10 febbraio 2020 10:15

La porticina è al piano terra di un austero edificio dall’intonaco rosso, incorniciata da una pianta rampicante. All’interno una pedana scende con una lieve pendenza in un sottoscala e conduce in un corridoio che sfocia in un angolo dove un divano è illuminato dalla luce filtrata da un abat-jour. Da qui parte un altro corridoio con un soffitto a volta dove corrono delle tubature. Lungo una parete del sotterraneo ecco i primi faldoni dell’archivio. Alba Pugliese, 78 anni, insegnante di lettere in pensione, si ferma, li accarezza con lo sguardo, poi con una mano. “Sono più di 1.300”, racconta, “erano imballati in tanti scatoloni. Li abbiamo tirati fuori uno per volta, erano impolverati e molte etichette illeggibili. Mi ha aiutato un ragazzo ucraino. Li abbiamo sistemati in queste scaffalature e poi negli armadi che ci hanno regalato e negli altri che ho portato da casa mia. Due anni fa qui era tutto allagato, sono dovuti venire con le pompe idrovore. Ora le carte sono in salvo e in ordine. Non inventariate, però: nel 2017 ho chiesto un finanziamento di novemila euro e aspetto ancora che i soldi arrivino”.

Nel sottoscala della scuola Ferrante Aporti, un edificio degli anni quaranta, tra i primi a urbanizzare la collina Fleming a Roma, Pugliese custodisce le carte in cui è raccolta una delle più impegnative, appassionanti imprese civili dell’Italia repubblicana: la lotta all’analfabetismo. Sono carte preziose, poco o per nulla note, rimaste chiuse per più di quarant’anni e ora sottoposte a vincolo dalla soprintendenza archivistica, che raccontano lo sforzo di una pattuglia di persone che nel dopoguerra si batteva affinché una democrazia in costruzione non prescindesse dall’educazione dei suoi cittadini, adulti in particolare, altrimenti – era l’allarmata convinzione – si sarebbe retta su basi poco solide.

L’archivio appartiene all’Unione nazionale lotta all’analfabetismo (Unla), come i locali che lo ospitano. L’Unla fu fondata nel 1947 per fronteggiare l’incapacità del 13 per cento di italiani – dati del censimento 1951 – di saper leggere e scrivere. Incapacità dichiarata e quindi inferiore alla drammatica realtà, se si considera che il 59,2 per cento degli adulti a quel tempo non era in possesso di licenza elementare. Primo presidente dell’Unla fu Francesco Saverio Nitti. Tra i membri del consiglio nazionale c’erano Riccardo Bauer, Antonio Banfi, Adriano Olivetti, Vincenzo Arangio Ruiz, Corrado Alvaro, Guido Calogero.

Queste carte parlano a un paese diverso, che in settant’anni ha compiuto passi da gigante, appropriandosi di una lingua comune e lasciandosi alle spalle le immagini di milioni di persone piegate su un foglio dove apponevano una croce al posto della firma, reggendo alla meglio un pennino. Eppure, insiste Pugliese, “questi documenti hanno ancora molto da dire a un’Italia che non è affatto al riparo da fenomeni di dealfabetizzazione, di analfabetismo di ritorno”. E di analfabetismo di andata, aggiunge Vittoria Gallina, tra le più autorevoli studiose del problema. Un’Italia che staziona nelle zone basse delle classifiche internazionali quanto a competenze linguistiche, abbandoni scolastici, che si preoccupa poco dell’educazione degli adulti e che stenta a varare politiche per recuperare posizioni.

All’inizio di dicembre hanno turbato un paese indifferente i risultati dell’ennesima rilevazione Ocse-Pisa sulle difficoltà incontrate da ragazze e ragazzi di quindici anni nel comprendere un testo appena complesso o nell’orientarsi in un discorso scientifico. Però la scossa, che ha riproposto il divario nord-sud, è durata ventiquattr’ore ed è stata assorbita.

Una scoperta dovuta al caso
Pugliese si prende cura dell’archivio da sola e da volontaria. È un impegno nato per caso. Pur abitando poco lontano dalla scuola, non aveva mai badato a cosa custodiva questo scantinato. Lo frequentava perché lì, oltre a una scuola di musica, c’è un corso di yoga, di cui è cultrice. Poi un giorno del 2016 è stata attirata da una targa rovinata. C’era scritto: Centro di cultura per l’educazione permanente (Ccep). Dell’educazione permanente, dell’istruzione che dura la vita intera, Pugliese ha fatto un credo nella sua carriera in licei siciliani e sardi, poi nel Lazio, a Ladispoli, a Morlupo, dove è stata anche preside. Per questo, la scritta è stata una folgorazione. Ha chiesto di poter dare un’occhiata e si è trovata di fronte alle casse con l’archivio dell’Unla, accantonate lì dagli anni settanta. Le carte le hanno restituito la testarda passione di sconfiggere un’arretratezza che sotto altre forme continua a persistere in Italia. E così ha stilato un progetto e le carte le sono state affidate.

Pugliese viene al centro tutti i giorni. Si siede dietro a un tavolo nero, in stile Savonarola, e studia, prepara programmi su come rendere accessibile l’archivio, su come coinvolgere le scuole del quartiere e su come tenerlo al riparo da una minaccia di sfratto, dovuta a un contenzioso amministrativo vecchio di trent’anni. E poi aspetta. Il finanziamento di novemila euro per catalogare le carte deve ancora arrivare e l’attesa è snervante. Dopo il vincolo, nel 2016, due archiviste hanno avviato la ricognizione, è stato redatto un preventivo, ma si aspetta che la soprintendenza, i cui bilanci sono però assai magri, eroghi i soldi. “Senza questi fondi abbiamo le mani legate”, aggiunge Vitaliano Gemelli, presidente dell’Unla, “e un patrimonio di questa importanza è consultabile con molta difficoltà”. L’Unla vive con un contributo pubblico di 45mila euro all’anno, è basato sul volontariato e a ogni legge finanziaria corre il rischio di finire nella lista nera degli enti inutili. “Tanto, mi sento sempre dire, in Italia l’analfabetismo è stato debellato. Qualche volta penso che dovremmo cambiare nome”.

Un centro di cultura per l’educazione permanente (Ccep) a Santu Lussurgiu, in provincia di Oristano. (Per gentile concessione dell'Unione nazionale per la lotta contro l'analfabetismo)

Tra gli immigrati meridionali
“In questo scantinato c’era il centro per l’educazione permanente di Tor di Quinto”, racconta Pugliese. “Nacque nel 1948 e fu uno dei primi che l’Unla istituì in Italia: a metà degli anni sessanta se ne contavano un centinaio, quasi tutti al sud”. Era circondato dalle baracche di immigrati provenienti dalle regioni meridionali. Al centro si tenevano lezioni serali per analfabeti, e analfabeti erano quasi tutti gli abitanti del borghetto. Furono avviati studi sulla composizione sociale di quel misero accampamento. Furono fatti corsi per dattilografe, per telescriventisti, per meccanici e per carrozzieri. Successivamente ci si organizzò per assistere tutti insieme a Non è mai troppo tardi, il programma televisivo condotto dal 1960 da Alberto Manzi.

Il centro cambiò pelle quando sulla collina di Tor di Quinto, dalla fine degli anni cinquanta, si allungò un lembo della tumultuosa espansione di Roma e su strade strette e intrecciate come budelli, al posto delle baracche si ammassarono edifici lussuosi. È la storia dell’Italia che macinava successi, ma lasciava indietro molti dei suoi abitanti. Pugliese la racconta sfogliando un mazzo di fotografie. Infagottati in lunghi cappotti rivoltati, sono ritratti gli alunni del centro, gli occhi gonfi dalla fatica di una giornata in un cantiere edile o in un’officina. La professoressa si ferma: “Guardi questa donna”, dice, “è la moglie del presidente Richard Nixon, venne in visita al centro accompagnata dal direttore di allora, Raffaele Carnevale. Gli americani avevano finanziato molte iniziative contro l’analfabetismo”.

La lunga epopea dell’Unla si svolse in gran parte nelle aree depresse del Mezzogiorno. Ma molta della sua linfa era internazionale. Artefice di queste relazioni fu la pedagogista Anna Lorenzetto (1914-2001), prima vicepresidente e poi, dal 1964 al 1981, salvo una breve interruzione, presidente dell’Unla. L’associazione, come altre nel dopoguerra, fu sostenuta da istituzioni filantropiche statunitensi. Su questa rete di rapporti e sulla figura di Lorenzetto sta lavorando – frugando sia nell’archivio dell’Unla sia in archivi statunitensi – Francesca Leder, ricercatrice di urbanistica dell’università di Ferrara.

Una lotta contro l’isolamento
Nei faldoni scorre la storia dei centri di cultura per l’educazione permanente e del loro sforzo per far uscire dall’isolamento milioni di italiani. Ecco un’indagine sulla scuola elementare di Vibo Valentia, sulle biblioteche di Nardò, un questionario sull’emigrazione distribuito ad Avellino e un altro in Calabria, documenti dai centri di Rossano Calabro, Villa San Giovanni, Contursi, Lauria, Siderno. Ecco le bobine originali di due struggenti documentari di Michele Gandin, Cristo non si è fermato a Eboli e Non basta soltanto l’alfabeto.


In un armadio di metallo bianco sono raccolte le schede di un’inchiesta coordinata da Tullio De Mauro nel 1969 su L’uso dell’italiano, del dialetto e del linguaggio parlato. La rilevazione fu condotta su un campione molto vario di adulti, che avevano raggiunto gradi d’istruzione diversi o che avevano frequentato pochissimo la scuola. Si fece circolare un questionario in cui si chiedeva di indicare quale parola veniva usata per designare un certo oggetto o una certa nozione. Di ogni intervistato si tracciava il profilo: quanti libri aveva in casa, se vedeva la tv o ascoltava la radio, come ne giudicava la comprensibilità, se faceva sport, se era emigrato, con quanta frequenza e in quali occasioni usava il dialetto…

L’analfabetismo oggi
Queste carte hanno dunque molto da raccontare a un’Italia che, con imprudente autostima, ritiene sconfitto l’analfabetismo. È ormai quasi azzerato il numero di chi non sa riconoscere che cosa indichi la sequenza di lettere che forma una parola: dall’ultimo censimento (2011) risulta che i cosiddetti analfabeti strumentali con più di 15 anni sono l’1,1 per cento. Se si considerano solo le persone dai 15 ai 64 anni gli analfabeti sono lo 0,4.

Ma è comunque un paese che convive con l’analfabetismo funzionale, dal quale è afflitto l’adulto che, stando alla definizione di De Mauro, pur con un titolo di studio e a distanza di anni dal suo conseguimento, non comprende il senso di un testo, non si districa nel mondo digitale e dunque non sa orientarsi nel lavoro, nel tempo libero, nelle relazioni sociali, nella gestione dei risparmi o nella tutela della salute. Non partecipa con sufficiente consapevolezza alla vita democratica.

Ccep di Tor di Quinto, 1961. Anna Lorenzetto interviene in occasione della chiusura dell’anno. (Per gentile concessione dell'Unione nazionale per la lotta contro l'analfabetismo)

Secondo il rapporto Ocse-Piaac del 2017, gli italiani tra i 15 e i 64 anni che vivono in questa condizione sono 11 milioni, e sono di più gli uomini delle donne. Per fornire un loro identikit, nello studio Focus Piaac: I low skilled in literacy. Profilo degli adulti italiani a rischio di esclusione sociale – curato da Simona Mineo e Manuela Amendola per l’Istituto nazionale per le analisi delle politiche pubbliche – si ricorre a questo esempio: una persona è in grado di risalire a un numero di telefono in un testo se trova la sigla “tel”, ma non ci riesce se il recapito si trova in una pagina web a cui si accede cliccando sulla parola “contattaci”. Ed è a questo proposito che è stato introdotto il termine literacy, che contiene il saper leggere e il saper scrivere, ma che va inteso, spiega Gallina, in senso ampio, come “uno strumento moltiplicatore di effetti che danno potere ai cittadini del mondo e li rendono capaci di contribuire, con consapevolezza e responsabilità, alle società di riferimento”.

L’Italia è al primo posto nella non invidiabile classifica dei 33 paesi dove si è svolta l’indagine e all’ultimo in quella degli high skilled, che sono il 3,3 per cento (salgono al 30 se si considerano anche i livelli medio-alti). Entrambe le classifiche forniscono un’immagine non esaltante del mondo industrializzato, ma la posizione italiana è tra le più deprimenti. Il Giappone ha la percentuale più bassa di low skilled, 4,9 per cento, e la più alta degli adulti con competenze elevate, 22,8 per cento. La media dei paesi Ocse è del 12,7 per cento (low) e del 12 per cento (high).

Né ci si può consolare con i titoli di studio, che restano comunque sotto le medie europee. Secondo l’Istat, il 27,9 per cento degli italiani tra i 30 e i 34 anni ha una laurea, mentre la media europea è di poco superiore al 40 per cento. Peggio degli italiani ci sono i romeni nella stessa fascia di età. L’ultimo dato poco confortante del rapporto Istat riguarda la quantità di ragazzi che abbandona la scuola prima del diploma di secondaria superiore: sono il 14,5 per cento, una quota risalita ai livelli del 2015 dopo essere scesa intorno al 14 per cento (in Europa la media della dispersione è del 10,6 per cento). L’abbandono non è uniforme in Italia: al sud è il 17,3 per cento e nelle isole il 22,3 per cento. Abbandonano di più i ragazzi delle ragazze. Molto di più i ragazzi stranieri: 37 per cento.

L’educazione degli adulti
Ecco la vasta prateria dove possono spaziare le carte dell’archivio Unla, che testimoniano la sapiente e tenace cura impiegata in Italia dal dopoguerra in poi per fronteggiare una condizione di minorità. Quanta parte di questa eredità è stata raccolta? Una delle questioni più trascurate oggi, sostengono tutti i report, è proprio l’educazione degli adulti, campo d’azione privilegiato delle battaglie condotte da Lorenzetto e da altri (sulla pedagogista è stato realizzato un bel documentario, Anna Lorenzetto. Una rivoluzione silenziosa, di Simona Fasulo, Anna Maria Sorbo e Marilisa Calò). Stando all’Istat, appena l’8,2 per cento degli italiani tra i 25 e i 64 anni nelle quattro settimane precedenti la rilevazione ha svolto almeno un’attività formativa (la media europea è del 12 per cento circa).

L’educazione degli adulti in Italia, sostiene Carlo Mari, presidente dell’associazione Iscritti a parlare, che con il Centro studi di politica internazionale (Cespi) ha realizzato il convegno La scuola dell’esclusione non ha confini, svoltosi a Roma il 5 dicembre, “sembra un surrogato di tutti gli insuccessi del sistema scolastico”.

Lezione in un Centro di cultura per l’educazione permanente. (Per gentile concessione dell'Unione nazionale per la lotta contro l'analfabetismo)

Dopo la legge sulle 150 ore nei primi anni settanta ben poco si è fatto. Eppure, aggiunge Carmela Palumbo, capo dipartimento del ministero per l’istruzione e la ricerca, “già ora si registra un calo degli alunni e in dieci anni si prevede ce ne saranno un milione in meno. Crescono invece la popolazione adulta e quella anziana. Questa è l’occasione per trovare risorse e insegnanti anche per l’educazione degli adulti”. E invece, aggiunge, “l’ultima casella che si va a riempire nella distribuzione dei fondi è proprio quella dei Cpia, i centri provinciali per l’istruzione degli adulti”.

I Cpia sono regolamentati da una legge del 2012, che rimanda a una serie di accordi tra istituzioni e regioni ancora da chiudere. In Italia sono 130 e ognuno coordina una rete di istituti. Sono divisi in due livelli: il primo garantisce l’ex licenza media, il secondo un diploma tecnico, professionale o artistico. Chi li frequenta? Secondo l’Istituto nazionale documentazione innovazione e ricerca educativa (Indire), che cita dati del Miur, nel 2017 gli iscritti sarebbero quasi 230mila. Ma le cifre sono incerte. La gran parte di loro, comunque, e in città come Roma l’assoluta maggioranza, sono stranieri che aspirano a ottenere il permesso di soggiorno. Se si considera il totale degli adulti che sostengono percorsi formativi nelle aziende, nelle università popolari o in altro modo si raggiunge la quota di 2,7 milioni su oltre 32 milioni di potenziali interessati. “In altri termini, si ha una probabilità su 12 che un cittadino residente nel Paese abbia partecipato ad attività di apprendimento permanente”, si legge nel diciottesimo rapporto sulla formazione continua elaborato dall’Agenzia nazionale politiche attive del lavoro (Anpal).

“I Cpia sono scuole poco conosciute e poco visibili, che non sanno proporsi né andare incontro ai bisogni”, denuncia Gallina. “Ma d’altronde c’è poca consapevolezza del fatto che una società come la nostra esige un’educazione in continuo aggiornamento. Gli immigrati lo sanno, gli italiani lo sanno meno”. Non mancano casi virtuosi come l’istituto Giovanni Giorgi di Milano, al quale sono iscritti 969 allievi adulti, oltre i 440 dei corsi diurni. Il Giorgi fornisce un servizio di secondo livello. Più di metà degli studenti sceglie corsi di tecnica, ai quali seguono quelli di scienze, quelli giuridico-politici e quelli economico-statistici. Molto buoni i risultati conseguiti, sia da chi trova lavoro, sia da chi intende proseguire gli studi.

pubblicità

La mole di dati conferma e aggiorna le rilevazioni che da anni giacciono negli archivi della politica. Insieme alle riflessioni sulle conseguenze di queste inferiorità culturali e su quanto incidano nell’aggravarsi delle disuguaglianze, sulle sensazioni di insicurezza e di paura, sul diffondersi di pulsioni xenofobe e di atteggiamenti spietati. Ma in Italia l’interesse per l’innalzamento delle competenze resta scarso, a dispetto delle sollecitazioni provenienti dalle istituzioni europee.

“I corsi di formazione sono seguiti prevalentemente da persone che hanno già titoli di studio, compresa la laurea”, sottolinea Gallina, “e questo dimostra che cultura e competenza chiamano cultura e competenza, e denuncia la debolezza e la bassa inclusività di un sistema che non coinvolge chi ne avrebbe più bisogno”. Silvana Ferreri, che insegna didattica delle lingue moderne a Viterbo, e il Gruppo d’intervento e studio nel campo dell’educazione linguistica (Giscel) propongono a diversi ministeri l’idea di un Piano nazionale destinato agli adulti. “Noi vorremmo”, spiega Ferreri, “che le scuole fossero aperte nel pomeriggio per ospitare corsi destinati alle famiglie su questioni che riguardano il rapporto con i più giovani. Immaginiamo alcuni temi come la comunicazione fra genitori e figli, l’adolescenza, la rete e i media, le tossicodipendenze. Una delle questioni cruciali, come rilevano le indagini, è che mentre alle elementari le competenze dei ragazzi sono di buon livello, scadono nella secondaria superiore. Tra i fattori dell’indebolimento è possibile che ci sia il fatto che fino a un certo punto i genitori sono in grado di seguire i figli, poi non più”.

Ascolto
Manca inoltre, lamentano tanti operatori, una formazione specifica per chi insegna agli adulti, che non è lo stesso che insegnare ai ragazzi. Come si fa presa su un quarantenne senza che senta su di sé lo stigma dell’analfabeta? Prova a rispondere Cesare Moreno, presidente dell’associazione Maestri di strada, intervenuto al convegno romano: “Dobbiamo adottare metodi educativi aperti, che partano dall’ascolto degli allievi. È fondamentale curare la qualità delle relazioni, perché fra i compiti di chi insegna agli adulti c’è anche quello di aiutare a vivere le difficoltà, a gestire le sconfitte. Pensiamo a che cosa significa fare scuola in un carcere. E invece in Italia si cerca d’incastrare l’istruzione degli adulti nel sistema adottato per i ragazzi, ma non funziona. Io credo che un buon insegnante ai suoi allievi non debba dire ‘Buongiorno, vi spiego’, ma ‘Buongiorno, ditemi’”.

In fondo al corridoio dello scantinato sono conservati i diari che l’Unla chiedeva ai maestri dei Centri di cultura di educazione permanente. Sono annotati i progressi degli allievi e spesso la gioia nel vedere partecipare i contadini di Roggiano Gravina, in Calabria, o di Guardia dei Lombardi, in Irpinia. Insieme, però, allo smarrimento di fronte a persone che, sebbene analfabete, erano ricche di esperienze e di saperi, di sofferenze e di disagi. E per ognuna delle quali andava cercata la parola migliore. C’è chi nei volti di un allievo legge la tristezza perché a Natale non torneranno i parenti emigrati, e così l’emigrazione diventa l’argomento da cui parte la lezione. Altre volte si comincia dagli attrezzi agricoli, dalla produzione scarsa di quella stagione, da un vaglia postale. Il più delle volte non c’è cattedra, si sta seduti in circolo, è il dialogo lo scopo che si raggiunge abbattendo le barriere della soggezione. Una maestra riferisce le parole di un allievo: “Finalmente qualcuno si occupa di noi”.

Il 14 gennaio 1971 la maestra Domenica Conte, di Rocca Imperiale Marina, in Calabria, scrive nel diario: “L’analfabetismo non è dato solo dalla miseria, ma anche dall’isolamento (…). L’adulto durante il corso deve essere motivato, deve avere delle ragioni, lo stimolo a fare determinate cose. Bisogna interessarlo, non possiamo trasferire ad altri motivazioni che sono nostre, ma che non trovano riscontro nell’analfabeta”. E così Conte scarta l’idea di cominciare dalle singole lettere o dalle vocali, perché l’adulto non è come il bambino che ripete mnemonicamente. E parte “dai suoni semplici delle parole” a lui più congeniali: amicizia, casa, acqua, igiene, paga, lavoro, alfabeto, Dio, sciopero, famiglia, guadagno.