda per una casa popolare, ma in dodici anni abbiamo visto consegnare solo due appartamenti”, conferma Armati. Nell’ultimo anno a Roma, a fronte di 3.200 sfratti sono state assegnate solo duecento case popolari, secondo l’Unione degli inquilini.

Il palazzo sgomberato di piazza Indipendenza faceva parte di una lista – stilata dal commissario Francesco Paolo Tronca nel 2016 – che includeva sedici immobili occupati a rischio sgombero con quattrocento persone all’interno. In totale nella capitale si stima che ci siano un centinaio di occupazioni, 74 censite e una trentina non censite, nelle quali vivono sia italiani sia stranieri, quasi tutti in possesso di permesso di soggiorno o addirittura di protezione umanitaria. Secondo Carlotta Sami dell’Alto commissariato dell’Onu per i rifugiati (Unhcr), sarebbero tremila i rifugiati che vivono in queste strutture.

Cassette postali, Casale de’ Merode, Roma, 2015.

Nel marzo del 2016 la giunta regionale guidata da Nicola Zingaretti aveva valutato che sarebbero serviti 197 milioni di euro per risolvere la crisi abitativa a Roma e aveva deciso di destinare 764 alloggi dell’Azienda territoriale per l’edilizia residenziale (Ater) alle famiglie in lista d’attesa da molti anni. Il 15 per cento di questi alloggi doveva essere destinato alle famiglie che vivevano in edifici occupati.

A maggio del 2016 la regione ha stanziato 40 milioni di euro per la questione abitativa a Roma, ma il Campidoglio non ha ancora firmato la convenzione con la regione. Dopo lo sgombero di piazza Indipendenza, in un incontro con la sindaca Virginia Raggi il 1 settembre, il ministero dell’interno ha annunciato nuove linee guida per gli sgomberi, che per far fronte al disagio abitativo e velocizzare l’assegnazione di case popolari a chi ne ha diritto prevedono la riconversione di beni confiscati alle mafie, caserme e beni del demanio.

Ma molti analisti sono scettici sul fatto che questa opzione possa partire in tempi rapidi, infatti il cosiddetto decreto Sblocca Italia del 2014 già prevedeva che i comuni presentassero progetti di recupero degli immobili alle autorità competenti. Ma il comune di Roma non ha presentato neanche un progetto di recupero dal 2014.

Intanto all’interno delle occupazioni le condizioni di vita stanno peggiorando: negli stabili occupati di recente, dopo l’approvazione del cosiddetto decreto Lupi nel 2014, non è più possibile richiedere la residenza e questo aumenta le difficoltà quotidiane. “Non possono rinnovare i documenti d’identità, non possono chiedere l’allacciamento alle forniture di acqua, gas ed energia elettrica, non gli viene mandata la tessera elettorale. Non possono chiedere il medico di base o il pediatra. Sono come fantasmi”, dice Armati.

Senza un piano nazionale
Per i rifugiati la questione è ancora più delicata: anche se il diritto d’asilo è garantito dalla costituzione italiana, nel paese non esiste ancora un piano nazionale di integrazione delle persone che hanno ricevuto lo status di rifugiato. Come spiega Carlotta Sami, portavoce dell’Unhcr, c’è un sistema di accoglienza per i richiedenti asilo (il sistema Sprar), ma non ci sono misure che accompagnino i rifugiati verso l’autonomia, nel momento in cui hanno ottenuto i documenti. Per questo piano l’Italia potrebbe attingere ai fondi dell’Unione europea.

L’ingresso di Casale de’ Merode, Roma, 2015.

“I rifugiati si trovano spesso in una condizione di povertà e di marginalità, perché in Italia ancora oggi manca una progettualità di lungo periodo sull’integrazione di chi ha la protezione internazionale”, spiega Sami. Inoltre il piano nazionale per l’integrazione che avrebbe dovuto essere approvato dal ministero dell’interno ad aprile – dopo un lungo lavoro di due anni a cui aveva partecipato anche l’Unhcr – è ancora sospeso. “Una bozza di 120 pagine giace sul tavolo del ministro dell’interno”, dice Carlotta Sami. Prevedeva delle misure per facilitare l’accesso dei rifugiati all’affitto e accompagnare gradualmente la loro fuoriuscita dai centri di accoglienza, dopo l’ottenimento dei documenti.

“Abbiamo appreso dalla stampa che il ministero sta lavorando a una revisione di quel piano, ma non siamo stati coinvolti nelle modifiche”, aggiunge Sami, che conferma l’indiscrezione secondo cui nelle prossime settimane potrebbe essere approvata una versione rivista e ridotta del piano per l’integrazione. “I rifugiati che cercano una casa e un lavoro in Italia si scontrano con un mercato che li sfrutta e che spesso li discrimina, per cui per loro è molto difficile trovare un affitto regolare, anche se lavorano”. Per questo andrebbero sostenuti con dei progetti di inserimento e con misure che li aiutino a diventare autonomi.

A Roma in particolare la portavoce dell’Unhcr conferma che l’agenzia ha avviato un confronto con la sindaca Virginia Raggi dal luglio del 2017 sul tema dei rifugiati che vivono nelle occupazioni. “Per noi questo è uno dei problemi più gravi: vorremmo delle soluzioni che non siano temporanee, che non durino due settimane. Si devono individuare delle strutture abitative alternative che preservino i legami familiari e la continuità scolastica dei bambini”, afferma Sami. “Sgomberi come quelli di piazza Indipendenza producono come unico risultato quello di indebolire persone che sono già ai margini della società, e in questo caso italiani e rifugiati sono nella stessa condizione”, conclude.

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Da sapere

  • Il 1 settembre il ministro dell’interno Marco Minniti e il suo capo di gabinetto Mario Morcone hanno inviato una circolare sugli sgomberi ai prefetti, in cui si chiede di eseguire una ricognizione dei beni immobiliari inutilizzati delle città, sia pubblici sia privati, per evitare nuove occupazioni.
  • Nella circolare è scritto che bisogna intervenire tempestivamente attraverso “un’attenta vigilanza dei territori e degli immobili non utilizzati che prevenga qualsiasi fenomeno di illegalità” e, soprattutto, che gli interventi siano immediati “per evitare che si consolidino situazioni di fatto poi difficili da rimuovere”.
  • Il ministero istituisce inoltre “una cabina di regia” con la partecipazione dell’Anci, della Conferenza dei presidenti di regione e dell’Agenzia nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata. La cabina di regia avrà il compito di mappare i beni inutilizzati e proporre un piano per “l’effettivo utilizzo di questi beni a fini abitativi”.
  • Il piano ha ricevuto l’approvazione del presidente dell’Anci Antonio Decaro, secondo cui la ristrutturazione a uso abitativo dei beni confiscati alle mafie sarà finanziata con 73 milioni di euro (18 milioni di euro stanziati dall’agenzia per i beni sequestrati e 55 milioni del programma operativo nazionale del ministero dell’interno).

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