Marco, 43 anni, musicista. Ha una licenza di porto d’armi per uso sportivo dal 2018.

La paura che arma l’Italia

Marco, 43 anni, musicista. Ha una licenza di porto d’armi per uso sportivo dal 2018.
03 dicembre 2018 10:06

“Questa è una Smith & Wesson 38 special uguale a quella che aveva Agostino. Quando la comprò negli anni settanta lo fece perché credeva che avrebbe così reso più sicura la sua famiglia”. È il 28 giugno 2018 quando Luca Di Bartolomei pubblica su Twitter questa frase, seguita dalla foto di una pistola. Agostino è il calciatore Agostino Di Bartolomei, padre di Luca e capitano della Roma che vinse lo scudetto nel 1983: si è suicidato con un colpo di pistola il 30 maggio 1994.

Il tweet scatena un dibattito tra chi auspica più controlli sulle armi e chi invece vuole essere libero di tenerle a casa per legittima difesa. Ad attirare l’attenzione di Di Bartolomei, che gestisce una società di comunicazione, è una domanda in particolare: “Un’insegnante di liceo di Cecina mi ha chiesto se mi sarei sentito più sicuro con una pistola in casa, per difendere la mia famiglia nel caso venisse qualcuno a rubarmi quello che ho guadagnato”, racconta al telefono.

È la dimostrazione che le armi sono “sempre più tollerate nella nostra società,” dice, “mi impressiona che la priorità sia diventata la difesa del patrimonio”. Di Bartolomei non è contrario alle armi in senso assoluto: “La famiglia di mia nonna era una famiglia di cacciatori, mio nonno era un poliziotto. Ho ereditato delle armi e riconosco il fatto che l’Italia ha una lunga tradizione nella produzione di armi”, spiega. Tuttavia, la storia di suo padre l’ha convinto che servono più regole per evitare altre tragedie. Le armi “non sono strumenti neutri”, dice.

Le statistiche confermano che l’opinione pubblica sta cambiando, ed è sempre più favorevole al possesso di pistole e fucili per difendere famiglia e abitazione. Nello stesso giorno in cui Di Bartolomei pubblicava il suo tweet un rapporto del Censis e di Federsicurezza (l’organizzazione federale imprenditoriale che raccorda le associazioni della vigilanza privata) indicava che il 39 per cento degli italiani è favorevole a norme meno rigide sulla legittima difesa. Tre anni fa era il 26 per cento. Dati che hanno spinto il ministro dell’interno Matteo Salvini ad annunciare prima e a proporre poi una legge sulla legittima difesa in discussione al parlamento. E che lo spingono a dichiarare, il 28 novembre, poche ore dopo che un commerciante ha ucciso un ladro entrato nella sua azienda in provincia di Arezzo: “Sto con lui”.

Percezioni e realtà
Eppure i dati dello stesso ministro dell’interno dicono che l’Italia è un paese sempre più sicuro. Il numero di crimini è in calo da anni, rivela il Censis. I reati denunciati nel 2017 sono stati 2.232.552, il 10,2 per cento in meno rispetto al 2016. Da due anni gli omicidi sono scesi sotto i 400 all’anno: nel 2016 sono stati 397, 343 nel 2017, mentre nel 1991 furono 1.916. Inoltre, tra il 2016 e il 2017 le rapine sono passate da 45.857 a 28.612, mentre i furti sono scesi da circa 1,4 milioni a poco meno di 1,2 milioni.

Se però guardiamo alle statistiche sulla percezione dell’insicurezza, il quadro cambia radicalmente. Il Censis dice che il 31,9 per cento degli intervistati percepisce un rischio criminalità nella zona in cui vive.

Nonostante i reati siano in calo, si legge nel dossier, il 78 per cento degli italiani è convinto che “si debba avere paura degli altri”: tra chi ha più di 65 anni questa percentuale raggiunge l’83 per cento, mentre tra chi ha meno di 17 anni scende al 73.

A un’alta percezione di insicurezza, corrisponde un aumento delle licenze di porto d’armi in Italia. Secondo i dati del ministero dell’interno, citati dal Censis, nel 2017 si contavano nel nostro paese 1.398.920 licenze di porto d’armi, da quelle per la caccia a quelle per la difesa personale: sono aumentate del 20,5 per cento rispetto al 2014 e del 13,8 per cento rispetto al 2016.

“Devo difendermi”
A volersi armare sono persone comuni. È il caso di un consulente del lavoro che vive e lavora in una cittadina in provincia di Milano. Lo incontro nel suo ufficio e mi chiede subito di poter rimanere nell’anonimato, anche se racconta volentieri perché ha deciso di tenere a casa sua una Beretta calibro 22 e un fucile Winchester a pompa: “Di fronte a un estraneo in casa ci possono essere due possibilità: o subisco o cerco di difendermi, io ho scelto la seconda possibilità”.

Alle armi ci è arrivato attraverso la passione per il tiro a volo, che praticava in un campo vicino a casa. Quando la struttura ha chiuso, qualche anno fa, ha smesso, ma non ha rinunciato alla Beretta e al Winchester. “Ovviamente spero di non doverle usare mai. Non vado in giro a fare il pistolero, se vedo un ladro da un vicino non mi metto sparare e il mio fucile è caricato con proiettili in gomma, non letali”, mette le mani avanti.

Susanna, 42 anni, modella. Ha una licenza di porto d’armi per uso sportivo dal 2007.

L’idea di trovarsi un ladro in casa lo preoccupa tanto: “Ho anche preso alcune precauzioni, per esempio tengo un martello sotto il letto e ho messo le grate a porte e finestre, tanto che ora casa mia sembra una prigione”. Se qualcuno dovesse comunque riuscire a entrare non avrebbe dubbi su come reagire: “Non posso chiedere al ladro se è armato o meno, devo difendermi”. Gli chiedo se ha mai subito un furto, o un tentativo di furto. La risposta è no.

Le organizzazioni e i gruppi su Facebook
È più o meno quello che pensa chi si iscrive a gruppi su Facebook come Legittima difesa abitativa o Difesa legale dei possessori d’arma. Il primo ha più di 21mila iscritti, mentre il secondo quasi 27mila. Negli ultimi trenta giorni, sul secondo sono stati pubblicati centinaia di post: commenti a fatti di cronaca nera, informazioni tecniche sulle armi, elogi a Salvini e a Vladimir Putin. Non mancano le critiche ai partiti “disarmisti”, come sono chiamate le forze politiche che vogliono più controlli sulle armi. “Il gruppo è nato nel 2015”, racconta Concezio Alicandri-Ciufelli, un addetto al controllo qualità in un’azienda di Teramo, tra gli amministratori della pagina Diefesa legale dei possessori d’arma.

Appassionato di armi, come il padre e il nonno, Alicandri-Ciufelli sostiene che i mezzi di informazione distorcono la verità quando si tratta di legittima difesa. “Da come la raccontano, sembra che un ladro venga freddato appena entra in una casa, ma non è così. Spesso basta accendere una luce o alzarsi dal letto per farlo fuggire, però ci sono stati casi in cui chi aveva intenzione di rubare è andato avanti”, dice. “In questi casi è meglio avere un’arma in casa che non averla. Certo, potrei sempre provare a rompere un posacenere da un chilo in testa a qualcuno, però una pistola ha un effetto deterrente maggiore. Con una pistola invece io posso sparare un colpo in aria e al 99 per cento il ladro scappa, così evito di far male e di farmi far male”.

Alicandri-Ciufelli non è il solo a essere convinto che chi ha un’arma sia ingiustamente criminalizzato. “Se si troverà a doverla usare e lo farà, quasi sicuramente sarà attaccato dall’opinione pubblica”, accusa Maurizio Corsica Piccolo, un imprenditore milanese che ha fondato l’Associazione utilizzatori delle armi (Auda), che si batte per “conseguire il diritto ad avere e possedere e portare armi e utilizzarle per ogni scopo lecito”.

“Quando vado a dormire chiudo a chiave la camera da letto, come mi ha insegnato mio padre”, dice Corsica Piccolo, “così se entra un ladro non mi aggredisce, o se vuole aggredirmi nel tempo che cerca di buttare giù la porta posso svegliarmi e difendermi”.

Per Corsica Piccolo pistole e fucili sono troppo demonizzati. Un atteggiamento che secondo lui è in contrasto con il fatto che l’Italia ha una lunga storia di paese produttore di armi: “Questo settore costituisce lo 0,8 del nostro prodotto interno lordo, e dà lavoro a 80mila persone. Eppure vogliamo buttare tutto questo dalla finestra”.

Il trucco
Ma quante armi ci sono in Italia? Dare un quadro dettagliato non è facile. Il ministero dell’interno, che registra tutti gli acquisti legali, non rende noti i dati. La stima più affidabile è quella della Small army survey, un centro di ricerca con sede in Svizzera che parla di 8,5 milioni di armi – a parte quelle in mano alle forze armate e dell’ordine. Si tratta però di un dato che risale a dieci anni fa e che non è stato più aggiornato. Secondo alcuni analisti come Giorgio Beretta dell’Osservatorio permanente sulle armi leggere (Opal), le armi in Italia sarebbero circa 10-12 milioni.

Pippo, 66 anni, commerciante. Ha una licenza di porto d’armi per uso sportivo dal 1988.

Secondo lui uno dei problemi è la scarsa trasparenza sulle cifre: “Perfino il ministero dei trasporti pubblica un rapporto con il numero delle patenti rilasciate, quelle ritirate e i bocciati all’esame, perché quello dell’interno non fa lo stesso con le licenze di porto di armi e con i nulla osta?”, mi dice Beretta al telefono. Avere accesso a questi dati, dice, “consentirebbe di capire meglio alcuni aspetti critici: oggi conosciamo quanti morti per incidenti stradali ci sono ogni anno, ma non i morti ammazzati con armi regolarmente detenute, o i tentati omicidi, e questo è un problema”.

Non sappiamo quante armi ci sono ufficialmente in Italia, ma sappiamo quanto poco basti per comprarne una. Non serve nemmeno la licenza: basta essere incensurato e presentare una domanda in carta libera alla questura, insieme a un certificato medico che attesti la propria salute fisica e mentale. A quel punto, nel giro di tre mesi si otterrà un nulla osta che vale trenta giorni, ma che permette solo di comprare pistole e fucili per portarli a casa. Per questo motivo quasi tutti preferiscono avere un porto d’armi, che dura cinque anni e consente di portare le armi al poligono o perfino in ufficio, purché scariche e ben costudite.

Le licenze sono diverse. Quelle rilasciate alle guardie giurate o a chi vuole comprare un bastone animato – un bastone da passeggio che nasconde al suo interno una lama – sono poche centinaia. Altre – come quelle per legittima difesa, per la caccia o per il tiro al bersaglio – sono molto più diffuse.

E qui arriva il trucco: molti, per comprarsi un fucile o una pistola, ricorrono al porto d’armi per uso sportivo, anche se in realtà non lo fanno per andare al poligono ma per difendersi da eventuali ladri o aggressori. Ufficialmente, dovrebbero richiedere un porto d’armi per difesa personale, ma per ottenerlo bisogna spiegare quali sono i motivi per cui è necessario portare un’arma, e i criteri di assegnazione sono molto stretti. Tanto che in alcune città come Milano la totalità delle richieste è respinta. In particolare, da quando nel 2015 l’imprenditore Claudio Giardiello ha ucciso tre persone e ne ha ferite altre due all’interno del tribunale del capoluogo lombardo, i controlli si sono fatti ancora più severi.

Ottenere un porto d’armi per caccia o per fare sport invece è più semplice, i documenti da presentare sono gli stessi per il nulla osta. Oggi, dopo che l’Italia ha recepito la direttiva europea 477molto criticata dalle associazioni che chiedono più controlli – grazie a queste licenze si possono detenere fino a 12 armi sportive e sono aumentati i colpi con cui è possibile caricare le armi corte e quelle lunghe: 15 e 20, anziché 5 e 15.

Questo non significa che l’attività sportiva non esista, ma non basta a giustificare l’aumento delle licenze di porto d’armi sportive. Come ha spiegato La Stampa, negli ultimi anni gli iscritti alle associazioni di tiro Fitav e Uits sono cresciuti di poche migliaia, ma le licenze di porto d’armi per uso sportivo sono passate da 373mila nel 2013 a 470mila nel 2016.

Adelaide, 91 anni, casalinga. Ha la licenza di porto d’armi dal 1998.

Avevano licenze per uso sportivo sia Luca Traini, l’attentatore di Macerata, sia Giardiello, che l’aveva ottenuta nonostante il parere negativo ma non vincolante dei carabinieri, e l’aveva chiesta con l’esplicita intenzione di sparare a chi riteneva lo avesse danneggiato. “Nessuno pensa che chi possiede un’arma voglia ammazzare qualcuno, tuttavia, come evidenzia un rapporto del Censis, avere un’arma in casa rappresenta una formidabile tentazione di usarla e molti assassini sono risultati in possesso di regolare licenza”, dice Beretta. L’analista dell’Opal chiede regole molto più severe delle attuali per le licenze sportive: “A chi fa tiro a segno dovrebbero essere concesse solo armi per praticarlo e non dovrebbe essergli permesso di avere munizioni in casa, visto che a casa non si spara a un bersaglio”.

L’obiettivo di Matteo Salvini
È in questo clima, fatto di insicurezza percepita e di armi sempre più diffuse, che il ministro dell’interno Salvini vorrebbe modificare l’articolo 52 del codice penale che regola la legittima difesa. Non è la prima volta che la politica ci prova. L’oggetto del contendere è sempre la stessa frase dell’articolo: “Non è punibile chi ha commesso il fatto, per esservi stato costretto dalla necessità di difendere un diritto proprio od altrui contro il pericolo attuale di un’offesa ingiusta, sempre che la difesa sia proporzionata all’offesa”. Il problema è capire cosa significhi “necessità” e “proporzionata all’offesa” perché, se si violano questi princìpi, scatta l’articolo 55, cioè “l’eccesso colposo”.

Nel 2006 è stato aggiunto un secondo comma, fortemente voluto dalla Lega, che ha allargato le maglie della legittima difesa a casa, negli uffici, nei bar e nei negozi: chi ha un’arma può usarla per “difendere a) la propria o altrui incolumità; b) i beni propri o altrui, quando non vi è desistenza e vi è pericolo di aggressione”. L’unione delle camere penali aveva protestato fin dall’inizio. “Purtroppo è stata approvata un’altra legge ingiusta: autorizza la ‘legittima offesa’ anche nei confronti di chi non rappresenta un pericolo per la incolumità del cittadino”, aveva detto il presidente Ettore Randazzo.

Nonostante queste modifiche l’Italia ha ancora una legge piuttosto restrittiva rispetto ad altri paesi. Negli Stati Uniti il diritto di possedere armi è inviolabile e alcuni stati riconoscono il diritto a sparare a un intruso solo perché ha violato un domicilio, secondo il vecchio principio della castle doctrine (“la mia casa è il mio castello”). In Germania “se l’autore del reato supera i limiti dell’autodifesa a causa di confusione, paura o terrore, non sarà punito”. Nel Regno Unito dal 2013 è consentito un uso sproporzionato della forza per difendersi da intrusi a casa propria, a cui però non si può sparare alla schiena se fuggono.

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La proposta di Salvini è già stata approvata in senato. Se diventerà legge estenderà di molto il principio di legittima difesa. Il testo infatti cambia sia l’articolo 52 sia il 55 e “stabilisce la presunzione di legittima difesa nella ipotesi in cui: sia stato compiuto un atto per respingere l’ingresso o l’intrusione in un immobile mediante violenza o minaccia di uso di armi da parte di una o più persone”. Dunque, basterà la “minaccia di uso di armi” per sparare, non il fatto che il ladro abbia effettivamente una pistola in mano.

Con la nuova legge anche il solo fatto di avere agito “in stato di grave turbamento, derivante dalla situazione di pericolo” sarà un buon motivo per riconoscere la legittima difesa. Allo stesso tempo sono aumentate le pene per i ladri, fino a un massimo di quattro anni di carcere per la violazione di domicilio e fino a sette anni per il furto. Mentre la sospensione condizionale della pena sarà “subordinata al pagamento integrale dell’importo dovuto per il risarcimento del danno alla persona offesa”. Al contrario, per chi esercita la legittima difesa le spese legali saranno a carico dello stato.

Tutto questo è il frutto di anni di retorica che ha gonfiato le paure di tanti italiani. Come si è visto, i crimini diminuiscono, ma le persone si sentono sempre più minacciate e pensano che serva la forza per difendersi. “Ma le armi portano solo a cose peggiori”, dice Luca Di Bartolomei, “se noi pensiamo che un orologio d’oro o le chiavi della macchina siano paragonabili alla vita di una persona, allora per forza accadono cose gravissime”.

Le immagini di questo articolo fanno parte della serie “Army”, in cui il fotografo Francesco Pizzo ha chiesto ad alcune persone di posare con la propria arma per indagare la percezione del senso di sicurezza in Italia.

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Claudia Grisanti