L’isola di Villingili, Maldive, 2009. (Tommaso Bonaventura, Contrasto)

Nel paradiso dei turisti i giovani sognano il jihad

L’isola di Villingili, Maldive, 2009. (Tommaso Bonaventura, Contrasto)
19 dicembre 2016 16:35

“Combattono proprio bene, è vero?”, mi dice il tassista con orgoglio quando gli dico che arrivo dal Medio Oriente, che sono una giornalista. A Parigi, a Bruxelles, a Tunisi, parli con i musulmani dei jihadisti del gruppo Stato islamico (Is) e tutti ti rispondono mortificati, quasi a volersi scusare, ti dicono: sono fuori di testa. Alle Maldive ti dicono: sono degli eroi.

Molti turisti occidentali neppure notano che questo è un paese musulmano. E invece le Maldive sono il paese non arabo con il più alto numero pro capite di foreign fighters. Duecento, più o meno, su quattrocentomila abitanti. Il governo nega. Ma ognuno ha un fratello, un cugino in Siria. Mentre il mondo guardava le Olimpiadi, ad agosto, qui tutti guardavano la battaglia di Aleppo.

E tifavano Al Qaeda.

In teoria le Maldive sono un arcipelago di 1.192 isole. Ma per i maldiviani sono un’isola sola: Malé. La capitale. Le isole non hanno che un paio di negozi, una scuola. Un campetto da calcio. A volte non hanno neppure l’elettricità. Per qualsiasi cosa, si viene a Malé. Che sembra una città come mille altre: ma sono 5,8 chilometri quadrati, 130mila residenti, e una popolazione reale che è più del doppio: a Malé ogni anfratto è abitato.

Prima o poi veniamo tutti arrestati, e tutti per droga, perché quando vivi in dieci in una stanza, la verità è che vivi per strada

Lungo una delle vie principali, la Buruzu Magu, mi infilo in una fenditura che è uno scorcio di cartolina, una casa blu, una casa verde, una casa gialla. In fondo, una scala a chiocciola. Dietro la prima porta a destra abitano in cinque, dietro la prima a sinistra in nove, dietro la seconda sono tutti immigrati, vengono dal Bangladesh, è una stanza sola e sono in 18, dormono a turno. Nella casa dopo, dietro una porta che è una tavola di compensato marcio, madre e figlia chiacchierano nel buio, e accanto, su una stuoia logora, logora anche lei, una vecchia che rantola, i capelli grigi sfibrati come fili di una lampadina fulminata. Vivono in 16, qui, tra stracci e scarpe sfondate, i muri rattoppati con iuta e lamiere, il tanfo dei corpi. La cucina è un fornello da campeggio. Le stanze non hanno tavoli, sedie, niente, né finestre, tutto è sparso alla rinfusa, il bucato appeso al soffitto ad asciugare. Alla parete il televisore al plasma avuto alle ultime elezioni in cambio del voto. Ma uno stipendio medio, qui, è ottomila rufiyaa, 490 euro: quanto una bolletta dell’elettricità. L’affitto, per tre stanze, è ventimila rufiyaa.

Kinaan è cresciuto in una casa così. In sei in una stanza, i genitori in lite continua. Per doccia il mare. Oggi ha 31 anni, ed è il nome più noto, e temuto, della criminalità di Malé. Giri con lui, e tutti si scansano. Malé è spartita fra una trentina di gang, ognuna ha tra i 50 e i 500 affiliati. Parliamo di un decimo degli abitanti, nel caso della stima massima: un quinto dei giovani. Nel primo e ultimo studio sulla violenza di strada, nel 2009, il 43 per cento degli intervistati ha detto di non sentirsi sicuro neppure a casa sua. Kinaan è finito in carcere per la prima volta a 15 anni. Per rissa. È eroinomane e alcolizzato da quando aveva 17 anni. E ancora adesso per campare vende droga. “Perché qui nessuno ti offre una seconda opportunità”, dice. “Sono pronto a qualsiasi lavoro, ma nessuno mi ha mai voluto. Manco come scaricatore di porto. Prima o poi veniamo tutti arrestati, e tutti per droga, perché quando vivi in dieci in una stanza, la verità è che vivi per strada. Malé è un inferno, non hai futuro, niente: e l’alcol è vietato. L’eroina costa molto meno di una vodka. E la cosa più insensata è che le pene sono rigorose. Se rubi un mango, rischi un anno. E vieni stigmatizzato a vita. Ma allo stesso tempo, c’è una tolleranza totale: perché siamo al servizio dei politici. Con tanto di tariffario: 1.200 dollari per spaccare una vetrina, 1.600 per aggredire un giornalista. Ti commissionano di tutto, da un volantinaggio a un accoltellamento. E quindi, se vogliono, se sei utile, ti tirano fuori dal carcere”. Kinaan è stato condannato due volte, ma non ha mai scontato la pena. Come il suo amico Dhonko. “E tu invece cosa fai per vivere?”, gli chiedo. Ride. “Sto scontando 25 anni di carcere”.

Abitanti dell’isola di Villingili, Maldive, 2009. (Tommaso Bonaventura, Contrasto)

Sono dieci anni che Kinaan cerca di cambiare vita. E quindi una seconda opportunità, adesso, ha deciso di offrirsela da solo: ha deciso di andare in Siria. “Non è difficile. Nessuno ti ferma. Hanno tutto l’interesse a liberarsi di noi, abbiamo compiuto tutti i loro crimini: conosciamo tutti i loro segreti. E vogliamo tutti andare via. Qualsiasi cosa è meglio di Malé”.

“In Siria, se non altro, sarei ucciso per una buona ragione”.

Un’opportunità economica e morale
Per molti, qui, la Siria è un’opportunità economica e morale: una forma di redenzione. Kinaan si è fermato solo per provare a salvare suo fratello Humam. Dopo sessant’anni di moratoria, la pena di morte ora è di nuovo in vigore. E Humam è il primo della lista: è accusato di avere accoltellato un deputato. Ha ritrattato la sua confessione, e denunciato pressioni della polizia, e soprattutto, secondo Amnesty international, ha spesso dato segni di squilibrio mentale. Ma comunque è al più l’esecutore di quello che è un chiaro omicidio politico. Afrasheem Ali era candidato presidente, e Maumoon Aboul Gayoom, presidente delle Maldive per trent’anni, dal 1978 al 2008, e ancora adesso considerato il padre della patria, aveva dichiarato che il suo partito avrebbe sostenuto il candidato con le più salde credenziali in materia di islam. Afrasheem Ali dunque, piuttosto che Abdulla Yameen, l’attuale presidente.

Ma mentre rientrava a casa, una sera, Afrasheem Ali è stato ucciso.

Oltre a reintrodurre la pena di morte, il nuovo codice penale, un anno fa, ha formalizzato per la prima volta la sharia. Ma qui l’islam è sempre stato politica, non solo religione. Quando Gayoom è arrivato al potere, le Maldive erano un arcipelago di pescatori. In realtà non sono affatto un paradiso: non hanno neppure una sorgente d’acqua dolce. Gayoom aveva studiato al Cairo, all’università al Azhar: per le Maldive dell’epoca, la sua non era la parola di un presidente, era la parola di dio. Fu Gayoom a ideare la formula dei resort, il turismo da migliaia di dollari a notte. Era il modo di modernizzare il paese: ma anche di controllarlo. Concentrando la popolazione a Malé. E, soprattutto, impedendo ogni contatto con altre culture. Delle 1.192 isole, solo 199 sono abitate, e 111 sono resort: ma non c’è alcuna interazione. Neppure nei resort. Fuori dall’orario di lavoro, ai dipendenti è vietato stare in giro. E in più, i resort sono stati costruiti da imprenditori stranieri. La legge impone che siano in società con un maldiviano: un maldiviano che in genere, ovviamente, è molto amico di un politico. O è un politico. Il 5 per cento della popolazione, qui, possiede il 95 per cento della ricchezza.

E in più, ogni oppositore non è un semplice oppositore: è un infedele. Come dice Shahindha Ismail, 38 anni, a capo del Maldivian democracy network, la principale organizzazione a difesa dei diritti umani: “Hanno politicizzato la religione, e sacralizzato la politica”.

Persino lo tsunami, nel 2004, è stato interpretato come una punizione di dio. In tanti ti mostrano questi video in cui l’acqua, su un’isola, spazza via tutto, tranne la moschea.

Siamo musulmani. Siamo una comunità sola. E la Siria, semplicemente, è la priorità

Il risultato è che molti, moltissimi ragazzi oggi sono come Ali. In partenza per la Siria. Ali ha 22 anni e un’aria umile, quasi ascetica, è magro, con le infradito, i jeans, una camicia con collo alla coreana che sembra un po’ una tunica. Tre quattro centimetri di barba. È un ragazzo taciturno, timido. E soprattutto, è pronto: ha quasi tutti i tremila dollari per il viaggio. Risparmiati vendendo hashish. Non è mai stato fuori dalle Maldive. Ora invece ha il telefonino con tutte le mappe della Turchia, sa tutto del fronte. Sa meno della Siria. Della sua complessità. Gli scontri tra i ribelli, i saccheggi, il contrabbando – anche se in fondo, non sta andando in Siria, ti dice: “Sto andando in paradiso”. “Cosa ti aspetti di trovare?”, gli chiedo. Non ha dubbi. “Fratellanza”. Una nuova vita. Una vita diversa. “Una società in cui siamo tutti uomini, e non avvoltoi, carogne, come qui, in cui tutti approfittano l’uno dell’altro. Perché tu pensi di non credere in niente”, mi dice, “e invece credi, credi nel mondo così com’è. Credi quanto me”.

Dello stato islamico in cui vorrebbe vivere, sa più che altro cosa non deve essere. Ma Husham ride quando gli dico che da noi, si dice che i foreign fighters non conoscano l’islam. Quando gli dico del ragazzo inglese che in aeroporto si è comprato il bignami di sharia. “Nessun musulmano, a meno che non sia un imam, si definirebbe mai un esperto di islam”, dice. “Ma il Corano comincia dicendo: Studia”. Poi mi guarda, dice: “Come Kant, no? Sapere aude”. Ha 20 anni, e ha l’aria di quello che è: uno studente, e anche brillante, jeans, polo e borsa a tracolla. Facoltà di sharia. “L’islam è giustizia. Potremmo essere come la Svizzera, e invece tutto è un favore. Se ti ammali, bussi alla porta del presidente, e ti pagano le cure all’estero. Che poi è il motivo per cui nessuno si ribella. Ognuno, qui, risolve i suoi problemi così. Non siamo cittadini: siamo mendicanti”. Ma allora perché, gli chiedo, non inizia dalle Maldive? “Siamo musulmani. Siamo una comunità sola. E la Siria, semplicemente, è la priorità. Sarebbe strano il contrario. Che con cinquecentomila morti, pensassimo più a noi che alla Siria”.

Il suo modello, dopo Maometto, è Malcolm X.

Eppure, alle Maldive avrebbe molto da lavorare. Solo i musulmani, qui, possono essere cittadini, a scuola l’islam è la materia principale, e cinque volte al giorno i negozi chiudono per la preghiera: ma poi i commessi restano dentro a bersi il caffè. Non vanno in moschea. E così l’alcol: è vietato, ma si vende al bar dell’Island hotel, accanto l’aeroporto. Basta pagare. Persino il ministro degli affari islamici è stato filmato insieme a due prostitute.

Però se sei una donna, invece, una donna qualunque, e fai sesso fuori dal matrimonio, ti frustano in pubblico davanti al tribunale.

Quattro napoletani
Niente di tutto questo, comunque, arriva ai turisti. Neppure ai turisti che scelgono le guest house, un’idea recente di Mohamed Nasheed, che nel 2008 è succeduto a Gayoom nelle prime elezioni democratiche della storia delle Maldive. Diversamente dai resort, le guest house sono nelle isole abitate. E quindi non solo creano un po’ di reddito, ma rompono l’isolamento culturale: con le guest house, in teoria, stai insieme ai maldiviani. La prima è stata aperta a Maafushi, a due ore di traghetto da Malé. Quattro napoletani si aggirano sperduti su quella che i cartelli indicano come “bikini beach”, la spiaggia per gli stranieri. Sono qui da ieri, due imprenditori separati con i due figli ventenni di uno dei due. Non avevano idea che le Maldive fossero un paese musulmano. E sono anche una tana dell’Is, dico. “Maronna”, sgrana gli occhi Andrea. Poi dice all’amico: “Guaglio’, hai sentito? Ci sta l’Isìs, qui. Nun ce sta manco ’na femmena”.

Turisti sull’isola di Villingili, Maldive, 2009. (Tommaso Bonaventura, Contrasto)

In realtà, a Maafushi non c’è niente, in assoluto. Nel 2012 Nasheed è stato destituito con un colpo di stato, e questo è il modo in cui l’attuale governo prova a ostacolare le guest house: stesse tasse dei resort, in cui una doppia però, non costa cento, ma mille dollari a notte, e zero investimenti sulle isole. A parte la spiaggia, Maafushi non ha che un paio di caffè. “La sera, il solo svago è la corsa dei granchi”, dice Andrea sconsolato. “Paghi il marchio e basta. Giusto per dire che sei stato alle Maldive”. Uno dei due ragazzi, al tramonto, vaga nel minimarket a torso nudo, controlla ogni bottiglia di succo di frutta alla disperata ricerca di una birra. Non ha ancora scoperto che la birra, in realtà, c’è: c’è una barca, al largo, su cui si vende alcol. Ma così a Maafushi nessuno vende alcol: e il Corano è rispettato. Siamo davanti alla moschea. Gli uomini lo fissano torvi. Capisce cosa sto pensando. “Fa caldo”, dice. “E poi ho il sale sulla pelle. La maglietta s’appiccica”. Passa una donna sotto un niqab, si volta imbarazzata. “Iamme, che sî ’nu scorfano”, dice. “Ma chi ti vuole”. Guarda il marito. “Tienatillo”.

Moltissime donne sono in niqab. Completamente coperte. Completamente in nero. “Ma l’islam, questo tipo di islam, così estremo, non è tradizione, è innovazione”, dice Mariyath Mohamed, 30 anni, giornalista. “Come a Gaza. Come a Baghdad. Trent’anni fa, nessuna aveva il velo”. L’islam, qui, si è innestato sul buddismo. Anche se il museo nazionale, nel 2012, è stato assaltato, e le sue statue demolite a martellate, è sufficiente entrare in una delle moschee più vecchie. Erano templi: la Mecca è indicata dal pavimento aggiunto dopo, e montato in diagonale. Poi, però, è arrivato Gayoom. E non solo. “Pochi anni dopo, sono arrivati anche tutti quelli che dopo il 1967, dopo la guerra dei sei giorni e la sconfitta di Nasser, degli arabi laici, erano andati a studiare in Arabia Saudita. Per Gayoom, per il suo monopolio ideologico, erano un pericolo. E quindi sono finiti tutti in carcere. Sono stati torturati. Uccisi. E trasformati in eroi. Per molti non rappresentavano solo l’islam, ma l’opposizione a un regime”. E poi, dice, è arrivato lo tsunami. E ora “quest’altro tsunami che è la Siria”.

Ma per il governo, il fondamentalismo non esiste. Alla notizia dei primi due maldiviani uccisi in Siria, nel 2014, il presidente Yameen ha declinato ogni responsabilità. “Abbiamo sempre invitato i connazionali all’estero a comportarsi bene”, ha dichiarato.

“Il governo un po’ evita lo scontro, un po’ in realtà condivide certe idee. Come tutti”, dice Nazeer. Ha 23 anni, ed è uno dei dissidenti più noti. Si sta specializzando in diritti umani. Ma è anche il cugino di Ali. E sono molto legati. Eppure, non sta provando a fermarlo. “Non posso giudicare la sua scelta. Per me, semplicemente, è una battaglia persa”, dice. Non è, cioè, una guerra sbagliata in sé: per Nazeer è una guerra sbagliata solo perché è destinata alla sconfitta. Sta cercando un dottorato in Europa. “Qui non puoi studiare. Letteralmente: i turisti hanno per sé un’isola intera, e noi non abbiamo un angolo tranquillo per concentrarci su un libro. Poi ogni tanto ti sbarcano davanti casa, e fotografano la tua miseria chiamandola folclore. Ma guarda dove stiamo”, dice. Stiamo sulla spiaggia di Malé. Che è una spiaggia artificiale (avvelenata, tra l’altro, dagli scarichi dell’ospedale). “Non ci è rimasto nemmeno il mare. Che alternative abbiamo? Se vieni da una famiglia ricca, vai a studiare all’estero. Altrimenti vai in Siria”.

Kinaan è ancora pronto a partire. Per aiutare gli oppressi, specifica. Non per sterminare infedeli. “Una delle gang si chiama Bosnia. Chissà quante, un giorno, si chiameranno Aleppo”.

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