Durante un comizio del presidente statunitense Donald Trump a Lewis Center, Ohio, il 4 agosto 2018.

Come nasce una teoria del complotto e come affrontarla, seconda parte

Durante un comizio del presidente statunitense Donald Trump a Lewis Center, Ohio, il 4 agosto 2018.
29 ottobre 2018 10:15

Seconda puntata di un’inchiesta in due parti sulle teorie del complotto. La prima si può leggere qui.

QAnon alla Casa Bianca
Il 31 luglio 2018 una folla entusiasta ha accolto Trump a Tampa, Florida, indossando magliette di QAnon e alzando cartelli con scritto “Noi siamo Q”. Hanno rubato la scena al presidente, e i giornalisti hanno parlato solo di loro. È stata la definitiva irruzione di QAnon nelle cronache nazionali e, di lì a poco, internazionali. Su 8chan, Q ha commentato: “Benvenuti nel mainstream. Sapevamo che questo giorno sarebbe arrivato”.

Se prima di Tampa il presidente poteva aver ammiccato ai “fornai” scrivendo “17” in un paio di tweet, ora gioca col complotto in modo scoperto. Il 24 agosto 2018 Trump riceve nello studio ovale Lionel Lebron, sessant’anni, conduttore radiofonico e apostolo di QAnon. Lebron pubblica subito la foto in cui appare, gongolante, in posa col suo eroe.

In pratica, Trump ha accolto alla Casa Bianca un tale che accusa due suoi predecessori – Obama e Clinton – di capeggiare una setta satanica di pedofili. Accusa estesa all’intera opposizione e ad alcuni repubblicani, come il senatore John McCain, che proprio in quelle ore sta morendo.

L’episodio riassume la bizzarria dell’intera vicenda. Di solito il complottismo si dice contro i “poteri forti”. La postura del complottista è quella di chi denuncia malvagità e ipocrisie del potere. In questo genere di storie è raro che il buono sia il capo del governo, figurarsi il politico più potente della Terra. Ma QAnon racconta proprio questo. “Stavolta gli eroi sono già al potere”, scrive Molly Roberts sul Washington Post, “eppure i seguaci di QAnon continuano a vedersi come vittime. Come mai, anche con il loro uomo alla Casa Bianca, si sentono così sotto attacco?”.

Sul New York Times, Michelle Goldberg dà una risposta: QAnon serve a ridurre “la dissonanza cognitiva causata dal divario fra Trump come lo immaginano i suoi fedeli seguaci e Trump com’è nella realtà (…). Non ti metti a fantasticare che il tuo leader sia un genio nascosto se non ti rendi conto che agli occhi di molti sembra tutt’altro. Non ti serve una storia esoterica su come segretamente la tua parte stia vincendo, se sta vincendo davvero”.

Il ceto medio bianco che ha votato Trump aveva aspettative enormi. Aspettative di rivalsa, anzi, di catarsi. Trump le ha incoraggiate in ogni modo, ma ora siamo a metà mandato e non c’è stata alcuna palingenesi o rinascita. Peggio ancora, non c’è stato nemmeno un miglioramento: nessuna misura è stata introdotta per frenare l’impoverimento del ceto medio.

La conclusione ovvia sarebbe: Trump non sta facendo nulla per i suoi elettori. Ma sarebbe come ammettere di essersi illusi, di aver creduto a diversivi: la sicurezza, gli immigrati, il muro al confine con il Messico… Credere a QAnon aiuta a non sentirsi traditi e truffati: sembra che Trump non stia facendo nulla per i suoi elettori; in realtà, combatte una battaglia segreta contro i pedofili che hanno in mano il pianeta.

Ma il nazionalismo degli elettori di Trump che gridano “Make America great again!” è inconciliabile con lo scenario dell’inchiesta Mueller. Il presidente indagato per aiuti che avrebbe ricevuto dalla Russia di Putin? Inimmaginabile. QAnon risolve anche questo dilemma: sostenendo che il compito di Mueller non è indagare Trump ma colpire la cricca dei pedofili satanisti, restituisce al presidente il suo alone di patriota.

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Genio, paladino della libertà, difensore dei bambini, salvatore dell’America e del mondo… Come potrebbe Trump non sentirsi lusingato? Forse per questo non prende mai le distanze, anzi, cavalca l’onda.

Ormai la curiosità per QAnon è alle stelle ed escono articoli in tutto il mondo. Ogni riga scritta su 8chan e Reddit finisce sotto i riflettori e si riattiva un circolo vizioso, quello tipico del rapporto tra giornalismo mainstream e complottisti. Lo fa notare Paul Musgrave sul Washington Post: “QAnon e altri fenomeni simili sono largamente amplificati dai mezzi di informazione. Negli ultimi anni (…) abbiamo imparato molto su come le comunità di internet possano manipolare l’attenzione pubblica per sembrare più grandi e potenti di quanto siano”.

Su The Guardian, Whitney Phillips rincara la dose: “Tante reazioni giornalistiche alle tattiche di manipolazione mediatica adottate dai troll sono rimaste uguali nel tempo. Di fatto, la copertura giornalistica ha incentivato proprio i comportamenti che condanna. In questo modo, garantisce che le medesime tattiche saranno usate anche in futuro, perché si sono dimostrate efficaci”.

Eppure alcune di quelle tattiche si sono dimostrate efficaci anche per smontare il complottismo e disinnescare il panico morale. È accaduto in Italia, e forse da quella storia si potrebbero trarre utili indicazioni.

Luther Blissett project
Nella tarda primavera del 2018 il collettivo Wu Ming riceve questo messaggio: “A quanto pare, qualcuno ha preso il vecchio manuale di strategie di Luther Blissett e ne ha fatto una teoria del complotto per l’alt-right”. Segue un link a un articolo di Vice dedicato a QAnon. Il mittente è un vecchio amico, Florian Cramer, docente di cultura visiva alla Willem de Kooning academy di Rotterdam, nei Paesi Bassi. Poco dopo ci scrivono altre persone, perché la storia di QAnon suona familiare. Ma cos’è il “manuale di strategie di Luther Blissett”? E che c’entra con QAnon?

Per rispondere, bisogna tornare al 1994. A partire da quell’anno, centinaia di attivisti, artisti e agitatori culturali adottano lo pseudonimo Luther Blissett per firmare opere, performance e azioni di vario genere. È un gioco di ruolo dal vivo, e durerà cinque anni. Consiste nel creare la reputazione di un provocatore immaginario, un personaggio mitico a metà tra il “bandito sociale” e il “trickster”. Per ragioni che non saranno mai chiarite si sceglie il nome di un ex calciatore inglese, transitato nel Milan per una sola stagione, nel 1983-1984, poco prima dell’era Berlusconi.

Luther Blissett agisce in diversi paesi, ma il fenomeno si radica soprattutto in Italia, dove opera una rete di collettivi, il Luther Blissett project (Lbp), i cui nodi principali sono a Bologna e a Roma. In breve tempo, l’Lbp diventa noto per alcune beffe molto elaborate ai danni dei mezzi di informazione.

Spesso chi critica il complottismo arriva a sostenere che i complotti non esistono

Nel dicembre 1994 una troupe della trasmissione Chi l’ha visto? cerca, tra Friuli Venezia Giulia e Regno Unito, l’illusionista inglese Harry Kipper, scomparso mentre girava l’Europa in bicicletta per tracciare sulla mappa la parola “ART”. È sparito lungo l’asta verticale della T, al confine tra Italia e Slovenia. Storia intrigante, ma falsa in ogni dettaglio, perché Kipper non esiste.

Nel 1998 il mondo dell’arte si appassiona alle opere e alla biografia di Darko Maver, artista serbo inventato di sana pianta, del quale Blissett simulerà perfino la morte in un carcere di Podgorica, sotto i bombardamenti aerei della Nato.

Sono solo due esempi tra i molti possibili. Ogni volta Blissett rivendica, spiegando quali difetti del sistema dell’informazione e quali automatismi culturali ha sfruttato per diffondere le false notizie.

Riviste d’arte e quotidiani che raccontarono la beffa su Darko Maver.

La spiegazione è sempre il momento più importante. Le beffe puntano ad attirare l’attenzione su temi sensibili e sui modi in cui i mezzi di informazione ne parlano. Per questo, quando anche in Italia monta il panico morale su pedofilia e satanismo, l’Lbp si chiede come sgonfiarlo.

Una delle prime mosse è procurarsi il libro di Debbie Nathan e Michael Snedeker Satan’s silence. Ritual abuse and the making of a modern american witch hunt, uscito negli Stati Uniti nel 1995. Gli autori ricostruiscono la genealogia dell’abuso rituale satanico (Sra), denunciano la terapia della memoria recuperata, mettono in fila casi di falso ricordo e forniscono elementi per riaprire diverse inchieste.

Nel gennaio 1996, l’arresto dei Bambini di Satana è l’occasione per agire.

La tarantella dei satanisti
Blissett programma una serie di beffe per mostrare quanto sia facile indurre panico morale nell’opinione pubblica, e per attirare l’attenzione su una controinchiesta collettiva, I Carlini di Satana, che uscirà a puntate sul periodico bolognese Zero in condotta (Zic). A partire dal settembre 1996, ogni settimana Blissett esporrà contraddizioni del teorema accusatorio, criticherà la linea della procura e mostrerà le dinamiche della mostrificazione a mezzo stampa.

La beffa più complessa – in realtà un insieme di beffe concatenate – si svolge a Viterbo. Comincia nel febbraio 1996 ma sarà rivendicata solo a marzo dell’anno dopo.

A leggere i giornali di quei mesi, Viterbo sembra assediata dal Maligno e i boschi dei dintorni affollati di satanisti. I giornali pubblicano più volte i comunicati di un gruppo di anonimi vigilantes cattofascisti – il Comitato per la salvaguardia della morale (Cosamo) – impegnato a interrompere messe nere e riempire i satanisti di legnate. Niente di tutto questo esiste: Blissett spaccia ai giornali dicerie, falsi comunicati e immagini sfocate, materiale ripreso e pubblicato senza alcuna verifica.

Dopo un anno, i satanisti viterbesi passano dalle cronache cittadine a quelle nazionali. L’8 febbraio 1997 Studio Aperto, telegiornale di Italia 1, trasmette un video proveniente dal Cosamo. È un rituale filmato di nascosto. La scena è a lume di candela, si distinguono appena sagome di personaggi incappucciati, chini sulle ginocchia e intenti a pronunciare strane formule. Si sente gridare una ragazza… poi la ripresa si interrompe.

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Blissett spedisce la sequenza completa alla Rai, che la manda in onda il 2 marzo durante Tv7, settimanale di approfondimento del Tg1. Nella parte non inviata a Studio Aperto, gli incappucciati si alzano, qualcuno fa partire una tarantella e tutti, compresa la ragazza, si mettono a ballare. Su la Repubblica, Loredana Lipperini scriverà un resoconto dell’intera beffa.

Nel frattempo, una beffa meno complessa ma molto efficace è avvenuta a Bologna a spese del Resto del Carlino.

È il 2 agosto 1996 e il cronista Biagio Marsiglia rientra dalle vacanze. In redazione trova una busta arrivata settimane prima e indirizzata proprio a lui. Dentro c’è la ricevuta di un deposito bagagli, accompagnata da un messaggio scritto coi titoli di giornale: “Ritira la borsa alla stazione. Riguarda i Bambini di Satana. Importante”.

Marsiglia corre alla stazione. Per ritirare la borsa, che è lì da un mese, deve pagare 295mila lire. Quando la apre, trasecola. Contiene un teschio, altre ossa umane e due fogli: un comunicato del Cosamo, sigla già nota a Viterbo ma non a Bologna, e la fotocopia di un articolo del Corriere di Viterbo intitolato: “Cacciatori di satanisti”.

Il comunicato dice:

Reperto: teschio e ossa umane trafugati durante il famoso rito prima del loro arrivo. Doveva essere usato per il bambino. Più cose tra l’Appennino e la bassa di quante ne contengano le tue cronache. C’è anche una pista viterbese. Con la presente avvisiamo il pubblico della nostra presenza in città (…).

Sul Carlino del giorno dopo appare un articolo con foto a colori dei reperti e il titolo: “Entrano in scena i ‘cacciatori di Satana’ . Un misterioso comitato fa ritrovare al Carlino un teschio, ossa e lettere. Il lugubre fardello era sistemato in uno zainetto. Si tratta di resti sottratti alla setta di Marco Dimitri?”.

Mentre il cronista era in ferie, l’Lbp ha scritto una “rivendicazione preventiva”. È uscita su Zic il 12 luglio col titolo “Un teschio per il Carlino” e raccontava in anticipo quel che sarebbe accaduto. È il principio della predizione in busta sigillata, molto usata dai prestigiatori, ed è la prova che si tratta di una beffa. Teschio e ossa sono autentici, ma hanno più di cent’anni e vengono da un ripostiglio dell’università di Bologna. Un comunicato alle agenzie stampa sottolinea la figuraccia del Carlino e annuncia l’inizio dell’inchiesta a puntate. Incuriositi, si fanno vivi diversi giornalisti. Blissett consegna loro fotocopie di Satan’s silence e altri materiali.

Il Carlino fa finta di nulla, insiste col sensazionalismo e continua a trattare gli imputati da colpevoli, ma altri due giornali – la Repubblica e Mattina, supplemento locale dell’Unità – adottano una linea più scettica. Dubbi sulle accuse ai Bambini di Satana arrivano dal mondo della cultura: prendono posizione scrittori come Carlo Lucarelli ed Enrico Brizzi. La mossa più spiazzante la faranno i centri sociali occupati, accogliendo i Bambini di Satana nel loro coordinamento cittadino 2001, odissea negli spazi.

Il clima intorno al processo è mutato, gli imputati non sono più solo “mostri” e i loro avvocati possono lavorare con meno pressione addosso. L’impianto accusatorio va in pezzi. I Bambini di Satana sono assolti.

Nell’autunno 1997 esce il libro di Luther Blissett sul caso, Lasciate che i bimbi. “Pedofilia”, un pretesto per la caccia alle streghe. Lucia Musti, pubblico ministero al processo, legge e rileva “inciviltà della forma espressiva e abuso del diritto di critica”. Si ritiene diffamata da espressioni come “personaggio assetato di protagonismo e luci della ribalta”, e intenta una causa civile. Le sue richieste? Ritiro del libro dal commercio, distruzione di tutte le copie e un miliardo di lire a risarcimento dei danni morali e materiali. L’atto di citazione si può leggere nel terzo numero della rivista Quaderni rossi di Luther Blissett (gennaio 1999), interamente dedicato alla nuova vicenda giudiziaria.

L’azione legale di Musti inaugura un lungo strascico della campagna sui Bambini di Satana e impedisce all’Lbp di intervenire come vorrebbe nel caso dei “diavoli della bassa”, del quale aveva cominciato a occuparsi.

Il tribunale accoglie le richieste di Musti – seppure ridimensionandole a 80 milioni di lire – ma la sentenza arriva a tiratura del libro esaurita e dopo il fallimento dell’editore. Nessuna copia da sequestrare, niente soldi per il risarcimento. Tra i condannati c’è anche il firmatario del contratto per conto del Luther Blissett project. Molti anni dopo, quel firmatario scriverà il testo che state leggendo.

L’occhio di Carafa nell’America di Trump
Nel marzo 1999 esce il romanzo Q, scritto da quattro componenti dell’Lbp bolognese, tutti veterani della controinformazione sull’Sra.

Q si svolge tra il 1517, anno in cui Lutero inchioda le sue 95 tesi al portone della cattedrale di Wittenberg, e il 1555, anno della “pace di Augusta” che pone fine a un trentennio di guerre di religione. Il romanzo racconta un lungo duello a distanza tra un eretico sovversivo dai molti nomi e un agente provocatore papista. Quest’ultimo infiltra i movimenti radicali dell’epoca e diffonde notizie false inviando lettere firmate con il nome biblico Qohelet (in ebraico, il “radunante”).

Qohelet allude a una sua vicinanza al potere, a informazioni preziose alle quali può accedere: “Già ho avuto modo di illustrarVi come le mie orecchie avrebbero potuto aiutarVi, data la loro prossimità a certe porte che celano intrighi”, scrive al predicatore Thomas Müntzer, guida spirituale dell’insurrezione contadina scoppiata in Svevia nel 1524.

Le missive di Qohelet convincono gli insorti a radunarsi a Frankenhausen, in Turingia, dove cadono in una trappola mortale. La rivolta è sconfitta, ma altre seguiranno: il protagonista del romanzo vi prenderà parte, e Qohelet sarà lì a sabotarle. E a fare rapporto al suo superiore, in dispacci firmati Q.

Il capo di Q è l’arcivescovo Gian Pietro Carafa, che nel corso del libro diventa cardinale, capo dell’inquisizione romana e infine papa col nome di Paolo IV. La carriera di Q segue la sua: dopo un’ultima missione nell’Europa del nord, la più pericolosa, l’agente è chiamato in Italia. Più vicino al potere, ma in posizione defilata. “Nell’affresco sono una delle figure di sfondo”, dice la prima riga del suo diario. È il 1545. L’Italia sarà il luogo della resa dei conti tra i due avversari.

Mentre termina il quinquennio blissettiano e gli autori di Q fondano Wu Ming, il romanzo è tradotto e pubblicato in quasi tutta l’Europa, in buona parte dell’America Latina, in Russia, in Turchia, in Giappone, in Corea del Sud. E negli Stati Uniti, dove esce nel 2004. Lì è apprezzato in alcune nicchie, ma resterà poco noto. Per questo i giornalisti americani, seguendo le briciole di QAnon, tarderanno a fare il collegamento.

Non solo saltano all’occhio le somiglianze tra il Q del romanzo e il Q di 4chan, ma c’è una forte eco tra QAnon e le beffe di Luther Blissett sul satanismo. Se sono coincidenze, sono tante e fanno impressione.

Ci informiamo e scriviamo brevi commenti su Twitter. Il primo è del 12 giugno 2018. Prende corpo l’ipotesi che faremo in interviste e conferenze: forse chi ha creato QAnon aveva in mente il nostro romanzo e le nostre beffe, e voleva prendersi gioco della credulità dei sostenitori di Trump. Presto, però, la beffa è sfuggita di mano e ha acquisito vita propria, coi risultati che vediamo. Ormai è andata troppo avanti nella direzione sbagliata e non è più rivendicabile: chi ammetterebbe di avere avviato, per sventatezza, un gioco di ruolo fascista che scatena pazzoidi armati?

Se davvero QAnon è partito come beffa, ha fatto lo stesso percorso del Piano concepito da Belbo, Diotallevi e Casaubon, i protagonisti di un altro romanzo, uscito nell’ottobre del 1988. Lo ha scritto Umberto Eco, si intitola Il pendolo di Foucault.

“Non si prosegua l’azione secondo un Piano”
La storia narrata nel Pendolo di Foucault comincia nel 1970, si conclude quasi vent’anni dopo e ruota intorno a due case editrici milanesi: la rispettabile Garamond, che pubblica testi universitari e manuali, e la spregiudicata Manuzio, che stampa libri a pagamento, con vere e proprie circonvenzioni di incapace ai danni degli autori. I due marchi non potrebbero sembrare più distanti, ma la proprietà è la stessa, e nei fatti si tratta di un’unica casa editrice.

Dopo la stagione dell’impegno politico, negli anni ottanta l’Italia è in pieno “riflusso”. Molti che hanno sventolato il libretto rosso di Mao ora si interessano alla new age, a dottrine spirituali o a filosofie esoteriche. Milano pullula di psicoterapeuti-santoni, sedicenti alchimisti, circoli rosacrociani eccetera. È un mercato appetibile, e un giorno i tre redattori della Garamond ricevono l’incarico di trovare titoli per due collane dedicate a occultismo, esoterismo, complottismo. Una – Iside Svelata – a pagamento, l’altra – Hermetica – dal taglio più “scientifico”.

Belbo, Diotallevi e Casaubon si trovano sepolti nel ciarpame. Devono fronteggiare un’invasione di dattiloscritti che rimasticano le stesse teorie paranoiche sui templari, i Rosacroce, i massoni e gli ebrei. Nel gergo della casa editrice, gli autori di quei testi sono chiamati “i diabolici”.

Il pendolo di Foucault non è una parodia del complottismo, ma un apologo su quanto sia vano tentare la via della parodia

Per noia e frustrazione, i tre decidono di fare un gioco, o meglio, un esperimento: imitare la logica fallace dei diabolici, intrecciare tutte le teorie del complotto esistenti e produrne una che spieghi l’intera storia del mondo. È la nascita del Piano.

Solo che si fanno prendere dal gioco, fino a smarrirsi nel labirinto. E succede di peggio: in una reazione a catena di equivoci, il Piano diventa vero. O meglio, è creduto vero negli ambienti dei diabolici, con conseguenze tragiche.

Il romanzo comincia a disastro già in corso. Casaubon, l’io narrante, ricostruisce la discesa nell’abisso, mano a mano che gli intenti critici della burla evaporavano e l’ironia lasciava il posto ad altro. “Quando ci scambiavamo le risultanze del nostro fantasticare”, ricorda, “ci sembrava, e giustamente, di procedere per associazioni indebite, cortocircuiti straordinari, a cui ci saremmo vergognati di prestar fede – se ce lo avessero imputato. È che ci confortava l’intesa – ormai tacita, come impone l’etichetta dell’ironia – che stavamo parodiando la logica degli altri. Ma (…) il nostro cervello si abituava a collegare, collegare, collegare ogni cosa a qualsiasi altra cosa (…). Credo non ci sia più differenza, a un certo punto, tra abituarsi a fingere di credere e abituarsi a credere”.

Il pendolo di Foucault non è una parodia del complottismo, ma un apologo su quanto sia vano, e controproducente, tentare la via della parodia. La satira su questi temi può far ridere chi è già scettico, ma per chi vede complotti ovunque non esistono interpretazioni “eccessive”. Non c’è quasi nulla che non possa essere creduto.

Sbrogliare la matassa di QAnon è anche un modo per celebrare il trentennale del romanzo di Eco.

“Una beffa di sinistra”
Dopo Tampa, i giornalisti che seguono QAnon si accorgono dei tweet di Wu Ming. Il 6 agosto 2018 Buzzfeed pubblica un articolo intitolato People think this whole QAnon conspiracy theory is a prank on Trump supporters (C’è chi pensa che l’intera teoria del complotto QAnon sia una beffa ai danni dei sostenitori di Trump), che contiene nostre dichiarazioni – qui la versione integrale dell’intervista – e si diffonde in modo virale. Le somiglianze con il Q di Luther Blissett e l’ipotesi che si tratti di una beffa aprono un nuovo filone d’indagine, e in breve tempo si accumulano interviste e articoli in più lingue su QAnon “beffa di sinistra” o “beffa anarchica”.

Scrivono di questa ipotesi Artnet, Quartz, Spin, Motherboard, Alternet, Süddeutsche Zeitung, L’Humanité, la Repubblica, Telepolis e altri mezzi di informazione. Intervista Wu Ming anche Henry Jenkins, forse il più importante studioso di cultura pop e comunità digitali. Uno “strillo” sulla pagina Facebook di Artnet dice: “All’improvviso la storia di Luther Blissett, il movimento italiano di sabotatori dell’informazione, è diventata importante per il dibattito politico in America”.

La parola prank (beffa) è stata pronunciata, e ha modificato la cornice di senso dentro cui si analizza QAnon. Anche la destra tradizionale, che finora aveva esitato o snobbato i complottisti, prende le distanze da QAnon con decisione. Sul sito conservatore The Federalist Georgi Boorman scrive:

La mitologia di Q è estrema e iperbolica, va molto oltre quella che in contesti più umoristici sarebbe ritenuta satira. Ecco perché si è ipotizzato che Q non sia affatto di destra, bensì qualcuno di sinistra che sta provocando (trolling) la destra.

Alcuni forum trumpisti, come il sub-reddit The_Donald, recepiscono il messaggio e proibiscono riferimenti a QAnon nelle discussioni, lamentando che questa storia li sta facendo sembrare “un branco di idioti”. Branco di cui, evidentemente, fa parte “The Donald” in persona, che dopo pochi giorni riceve Lionel Lebron nello studio ovale.

Complotti veri e immaginari
Per eccesso di reazione, spesso chi critica il complottismo arriva a sostenere tout court che i complotti non esistono, col risultato di sminuire qualunque denuncia, aprendo la porta a chi chiama “complottismo” ogni inchiesta scomoda o manifestazione di pensiero critico.

I complotti sono sempre esistiti, esistono ed esisteranno. Un complotto consiste semplicemente in più persone che si mettono d’accordo in segreto per agire contro qualcun altro. Nel codice penale esistono i reati associativi, che sono reati di complotto.

Ma in questa inchiesta parliamo di una precisa tipologia di complotto: quello politico o politico-criminale. Come distinguere quelli veri?

Di solito i veri complotti politici: a) hanno un fine preciso; b) coinvolgono un numero di attori limitato; c) sono messi in pratica in modo imperfetto, perché la realtà è imperfetta; d) finiscono una volta scoperti e denunciati, cosa che solitamente avviene dopo un periodo piuttosto breve, anche se gli effetti possono persistere a lungo; e) sono inseriti nel loro contesto storico e inseparabilmente legati a esso.

Smontare le teorie del complotto è facile. Il difficile è convincere chi ci crede a non crederci più

Corrisponde a questa descrizione il complotto politico per antonomasia, il Watergate, che ha donato un suffisso a molti dei successivi: Irangate, Gamergate, Pizzagate, Pedogate, una lista lunghissima.

Quel complotto: a) aveva un fine preciso: spiare i nemici di Richard Nixon e sabotarne le attività; b) coinvolgeva una cerchia ristretta di collaboratori di Nixon – passati alla storia come “i sette del Watergate” – e una squadra di guastatori soprannominati “gli idraulici”, dediti al cosiddetto ratfucking (fottere i ratti, cioè creare problemi ai Democratici); c) fu attuato in maniera confusa e maldestra, tanto che gli idraulici furono sorpresi mentre nascondevano microfoni nella sede del Partito democratico al Watergate hotel di Washington; d) fu scoperto e indagato dopo poco più di un anno, nel giugno 1972, e anche se Nixon si dimise solo nel 1974, il ratfucking cessò subito; e) ha definito un’epoca della storia americana: ricordare il Watergate equivale a ricordare gli Stati Uniti degli anni settanta.

Se restiamo in quel decennio ma ci spostiamo in Italia, vediamo che i principali complotti politici dell’epoca furono portati avanti ­– con molte pecche e sbavature – da un numero considerevole ma comunque limitato di persone in seguito identificate, indagate, il più delle volte processate. Terroristi, infiltrati, agenti segreti, faccendieri, piduisti… Di quasi tutti conosciamo nomi e cognomi.

Nonostante si insista più spesso sui “misteri” che sulla conoscenza accumulata negli anni, di quei complotti sappiamo molto. Spesso furono investigati e denunciati in tempo reale: il complotto per incolpare gli anarchici della strage di piazza Fontana fu compreso e denunciato quasi subito ­nella controinchiesta La strage di stato.

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La “strategia della tensione” durò una quindicina d’anni e terminò insieme alla fase storica di cui era parte. I suoi fini – anticomunisti, antisindacali, reazionari – sono stati individuati con buona approssimazione. Molti responsabili non hanno pagato, ma la verità storica è in gran parte acquisita.

Il complottismo, invece, rovescia ogni caratteristica dei complotti reali. Qui i complotti: a) hanno il fine più vasto immaginabile: dominare, conquistare o distruggere il mondo; b) coinvolgono un numero di attori potenzialmente illimitato, che cresce a ogni resoconto, dato che chiunque neghi l’esistenza di un complotto è immediatamente denunciato come complice; c) il loro presunto svolgimento è coerentissimo, perfetto, tutto figura attuato secondo i piani e nel minimo dettaglio; d) proseguono anche se descritti e denunciati in innumerevoli libri, articoli e documentari; e) durano indefinitamente: alcuni sono in corso da decenni, perfino secoli. Il complotto templare, a sentire chi ci crede, dura da ottocento anni, trascende ogni epoca e contesto storico.

In fondo smontare le teorie del complotto è facile, basta isolarne le caratteristiche. Il difficile è convincere chi ci crede a non crederci più.

Cosa non va nel debunking?
Per debunking si intende lo smontaggio razionale di una “bufala”, termine che volta per volta indica una teoria del complotto, una notizie falsa, una leggenda urbana, una dottrina pseudoscientifica o una truffa basata sul paranormale. Il debunking è praticato da giornalisti, blogger e associazioni dedite allo scetticismo scientifico, come il Comitato italiano per il controllo delle affermazioni sulle pseudoscienze (Cicap).

Da alcuni anni c’è molta attenzione per il debunking, sempre più persone lo praticano e si tengono anche dei corsi, eppure le teorie del complotto già smontate continuano a circolare e intanto ne nascono di nuove, che si diffondono rapidamente. Perché?

Magliette di QAnon in vendita a Houston, Texas, il 22 ottobre 2018, prima dell’incontro tra Donald Trump e il senatore repubblicano Ted Cruz.

I teorici del complotto lavorano sullo stupore, sulla fascinazione, sui punti di vista inconsueti. Nel fare questo, intercettano e soddisfano bisogni autentici: nelle nostre vite abbiamo bisogno di sorpresa, meraviglia, nuove angolature da cui guardare il mondo e sentirci diversi. I teorici del complotto forniscono tutto ciò e fanno sentire speciali i loro seguaci. Non a caso usano la metafora della “pillola rossa” tratta dal film Matrix: prendere la pillola rossa significa scoprire la verità sul complotto e vedere finalmente la griglia nascosta della realtà.

Al contrario, i debunker hanno spesso la postura del guastafeste, di chi fa scoppiare il palloncino con uno spillo. Tanto più se si fanno forti di un’autorità politica, giornalistica o accademica, e trattano gli interlocutori da sprovveduti.

Riferendosi al dibattito italiano sui vaccini, il divulgatore scientifico Andrea Capocci ha parlato di “approccio muscolare e tecnocratico” al debunking, atteggiamento che “piace molto ai media ma non sposta nulla”. L’attacco frontale del debunker al suo interlocutore produce scintille, fa spettacolo, soprattutto se condito da epiteti come “ignorante” o “asino”, ma anziché convincere genera risentimento. L’interlocutore si irrigidisce nella posizione che sente “alternativa”, così il debunker passa per mero difensore dello stato delle cose e ottiene il risultato opposto a quello desiderato.

Il paradosso è che a difendere lo stato delle cose sono proprio le teorie complottiste. Nell’aprile del 2018 la rivista scientifica Political Psychology ha pubblicato uno studio dal titolo Blaming a few bad apples to save a threatened barrel: the system‐justifying function of conspiracy theories (Incolpare poche mele marce per salvare un cesto in pericolo: la funzione delle teorie del complotto è giustificare il sistema). Gli autori spiegano che le teorie del complotto, anche se “rappresentate come alternative e sovversive nei confronti delle narrazioni dominanti”, in realtà “possono rafforzare, anziché minare, il sostegno allo stato delle cose quando la sua legittimità sia minacciata”. Chi crede alle teorie del complotto tende ad accusare piccoli gruppi di cattivi, anziché cercare cause sistemiche. “Imputando tragedie, disastri e problemi sociali all’agire di pochi malvagi,” dice lo studio, “le teorie del complotto possono distogliere l’attenzione dai difetti intrinseci ai sistemi sociali”.

Potremmo definire le teorie del complotto “narrazioni diversive”. Il complottismo parte da problemi reali, ma ingigantisce dettagli, ne dà interpretazioni distorte e addita capri espiatori, dunque distoglie dal lavoro per risolvere i problemi reali.

Per usare una metafora da elettricisti, il complottismo è la “messa a terra” del capitalismo: disperde in basso le energie e impedisce che le persone siano “folgorate” dalla consapevolezza che il sistema non funziona.

Il disastro climatico – come spiega anche Naomi Klein nel suo Una rivoluzione ci salverà. Perché il capitalismo non è sostenibile – ci mette di fronte all’urgenza di cambiare modo di produzione, ma molte energie necessarie al cambiamento sono intercettate e deviate da teorie sulla forma del pianeta (terrapiattismo), sul rilascio nell’atmosfera di agenti psicoattivi (scie chimiche) o sull’immigrazione come grande complotto.

Sì, l’immigrazione. Il disastro climatico influenza i nuovi spostamenti di massa dall’Africa, dal Medio Oriente, dall’Asia, dall’America Latina. Siccità, caldo estremo, alluvioni e uragani rendono vaste parti del pianeta inabitabili o quasi, lacerano il tessuto sociale, contribuiscono a scatenare guerre. Anche la guerra in Siria ha importanti concause climatiche. Tutto questo spinge le persone ad andarsene, e la situazione è destinata a peggiorare. Ma in Italia e in buona parte d’Europa ha preso piede una narrazione diversiva indicata come “sostituzione di popoli”, “sostituzione etnica” o “piano Kalergi”. Si tratterebbe di un piano per popolare l’Europa e l’occidente di neri, musulmani e vari soggetti che minacciano “le nostre radici” o tout court “la nostra razza”. E chi è il burattinaio, l’uomo che muove le migrazioni mondiali? Naturalmente George Soros. Perché faticare con la critica dell’economia politica e con la climatologia, quando la spiegazione è così semplice?

Servono pratiche di debunking che riconoscano i bisogni intercettati dal complottismo e affrontino il nucleo di verità senza il quale nessuna teoria del complotto potrebbe funzionare.

Mostrare la sutura
Spesso i debunker hanno chiesto aiuto ai prestigiatori per smascherare medium, paragnosti e sensitivi, cioè prestigiatori che spacciavano i loro trucchi per autentici poteri. È una tradizione che risale a Harry Houdini, grande nemico dello spiritismo. James Randi ha svelato gli espedienti del paragnosta Uri Geller e le truffe del televangelista Peter Popoff. Silvan ha duplicato le operazioni dei “chirurghi spirituali” filippini. Nel libro ROL. Realtà o leggenda? Mariano Tomatis ha spiegato le tecniche del sensitivo Gustavo Rol.

Finora abbiamo chiamato gli illusionisti solo per la parte distruttiva. È tempo di lavorare sulla parte costruttiva: come fare debunking in modo nuovo?

Nell’illusionismo contemporaneo si sperimentano pratiche di “autodebunking”, cioè modi di rivelare il trucco dietro un numero di magia senza rovinarne l’incanto, anzi, amplificando il senso di meraviglia, ma spostandolo su un piano di maggiore consapevolezza: dal semplice stupore per l’effetto al più complesso stupore per le tecniche utilizzate e il grande impegno necessario a far riuscire il trucco.

Alex Jones (al centro) intervistato da giornalisti a Watford, Regno Unito, il 6 giugno 2013.

Mariano Tomatis suggerisce di prendere esempio dal duo americano Penn & Teller: “In due numeri davvero sorprendenti – Il gioco dei tre bussolotti e L’uomo tagliato in tre – (Penn e Teller) svelano senza scrupoli il trucco utilizzato: contro ogni aspettativa, ciò non minaccia in alcun modo lo stupore dell’esibizione. Nella prima parte del numero l’appello è all’emozione e all’irrazionalità; la seconda invoca un piacere di segno opposto (…) che nasce dall’apprezzamento dei tecnicismi dietro la magia – quella ‘sutura’ che nella prima parte non si scorgeva”.

L’ultima frase si riferisce all’espressione “mostrare la sutura”, usata sul blog Giap per descrivere sia le rivendicazioni delle beffe blissettiane sia l’uso di “titoli di coda” in alcuni libri di non-fiction creativa.

In un altro numero di Penn & Teller, uno dei due si mette al volante di un camion pieno di blocchi di cemento armato, passa sul corpo dell’altro lasciandolo incolume e poi spiega il trucco, suscitando nel pubblico ancora più entusiasmo.

L’intervento di Wu Ming nel dibattito su QAnon è stato un tentativo di indebolire la teoria del complotto mostrandone la “sutura”, cioè le coincidenze con le beffe e il romanzo di Luther Blissett, e al tempo stesso mantenere il senso di meraviglia, grazie all’evocazione dello spirito di Luther Blissett.

Tentativo solo in parte riuscito. Il problema del complottismo non si risolve con l’intervento tattico di un piccolo gruppo di sperimentatori, ma con strategie messe a punto e attuate dal maggior numero auspicabile di persone. Da un movimento di massa.

Oltre QAnon
Nella tarda estate del 2018 il complottista Alex Jones, tra i massimi responsabili della diffusione di Pizzagate e QAnon, è messo al bando da Facebook, iTunes, YouTube e Twitter. Negli stessi giorni, come già avvenuto col Pizzagate, Reddit chiude i forum di QAnon sulla piattaforma, per via di “contenuti che incitano alla violenza e diffondono dati personali a scopo di molestie”.

Il 21 agosto 2018 due importanti collaboratori di Trump – il suo ex avvocato Michael Cohen e l’ex responsabile della campagna elettorale Paul Manafort – sono riconosciuti colpevoli di reati collegati all’elezione del presidente e alla sua amministrazione, in processi contigui all’inchiesta Mueller, che ora si avvicina al presidente.

In un’altra situazione, la base di Trump avrebbe protestato e manifestato contro la tempesta giudiziaria che stava per colpire il suo capo. Invece, una parte – minoritaria ma significativa – di quella base ha trascorso l’ultimo anno vaneggiando di pedofili e cene sataniche. Erano convinti che le inchieste non fossero vere, e ora non sanno cosa pensare. Per la prima volta la fiducia in QAnon vacilla.

QAnon ha distratto una parte della destra americana in un momento cruciale, e screditato una grossa fetta di sostenitori di Trump. Si potrebbe azzardare che, in fondo, qualcosa dell’intento originario della beffa sia rimasto. Ma anche se fosse, l’esito non compenserebbe i danni fatti. Aizzare con leggende d’odio milioni di persone non può essere la via da seguire.

Una verifica fatta con Google Trends il 21 ottobre 2018 mostra che, dopo il picco d’agosto, l’interesse per QAnon è sceso ai livelli pre-estivi. Anche le “briciole” di Q arrivano su 8chan sempre più di rado, con lunghi intervalli tra una e l’altra.

Il 24 ottobre il secret service (l’ente che si occupa della sicurezza di presidenti ed ex presidenti) e le forze dell’ordine intercettano alcuni pacchi bomba – ordigni molto rudimentali – indirizzati a George Soros, Hillary Clinton, Barack Obama e altri personaggi solitamente presi di mira da Trump, dalla destra e, con la torsione estrema che abbiamo visto, da QAnon. Uno dei destinatari è l’attore Robert De Niro, molto odiato dai sostenitori di Trump.

Pochi minuti dopo le prime notizie, i seguaci di QAnon sono già sulla difensiva. È un false flag, dicono, un’operazione “sotto falsa bandiera”: Clinton e gli altri si sono spediti gli ordigni da soli. Si imbastisce, ma con meno verve del solito, l’ennesima sottoteoria del complotto. Le bombe sono una manovra dei pedofili per incolpare Trump e favorire i Democratici alle elezioni di metà mandato.

E così, dopo quasi un mese di riflettori spenti, i mezzi di informazione tornano a menzionare QAnon, in articoli su come le destre stanno commentando i pacchi-bomba.

Dopo anni trascorsi a descrivere i propri nemici politici come capi di un’organizzazione satanica che tiene bambini in schiavitù e li violenta, si trova – o si finge di trovare – inverosimile che qualcuno possa decidere di passare all’azione e colpire quei nemici.

Il 26 ottobre l’Fbi arresta Cesar Altieri Sayoc, 56 anni, di Aventura, Florida. Sayoc è un fanatico sostenitore di Trump, ma per la comunità di QAnon è un attore, l’arresto è finto ed è parte dell’operazione false flag.

In generale, l’impressione è di stanchezza. Forse il gioco sta logorando i giocatori.

Alla fine del ventesimo secolo il panico morale sull’Sra era scemato, ma la leggenda non era svanita: ai margini dell’attenzione pubblica si era trasformata per poi tornare in scena, nell’America di Trump, come “scena primaria” del Pizzagate e di QAnon. Ora anche QAnon sembra aver perso presa, ma non svanirà, e i suoi elementi continuano a ricombinarsi. Presto o tardi appariranno in nuove forme. E se la storia dell’Sra insegna qualcosa e alcuni segnali dei mesi scorsi non sono fuochi fatui, potrebbe accadere anche da noi.

Il 18 settembre a Trieste il consigliere comunale Fabio Tuiach – ex Lega, ora Forza nuova – ha presentato una mozione contro l’artista Marina Abramović, definendola “nota satanista”.

Lo abbiamo visto nella prima puntata: è una diceria nata col Pizzagate, inglobata in QAnon, portata in Italia dal cospirazionista Maurizio Blondet, diffusa sui social dal nuovo presidente della Rai Marcello Foa e ripresa su Libero.

Alla fiera dell’ovest, per due soldi, la destra italiana una bufala comprò.

Seconda puntata di un’inchiesta in due parti sulle teorie del complotto. La prima si può leggere qui.

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