01 giugno 2020 16:47

Da qualche giorno è risultata negativa al tampone, dopo quasi tre mesi di malattia. La prima cosa che ha voluto fare è stata uscire di casa, prendere la macchina e andare a vedere uno dei giardini in costruzione a cui stava lavorando prima di ammalarsi. “Ho ancora una grande passione per il mio lavoro e mi è mancato, ma quando sono uscita mi girava la testa”. Rosanna Padrini è un’architetta di 67 anni, vive con suo marito e il suo gatto a Salò, in provincia di Brescia, e ha avvertito i primi sintomi del covid-19 il 7 marzo: una febbretta e un po’ di tosse.

Era sabato e stava a casa. Quando ha scoperto di avere la temperatura alterata, ha pensato di essersi raffreddata giocando a tennis il giorno precedente. Mai avrebbe immaginato che sarebbe stata ricoverata in ospedale insieme a suo marito per settimane, rischiando la vita, mentre l’Italia fronteggiava la più grave crisi sanitaria della sua storia recente, che finora ha registrato 233.019 persone contagiate e 33.415 morti. La febbre per giorni non ha superato i 38,5 gradi, scendeva con la Tachipirina e poi risaliva, non sembrava altro che un’influenza.

In quel momento tutto il paese entrava in lockdown. La provincia di Brescia e la Lombardia era tra gli epicentri mondiali dell’epidemia, per questo gli amici che la chiamavano hanno cominciato a preoccuparsi e a consigliarle di farsi il tampone. “Quello di cui non mi sono resa conto è che il respiro si faceva sempre più corto. Ero stanca, non riuscivo a respirare, ero sempre meno presente, ma non me ne accorgevo”, racconta. È stata una sua amica farmacista, chiamandola quotidianamente al telefono, ad accorgersi del decorso della malattia.

Italica Grondona, 102 anni, Genova, aprile 2020. “Non avrei mai immaginato di ritrovarmi così alla mia età. È stato come l’influenza spagnola alla fine della prima guerra mondiale. Ho preso anche quella ma non ho mai sentito così tanto dolore come stavolta”. (Sergio Ramazzotti, Parallelozero)

Il 13 marzo è arrivato il pronto intervento, ha controllato la saturazione del sangue che era a 93: i medici hanno ritenuto di non ricoverare Padrini. Ma dopo due giorni la situazione è precipitata: “Non riuscivo a mangiare, non riuscivo a muovermi, non avevo fiato, non avevo la forza di alzarmi dal letto”. La donna era talmente provata dalla malattia che non si rendeva conto del deterioramento delle sue condizioni di salute, anche il marito nel frattempo si era ammalato e i due figli della coppia erano entrambi all’estero, in Cile e in Germania. È stata l’amica che, sentendola al telefono assente e affaticata, ha chiamato l’ambulanza un’altra volta segnalando il caso.

“Quando è arrivato il pronto intervento a casa io non capivo perché fossero venuti, mi hanno controllato la saturazione del sangue e mi hanno trovato dei livelli bassissimi di ossigeno, così mi hanno subito portato all’ospedale di Gavardo, senza che potessi nemmeno prendere le mie cose”. Padrini non aveva realizzato la gravità della sua situazione, complice anche un deterioramento dell’ossigenazione del sangue.

“Ho capito che ero grave quando mi sono ritrovata in una stanza di ospedale, circondata da monitor, con altri cinque uomini intorno a me che si lamentavano e urlavano, e il personale medico vestito da astronauta”. In quello che lei chiama “l’inferno” è stata ricoverata per quindici giorni: “Intorno a me le persone si lamentavano, urlavano, non sopportavano il ventilatore e se lo strappavano, c’era chi aveva perso la testa e diventava aggressivo per il dolore, io sono rimasta sempre lucida. Vicino al mio letto uno dei primi giorni è morto un uomo. Piangevo in silenzio sotto il ventilatore, i dolori erano molto forti e per resistere ho pregato e ho fatto meditazione”, racconta.

L’elemento più scioccante era la perdita dell’identità, i lamenti degli altri, la confusione costante: “Stavo rischiando di morire, ma non me ne rendevo conto. Ero preoccupata in quel momento perché mi sembrava che stavo perdendo la mia dignità. Senza occhiali non vedevo quello che succedeva intorno a me, sentivo solo le voci degli altri, i lamenti, le urla. Mi vergognavo di essere nuda, di dipendere dagli infermieri per i bisogni più basilari”, continua la donna che il 1 aprile è stata trasferita in un’altra struttura per fare la riabilitazione e poi è tornata a casa, nonostante era ancora positiva al nuovo coronavirus.

Mancava tutto
“Ho rivisto mio marito sull’ambulanza che ci trasferiva in clinica dall’ospedale, aveva perso dieci chili, era irriconoscibile, è stato uno shock”. Ora che è tornata a casa le rimane molta rabbia, il desiderio di raccontare quello che ha vissuto e allo stesso tempo una grande confusione: “Le autorità non sono state chiare, non siamo stati informati sui pericoli. E poi negli ospedali mancava tutto, dai ventilatori ai calzari. Noi siamo stati fortunati, ce l’abbiamo fatta. Ma mi chiedo quanti si sarebbero potuti salvare”.

La donna è tornata a una strana normalità, da parecchi giorni è a casa anche se si lamenta del fatto che non ci sia nessun programma di monitoraggio sanitario dei pazienti guariti dal covid-19. “Riesco a fare le scale a fatica e i volontari mi devono ancora portare la spesa”. I medici le hanno detto che in seguito alla malattia potrebbe sviluppare il diabete, perché ha assunto molto cortisone. Le è rimasto addosso un senso di spossatezza e delle aritmie al cuore che dovrà tenere sotto controllo, delle ferite sulla lingua che le impediscono di mangiare normalmente e molta rabbia.

“Per fortuna non ho incubi e ho ricominciato a dormire bene, la cosa più bella di tornare a casa è stata potermi fare una doccia, prendermi cura di me, mettermi il profumo. Sono piccole cose che ti fanno sentire te stessa. In ospedale riuscivo a lavarmi solo a pezzi, non mi sentivo più io”, afferma. Gli italiani che hanno superato l’infezione da Sars-cov-2 sono 150mila e secondo i medici e gli esperti si dovrebbe cominciare a sviluppare dei programmi di assistenza e di monitoraggio dei guariti, perché alcuni aspetti della malattia sono ancora poco chiari e potrebbe avere delle conseguenze sul medio e lungo periodo.

Alcune strutture ospedaliere hanno messo a punto dei programmi di monitoraggio in particolare per tenere sotto controllo l’apparato respiratorio dei guariti. “Abbiamo assistito persone che avevano alle spalle un lungo decorso, non siamo ancora sicuri di quali saranno le conseguenze sui guariti. Ora stiamo organizzando, nell’ospedale da campo di Bergamo, una struttura per fare il follow up dei guariti”, spiega Gina Portella, anestesista, responsabile medico di Emergency nell’ospedale di Bergamo allestito proprio per l’emergenza. Nella comunità scientifica si è cercato di condividere più dati possibile, ma ancora sono molti gli aspetti che non conosciamo. Per esempio non sappiamo ancora perché in alcuni la malattia si manifesti in maniera più grave e in altri in maniera più lieve. Un’altra insicurezza è sull’immunità protettiva, cioè non sappiamo se chi ha sviluppato l’immunità è anche protetto da un nuovo contagio”.

Giorgio Seminati, 78 anni, Gorle, in provincia di Bergamo, aprile 2020. “Sono stato ricoverato per venti giorni, ho visto tre compagni di stanza morire. Nonostante tutto, le infermiere e gli infermieri erano straordinari. Soffrivano a lavorare in quelle tute da astronauta ma avevano la forza di chiamarmi con nomignoli teneri. Avevo paura di perdere la mia vita, i miei affetti, le uniche cose che danno un senso alla nostra esistenza”. (Sergio Ramazzotti, Parallelozero)

“I tempi di osservazione ristretti non permettono di avere dati certi, ma il danno polmonare determinato dalla malattia potrebbe non scomparire alla risoluzione della polmonite”, avverte Luca Richeldi, direttore del dipartimento di pneumologia del policlinico Gemelli di Roma e membro del comitato tecnico scientifico della protezione civile. “L’infezione polmonare da coronavirus può lasciare un’eredità cronica sulla funzionalità respiratoria. A un adulto, in media, potrebbero servire da sei a dodici mesi per un recupero funzionale, che non è detto però che sia sempre completo. La causa è da ricercare nella fibrosi polmonare, che può comportare l’irrigidimento del tessuto colpito dall’infezione, con la conseguente riduzione nella funzionalità degli scambi gassosi”. Una condizione che potrebbe richiedere il ricorso all’ossigenoterapia anche a domicilio.

Si tratta di incertezze con cui è faticoso convivere, dice Sergio Levrino, libero professionista di origine piemontese residente a Milano, che ha contratto il coronavirus senza manifestare sintomi. Levrino è finalmente tornato a casa dall’ospedale, dopo essere risultato negativo al tampone, ma si sente ancora addosso una stanchezza strana. È una delle conseguenze della malattia, insieme a quella che lui stesso definisce “sindrome post-traumatica da stress”: difficoltà a concentrarsi, insonnia, incubi ricorrenti e un timore profondo di ammalarsi di nuovo.

Levrino si è accorto di essersi infettato in una maniera molto particolare, infatti non presentava sintomi e non immaginava di essere entrato in contatto con il virus. Lo ha scoperto quando è andato al pronto soccorso dell’ospedale Humanitas di Rozzano, il 22 marzo. Lì ha saputo contemporaneamente di avere il covid-19 e di doversi sottoporre a un’operazione urgente per un’altra patologia. “Mi hanno fatto una tac ed è emerso che avevo una polmonite bilaterale interstiziale, quindi mi hanno fatto il tampone. I risultati del test sono arrivati quando l’operazione era già conclusa. Mi hanno operato, senza la certezza che avessi il covid-19 anche se erano quasi sicuri che lo avessi contratto”, ricorda.

La situazione in ospedale era molto caotica: corsie affollate, personale sanitario in sovraccarico. Levrino è stato ricoverato per 28 giorni ed è stato intubato per due giorni, in seguito all’operazione. “Solo quando il tampone ha dato un esito negativo per due volte, mi hanno impacchettato come un astronauta e mi hanno riportato a casa in ambulanza”. Definisce “surreale” l’esperienza che ha vissuto: “È spaesante percepire di essere una minaccia per gli altri, trovarsi al di qua del cartello ‘pericolo biologico’”.

La famiglia, la moglie e la figlia, erano in un’altra città, bloccate dal lockdown. L’aspetto più duro è stato l’isolamento e la lontananza dai propri familiari: “Non avere nessun contatto nemmeno con i medici, vedere tutto da dietro una maschera, sentire di essere noi stessi un pericolo”. Levrino è convinto che non tornerà mai più alla cosiddetta normalità: non esce ancora di casa con piacere, anche se sarebbe di nuovo possibile, si sente sempre stanco e teme di aver riportato danni a lungo termine ai polmoni.

Riduzione del volume polmonare
La stanchezza cronica e una certa difficoltà a respirare è stata osservata già in molti pazienti colpiti da polmonite bilaterale interstiziale. Disturbi presenti anche nelle persone colpite dalla Sars tra il 2002 e il 2003. “I dati raccolti in passato su questi pazienti mostrano che, chi aveva superato la malattia, a sei mesi di distanza mostrava anomalie polmonari ben visibili alle radiografie, una minore capacità respiratoria, un ridotto volume polmonare, una scarsa forza dei muscoli respiratori e una minore resistenza allo sforzo “, spiega lo pneumologo Luca Richeldi. In tre persone su dieci, guarite dalla Sars, erano presenti grosse cicatrici sul polmone. “Segno di una fibrosi polmonare, che comprometteva la respirazione al punto da far sorgere affaticamento anche dopo una breve camminata”.

Sono dichiarati guariti, secondo gli standard definiti dall’Organizzazione mondiale della salute (Oms), quelli che hanno registrato due tamponi nasofaringei negativi. “Ma bisogna considerare che molti pazienti, soprattutto quelli che hanno contratto la malattia in maniera più grave, hanno bisogno di essere seguiti per lungo tempo anche dopo la guarigione, alcuni hanno proprio bisogno di una riabilitazione”, spiega Chiara Lepora, coordinatrice del progetto di Medici senza frontiere (Msf) nella provincia di Lodi.

“Il problema più grave riscontrato è l’impatto sulla capacità respiratoria, si creano delle vere e proprie cicatrici che provocano una difficoltà a respirare, in alcuni casi hanno bisogno ancora di ossigeno, in ogni caso di una lunga riabilitazione”. Nella provincia di Lodi e a Codogno, Msf ha supportato la sperimentazione di un programma di assistenza domiciliare dei malati di covid-19, per evitare che fossero ospedalizzati.

pubblicità

“Un braccialetto elettronico misura i parametri da tenere sotto osservazione, così il paziente è monitorato a distanza e il medico di famiglia visita solo chi ha effettivo bisogno di cure. Questo modello era già stato sperimentato in molte regioni africane per i casi di ebola”. Per Lepora, infatti, uno dei problemi durante l’epidemia è stato proprio la difficoltà di fornire l’assistenza sanitaria individuale in una malattia in cui i numeri erano importanti. “La sfida ora è di portare assistenza sanitaria di nuovo sul territorio, uscire dagli ospedali”, conclude.

Del programma di assistenza domiciliare ha beneficiato Massimo Spelta, 63 anni, pensionato di Codogno, ammalato di covid-19 da più di settanta giorni e ancora positivo al tampone, ma che è stato assistito in telesorveglianza da casa. Si considera fortunato, perché aveva molte patologie pregresse e una situazione polmonare compromessa, già prima di contrarre il virus. “Dal 26 di marzo mi hanno rimandato a casa dall’ospedale di Codogno, con un programma in telesorveglianza: ogni giorno inserisco i dati sul mio stato di salute in un questionario online che registra la temperatura, i parametri che misurano la difficoltà a respirare, la pressione, le pulsazioni cardiache e l’ossigenazione del sangue”.

Il software mette in relazione i parametri tra di loro e crea una scheda che è monitorata dai medici dell’assistenza domiciliare, che intervengono in caso di necessità. “Personalmente ho toccato il cielo con un dito, quando mi hanno rimandato a casa per fare l’isolamento, vivo con mia moglie, ma mi sono chiuso in una stanzetta. Dal punto di vista del morale è stato un grande passo, perché sapevo di avere una persona vicino, i medici sarebbero venuti se avessero riscontrato qualcosa, ma per fortuna non è successo”.

Anche Spelta dice di sentirsi spossato, ma contento di aver superato la fase più critica. Rimane molta rabbia per le informazioni confuse ricevute all’inizio e la consapevolezza di aver attraversato un inferno, ma di avercela fatta. “All’inizio non riuscivo a respirare, dormivo un’ora a notte. Telefonavo ai numeri di emergenza e trovavo sempre occupato, nessun medico voleva venire a casa a visitarmi. Fino a quando è venuto un amico di famiglia che aveva tutti i dispositivi di sicurezza, perché era riuscito a procurarseli attraverso canali privati”. La radiografia che ha confermato la presenza di una polmonite bilaterale interstiziale e di un versamento pleurico, Spelta ha dovuto farla privatamente, quindi si è recato in ospedale a Codogno, nella struttura dove a fine febbraio era stato registrato il primo caso di Sars-cov-2 in Italia.

“Quando non hai niente da fare e sei a casa i pensieri ti massacrano. Per me è stata un’occasione anche per mettere in discussione alcune cose: la comunicazione politica e sanitaria della pandemia è stata disastrosa. Dicevano che era una semplice influenza, che colpiva solo le persone più anziane e con patologie pregresse, che le mascherine non servivano. Invece ho visto gente di trent’anni stare più male di me. Ho visto persone che non ce l’hanno fatta”, racconta. Il rammarico è soprattutto per i medici di famiglia: “Mandati al macello senza adeguate protezioni”.