Seconda puntata di un’inchiesta in due parti. La prima si può leggere qui.

Guarda le scie bianche degli aerei. Guarda quante sono. Sempre più spesso si affiancano e si incrociano, formando una griglia vaporosa che copre gran parte del cielo, quasi da un orizzonte all’altro. Pensaci: ne hai sempre viste così tante?

Quest’esercizio mentale potrebbe essere utile, se si comprendesse che le scie sono un simbolo. Secondo il dizionario De Mauro un simbolo “evoca o rappresenta, per convenzione o per naturale associazione di idee, un concetto astratto, una condizione, una situazione, una realtà più vasta”.

Le scie bianche sono nuvole. Si formano per la condensazione del vapore acqueo presente nei gas di scarico degli aerei. Sono aumentate di numero perché negli ultimi trent’anni, con il successo dei voli a basso costo, il traffico aereo è quadruplicato. Con esso sono aumentate le emissioni di gas serra e sostanze inquinanti e le conseguenze sul territorio: più traffico aereo significa costruzione di nuovi aeroporti, ingrandimento di quelli esistenti, creazione di poli logistici, operazioni immobiliari spinte dalla bolla turistica.

C’è stata una pausa nel 2020, quando dopo i provvedimenti per contrastare la pandemia di covid-19 i voli commerciali internazionali sono diminuiti del 75,6 per cento, ma il traffico è già tornato ai livelli del 2019. In Italia li ha addirittura superati.

Il fitto incrociarsi delle scie è un’immagine forte. Potrebbe tornare utile, se la usassimo come simbolo. Ma non si può, perché se indichi le scie passi per credulone o addirittura per folle, sei colpevole per associazione, sei “come i complottisti”. Cioè coloro che da anni additano il cielo, lo fotografano, lo filmano, denunciano a gran voce l’aumento delle strisce bianche. Per queste persone le scie non segnalano un problema: sono loro stesse il problema. A volte un simbolo rimpiazza la realtà più vasta che dovrebbe evocare. In altre parole, un sintomo è scambiato per il male. Quando succede, è inevitabile sbagliare diagnosi.

Secondo le fantasie di complotto sulle cosiddette scie chimiche, ogni giorno migliaia di velivoli, seguendo le linee di una congiura planetaria, spargono nell’atmosfera miscele di sostanze tossiche, metalli pesanti, solfati e chissà cos’altro. Il fine cambia a seconda delle versioni della storia: condurre esperimenti sulla popolazione, tenerla costantemente ammalata e debole, creare sopra le nostre teste una “fascia chimica psicoattiva” grazie a cui controllare le nostre menti, eccetera. Negli ultimi anni, dalle fantasie sulle scie chimiche sono nate quelle sulla guerra climatica.

Le fantasie di complotto soffrono di una forma di asimbolia, l’incapacità di capire i valori simbolici o i sensi figurati di discorsi, azioni, comportamenti. Quando diciamo che i governi e i padroni ci “succhiano il sangue” stiamo usando una metafora. Ma secondo i seguaci della fantasia di complotto chiamata QAnon, i potenti bevono sangue veramente.

Nel singolo individuo l’asimbolia ha spesso cause neurologiche. Poiché è impossibile che ogni componente delle comunità nate intorno a fantasie di complotto abbia problemi neurologici, dovremo parlare di una forma culturale di asimbolia, creata dagli scambi di messaggi e dall’imitazione reciproca, in contesti fortemente influenzati da determinati bias, pregiudizi, ed errori di ragionamento.

Il punto cieco delle fantasie di complotto

Le fantasie di complotto sulle scie chimiche esemplificano anche uno dei principali paradossi della cultura cospirazionista: c’è un piano segreto, segretissimo, ma i suoi artefici lasciano che sia esposto nei dettagli e denunciato in tantissimi libri pubblicati in molte lingue, innumerevoli articoli, migliaia di video visti da milioni di persone. Libri, articoli e video disponibili sulle piattaforme di proprietà degli uomini più ricchi e influenti del mondo: Sergey Brin e Larry Page, Mark Zuckerberg, Jeff Bezos, Elon Musk.

A proposito di loro Rebecca Solnit ha scritto che i miliardari “sono una minaccia per tutti: la loro mole politica distorce la nostra vita pubblica”, perché “funzionano come poteri non eletti, una sorta di aristocrazia globale autonoma che tenta di governare su tutti. Secondo alcuni le aziende tecnologiche che hanno generato tanti miliardari moderni agiscono con metodi più simili al feudalesimo che al capitalismo, e di certo molti miliardari operano come i signori del mondo, mentre si battono per difendere la disuguaglianza economica che ha reso loro così ricchi e tanti altri così poveri. Usano il loro potere in modi arbitrari, irresponsabili e spesso devastanti per l’ambiente”.

È un vero e proprio punto cieco della fantasia di complotto. I magnati della Silicon valley esercitano sulla nostra società e sulla nostra cultura una delle più estese e arroganti influenze mai viste. Se ci sono persone di cui, con un’iperbole, possiamo dire che “controllano le menti”, sono loro. Se c’è gente che cospira – letteralmente: respira insieme, negli stessi ambienti, in luoghi inaccessibili ai comuni cittadini – è proprio quella. Eppure nessuno li indica come complici del piano delle scie chimiche né, in generale, di alcun altro complotto su scala mondiale. Come mai?

C’è una possibile spiegazione: se Amazon, Facebook, Instagram, X, YouTube e Whatsapp fossero indicati come parte della cospirazione, nella mente di chi la denuncia su quelle piattaforme si produrrebbe una dissonanza cognitiva: percepirebbe il proprio star lì come incoerente, inconciliabile con quel che dice o scrive. Con fatica cognitiva dovrebbe giustificare la contraddizione in qualche modo, oppure rimuoverla. Tutto ciò sarebbe causa di stress. Meglio rimuovere a monte, evitando di pensarci e descrivendo lo scenario più implausibile: un complotto planetario in cui i padroni dei più potenti mezzi di comunicazione del pianeta non hanno alcun ruolo.

Succede qualcosa di simile nella narrazione di QAnon, dove si dice che la Cabal – la setta di satanisti pedofili di cui farebbero parte politici e star di Hollywood – controlla gli Stati Uniti… fatta eccezione per le forze armate, che sono rimaste “sane”. Come sia possibile controllare un paese senza controllarne le forze armate – per giunta gli Stati Uniti, che hanno le spese militari più alte del pianeta e un complesso militare-industriale il cui crescente peso politico fu denunciato già dal presidente Eisenhower – è una questione che i seguaci di QAnon non si pongono. Non possono farlo.

Le peggiori narrazioni

Prima di proseguire è necessario chiarire un punto. Nonostante quanto scritto finora, le fantasie di complotto sul clima non sono le narrazioni più dannose. Neanche il negazionismo conclamato – in Italia espresso da alcuni politici e personaggi da cronaca di costume – è la narrazione più dannosa.

Le peggiori narrazioni sono quelle che fanno greenwashing e spoliticizzano i temi climatici ed ecologici. A promuoverle è un capitalismo che coglie l’opportunità della crisi climatica – crisi causata dai costi esterni della produzione: emissioni, scarti, rifiuti – per continuare a fare profitti, generando nuovi costi esterni ancora poco visibili, come l’impatto ambientale dell’estrazione di litio per le auto elettriche, e pericoli futuri, come gli effetti collaterali delle pseudosoluzioni geoingegneristiche.

Il soluzionismo tecnologico riduce il riscaldamento globale a una questione di momentanea inefficienza tecnica che sarà superata con l’innovazione. Con il boom delle cosiddette intelligenze artificiali generative, questa narrazione è destinata ad avere sempre più presa, ma come scrive Joy Buolamwini, autrice del libro Unmasking Ai: “L’intelligenza artificiale non risolverà il problema del cambiamento climatico, perché le scelte politiche ed economiche sullo sfruttamento delle risorse del pianeta non sono questioni di carattere tecnico. Per quanto possa tentarci, non possiamo usare l’intelligenza artificiale per schivare il duro lavoro di organizzare la società, in modo che il tuo luogo di nascita, le risorse della tua comunità e le etichette che ti ritrovi addosso non determinino il tuo destino. Non possiamo usare l’intelligenza artificiale per evitare discussioni su chi ha potere e chi ne è privo. Dare in outsourcing morale alle macchine le decisioni difficili non risolverà i dilemmi sociali fondamentali”.

Il riduzionismo carbonico consiste nel parlare solo delle emissioni di CO2, rimuovendo dal quadro ogni altro processo: la distruzione di biodiversità, la cementificazione, la manomissione del territorio. In questo modo si può decidere di abbattere decine di alberi e consumare suolo per costruire edifici di classe energetica A4, e dire di aver fatto una scelta green.

Una manifestazione di Fridays for future a Roma, 6 ottobre 2023. (Vincenzo Nuzzolese, Sopa Images/LightRocket/Getty Images)

L’individualismo verde è la narrazione più consolidata. Sostiene che per risolvere i problemi climatici e ambientali si debba puntare sullo stile di vita e le scelte coscienziose del singolo consumatore. In questo modo le responsabilità sono scaricate da monte a valle: dalle decisioni politiche in tema di produzione energetica e industriale alle piccole, sproporzionatamente meno influenti, scelte che chiunque di noi può fare nel quotidiano.

Un esempio eclatante lo fornisce la produzione di plastica. In un’inchiesta pubblicata dal Guardian qualche anno fa Stephen Buranyi ha spiegato come addossare il problema al singolo consumatore sia stata una strategia promossa direttamente dall’industria dei polimeri, con grandi investimenti e lavoro di lobby, per evitare regolamentazioni del settore. Solo da poco tempo ci si è resi conto di quanto ingannevole sia l’idea che basti fare la raccolta differenziata e usare plastica riciclata o compostabile. Come ha titolato qualche mese fa l’Atlantic, “la plastica compostabile è spazzatura”.

Un altro esempio riguarda la già citata auto elettrica. Nell’intersezione tra individualismo verde e soluzionismo tecnologico troviamo l’idea che basti cambiare il parco auto e voilà, potremo continuare come prima, incoraggiando gli spostamenti privati su gomma, senza investire su un trasporto pubblico, capillare e universale. Come per la plastica, i costi esterni di quest’illusione diventeranno visibili con il tempo.

L’eccezionalismo deresponsabilizzante è la narrazione più recente, tanto che molte persone non sanno ancora riconoscerla. Consiste nell’usare gli eventi estremi come scusa per non cambiare politiche. In Italia si è affermata dopo le alluvioni in Emilia-Romagna del maggio 2023. Il 17 maggio, durante un collegamento con La7, il presidente della regione Stefano Bonaccini ha dichiarato: “Quando in trentasei ore cade l’acqua di sei mesi, e cade dove quindici giorni fa era caduta una pioggia record che aveva fatto cadere quello che cade in quattro mesi, non c’è territorio che possa tenere, anche perché la pioggia cade su un terreno che non assorbe più nulla, va tutta nei fiumi e non può scaricare in mare perché è ingrossato dalle mareggiate: su questo non ci si può far nulla”. Altri amministratori hanno rilasciato numerose dichiarazioni su questa falsariga.

L’enfasi sulla straordinarietà dell’evento – che straordinario sarà sempre meno, perché il colpo di frusta climatico è parte del nuovo clima – rimuove il fatto che un territorio può reggere l’urto di un nubifragio meglio o peggio, in molti o pochi punti, dando a chi ci vive più o meno tempo di organizzarsi. Il territorio emiliano-romagnolo è destinato a cedere sempre più spesso, perché compromesso da scelte che ne hanno peggiorato l’assetto idrogeologico, e attraversato da fiumi costretti in alvei artificializzati da cui alla prima occasione fuoriescono, o che addirittura distruggono con furia. Esondando, non allagano solo campi, come sarebbe successo cinquant’anni fa: travolgono aree urbanizzate, uccidono persone, spargono in giro incalcolabili quantità di rifiuti e sostanze inquinanti. Dire che “non ci si può far nulla” serve a nascondere che, per prevenire il disastro, nulla si è fatto. Intanto si continua a cementificare, ponendo le basi per catastrofi future.

Di fronte a tutto ciò, le fantasie di complotto sulle scie chimiche o sul cloud seeding, la tecnica per aumentare le precipitazioni, sembrano poco più di una curiosità. Invece è indispensabile occuparsene.

L’anticapitalismo e il suo doppio

Le fantasie di complotto intercettano e traducono a modo loro malcontento, frustrazione, rabbia sociale e paura, mettendo in moto le energie e risorse – tempo, attenzione, inventiva – di persone che forse, in altri condizioni, si impegnerebbero in lotte sociali e ambientali. Quelle energie sono deviate e incanalate verso luoghi dove si dissiperanno o, peggio, rafforzeranno ideologie reazionarie. È quel che scrive anche Naomi Klein, in altri termini, nel suo ultimo libro Doppelgänger. A trip into the mirror world, uscito in italiano con il titolo Doppio. Il mio viaggio nel mondo specchio (La nave di Teseo 2023).

A Klein è capitato più volte di essere attaccata o, in altre circostanze, elogiata sui social network per affermazioni e posizioni non sue, con cui era anzi in completo disaccordo. La confondevano con un’altra autrice, Naomi Wolf, la sua doppelgänger. In tedesco significa sosia, ma alla lettera è “doppio andante”. Secondo il dizionario dei fratelli Grimm significa “qualcuno ritenuto in grado di apparire in due luoghi diversi allo stesso tempo”. Qualcuno che appare al posto nostro, dove non siamo.

Già teorica femminista, amica dei Clinton e star dei salotti liberal di Washington, negli ultimi anni Wolf ha subìto una metamorfosi. Oggi collabora con l’agitatore di destra Steve Bannon ed è un’accanita propagatrice di fantasie di complotto, specialmente su scie chimiche, guerra climatica e vaccini. Per esempio, ha più volte fotografato nubi “dagli strani comportamenti”, saltando alla conclusione che erano parte di un piano della Nasa per spargere “alluminio in tutto il globo”, in modo da causare “epidemie di demenza”.

New York, 7 novembre 2011. Naomi Klein con gli attivisti di Occupy Wall street durante le riprese del documentario The message. (Ed Kashi, VII/Redux/Contrasto)

L’iperattivismo di Wolf durante la pandemia di covid-19 ha aumentato la frequenza degli equivoci. Klein non si è limitata a spazientirsi, ma ha deciso di andare a fondo, di capire come mai la confondessero tanto spesso con Other Naomi, Altra Naomi, come la chiama nel libro. Presto si è resa conto che quasi ogni presa di posizione di Wolf sembrava il riflesso deformato di una sua analisi o inchiesta, che si trattasse di shock economy, geoingegneria, misfatti dell’industria farmaceutica o altro. A quel punto ha esteso il raggio dell’inchiesta, scoprendo la vastità di quello che chiama “il mondo nello specchio”.

Al libro di Klein torneremo tra poco. Intanto fissiamo il punto: le comunità che si formano intorno a fantasie di complotto sono i doppelgänger dei movimenti anticapitalisti. Più precisamente, le fantasie di complotto sul clima di seconda generazione sono il doppio dell’attivismo climatico.

È possibile impedire lo sdoppiamento? E come rivolgerci ai nostri doppelgänger?

Il doppio nello specchio sono io

Per prima cosa dobbiamo ricordare che ogni fantasia di complotto si forma attorno a uno o più nuclei di verità, anche se con il tempo quei nuclei sono oscurati, coperti da un gran numero di dettagli inverosimili.

Il termine “verità” può intimorire, gravato com’è da secoli di dibattiti filosofici ed etici. Ma la verità di cui parliamo è relativa, osservata da un preciso punto di vista. I nuclei di verità sono elementi che chi critica il capitalismo può riconoscere come parte della propria esperienza e visione del mondo. Partendo da qui è possibile stabilire un contatto con chi crede a fantasie di complotto e cercare un terreno comune, senza paternalismi o complessi di superiorità, senza il desiderio di blastare tipico dei debunker. Con l’espressione “nuclei di verità” s’intende l’insieme di premesse che accettiamo come plausibili, in base alle quali possiamo relazionarci con chi crede a fantasie di complotto.

Confrontarsi con queste persone non implica dare credito ai propagandisti a tempo pieno di fantasie di complotto, personaggi come Alex Jones o la stessa Wolf negli Stati Uniti, Alain Soral in Francia, Rosario Marcianò, Cesare Sacchetti o Red Ronnie in Italia. Non è con i top influencer, con le star di quel mondo che occorre parlare, ma con le persone arrabbiate e angosciate per lo stato delle cose, spesso umiliate e schiacciate, che sentono sulla pelle quanto la realtà in cui viviamo sia distruttiva e nelle fantasie di complotto cercano spiegazioni. Spesso queste persone le conosciamo bene: sono amiche e amici, parenti, familiari, vecchi compagni di strada. Ecco un’altra ragione per cui è importante occuparsi di questi temi. Ragione che ha a che fare meno con i concetti e più con gli affetti.

A volte i nostri doppelgänger siamo noi. Sei tu, sono io. Chiunque di noi, almeno una volta nella vita, ha creduto a una fantasia di complotto, che riguardasse l’11 settembre o il caso Moro, il black bloc o le tute bianche al G8 di Genova, l’allunaggio o l’omicidio di John F. Kennedy.

Il primo complotto
Sono passati sessant’anni da quando John Kennedy fu assassinato a Dallas. I misteri sulla sua morte hanno alimentato la diffidenza verso il governo statunitense. E contribuito al complottismo moderno

Nei movimenti altermondialisti italiani ancora intenti a leccarsi le ferite del G8 di Genova, gli attentati dell’11 settembre 2001 furono accolti con sospetto e irritazione. Non c’era stato tempo di elaborare il trauma e già ne arrivava un altro. A caldo serpeggiò un commento: “Lo hanno fatto perché non si parli più di Genova”. Il trauma rende autoreferenziali. Chi scrive c’era e ricorda bene.

Negli anni seguenti nei nostri spazi dilagò il trutherism, l’idea che le torri gemelle non fossero state abbattute dai Boeing 767 ma le avesse minate il governo – un lavoro dall’interno – e che il Pentagono non fosse mai stato attaccato. In centri sociali, circoli Arci e feste di partiti di sinistra si presentavano i libri del francese Thierry Meyssan e si proiettava Loose change, documentario co-prodotto da Alex Jones, che in Italia era ancora sconosciuto. Ancora oggi compagne e compagni di lotta, persone sensibili e in gamba che si spendono per mille cause, se parli dell’argomento ti dicono: “Gli americani le torri se le sono tirate giù da soli”.

Di questo Klein si occupa poco: nella nostra vita le fantasie di complotto sono presenti a macchie di leopardo, perché crediamo ad alcune e non ad altre; in modo intermittente, perché in certe fasi della vita ci crediamo e in altre no; senza seguire uno schema binario, perché non è questione di noi contro loro. La questione va affrontata in modo equanime, senza pensare che noi siamo il lato chiaro, il dottor Jekyll, e i cosiddetti complottisti il lato oscuro, il signor Hyde, come invece verrebbe da pensare leggendo vari passaggi di Doppelgänger, costruiti su metafore come lo specchio, l’estraneo, il rovescio, l’ombra.

Altri passaggi, invece, sono molto utili a scardinare proprio il pensiero binario. Quelli in cui Klein, senza chiamarli così, si interroga sui nuclei di verità.

Contro il pensiero binario

La parte più interessante di Doppelgänger è quella in cui l’autrice ammette che, durante la pandemia, le istituzioni hanno scaricato ogni responsabilità sulle singole persone: “Come molti altri aspetti della nostra cultura, dagli abusi sul luogo di lavoro al collasso climatico, il fardello della risposta alla pandemia è stato spostato dalla collettività all’individuo, in nome del ritorno al business as usual. ‘Ti sei vaccinato? Provalo’. Meno spesso abbiamo chiesto ai datori di lavoro se avessero garantito ai dipendenti condizioni sicure, o ai governi se avessero garantito spazi per l’istruzione e sistemi di trasporto sicuri” (traduzione mia).

Klein si rimprovera di aver capito tardi cos’era successo e mette in discussione un certo consenso pandemico tuttora egemone a sinistra. Anche in Italia resta diffusa l’idea che qualunque provvedimento o strumento adottato nel 2020-2021 – confinamenti, sanzioni, coprifuoco, green pass – andasse protetto da ogni critica, senza se e senza ma, pena il ritrovarsi dalla parte dei fascisti, dei negazionisti e soprattutto dei no vax, termine finto-inglese che esiste solo da noi. In inglese si dice antivaxxer.

“Nei primi anni in cui abbiamo vissuto con il virus”, scrive Klein, “incastrati nella logica binaria del chiudere o aprire, non abbiamo considerato altre opzioni, e molte discussioni non le abbiamo affrontate”. In seguito fa notare che la spinta a dire l’esatto contrario di qualunque cosa affermassero gli antivaxxer veri o presunti ha impedito di capire gli aspetti classisti del confinamento e di altre misure, ha portato a sminuire il dolore psicologico degli adolescenti, ha reso invisibile la “sottoclasse virale” – composta da soggetti deboli che durante la pandemia sono stati abbandonati a se stessi – e ha rimosso le ragioni di “persone nere, indigene, portoricane, disabili”, appartenenti a gruppi che storicamente hanno subìto programmi sanitari obbligatori, tra i quali la campagna vaccinale ha incontrato diffidenza.

Klein individua anche i nuclei di verità dei discorsi di Wolf contro vaccini, certificazione vaccinale e app di verifica: “Quel che stava descrivendo era cosa si prova sempre di più ritrovandosi in balia di tecnologie onnipresenti governate da algoritmi opachi le cui decisioni, spesso arbitrarie, hanno enormi conseguenze e sono fuori dal controllo delle leggi esistenti. Vedendola in quel contesto, non dovrebbe stupire che il suo allarme suonasse giusto a chi guardava i suoi video. I fatti che citava erano in gran parte fantasticati, eppure stava dando alle persone qualcosa che chiaramente volevano e di cui avevano bisogno: un punto focale per la loro paura e il loro sdegno di fronte alla sorveglianza digitale”. Poche pagine dopo Klein aggiunge: “Wolf sta dicendo loro che non è troppo tardi per riavere la loro privacy e le loro libertà”.

Da qui la stoccata ai liberal che pur di negare quel che dicono i complottisti scelgono di disvedere – unsee, Klein prende il verbo dal romanzo di China Miéville La città e la città (Fanucci 2009) – i nuclei di verità: “Più gente come Wolf e Bannon si concentra su timori reali legati a Big tech – il potere di rimuovere contenuti in modo unilaterale, di disporre a piacimento dei nostri dati, di creare nostri doppi digitali – più i liberal fanno spallucce, sogghignano e trattano l’insieme di queste preoccupazioni come roba da matti. Sembra che, non appena un tema è toccato da ‘quelli là’, diventi stranamente intoccabile per quasi chiunque”.

Ecco l’errore più grosso: pensare che per essere nel giusto vada presa la posizione opposta a quella dei presunti altri. Doppelgänger mette in guardia contro questo riflesso condizionato, ed è uno dei motivi per cui merita di essere letto. Purtroppo l’edizione italiana lascia molto a desiderare.

Torniamo alla nostra riflessione: superare i binarismi e riconoscere i nuclei di verità è necessario, ma non sufficiente. Dobbiamo anche riconoscere che le fantasie di complotto sono belle.

La terribile bellezza delle fantasie di complotto

Le fantasie di complotto non rispondono solo alla frustrazione e alla rabbia che proviamo verso il mondo così com’è, ma anche a un bisogno di meraviglia, di magia, di incanto. Difficile negare che il cielo solcato dalle scie abbia una sua bellezza. Le scie sono fotogeniche. Se non lo fossero, non verrebbero fotografate così spesso. Aprono la vista e la mente, per citare L’infinito di Leopardi, a “tanta parte dell’ultimo orizzonte” e a “interminati spazi”. Incantano anche chi le teme. Le foto di “nubi strane” sul profilo X di Naomi Wolf sono bellissime. Anche i tragitti complicati e imperscrutabili degli “aerei misteriosi” sono belli. Per questo li cerchiamo sulle mappe interattive, ne catturiamo l’immagine e la diffondiamo.

Baudelaire definisce la bellezza “mostro immane, candido e fosco”, e dice che può anche venire dall’inferno, purché ci apra la porta su “un Infinito che amo e non conosco” (Inno alla bellezza, traduzione di Gesualdo Bufalino).

Un altro poeta, Rainer Maria Rilke, scrive: “Perché il bello è solo / l’inizio del tremendo, che sopportiamo appena / e il bello lo ammiriamo così, perché incurante / disdegna di distruggerci” (Elegie duinesi, Feltrinelli 2006, traduzione di Michele Ranchetti e Jutta Leskien).

Questi versi seguono uno degli incipit più famosi della poesia europea: “Chi, se io gridassi, mi udirebbe mai / dalle schiere degli angeli?”. In una lettera alla principessa Maria von Thurn und Taxis, Rilke scrive di non esserne il creatore, ma di averlo sentito declamare da una voce misteriosa mentre, dai bastioni del castello di Duino, contemplava una tempesta.

Il piacere che Rilke prova in quel momento, vissuto o immaginato che sia, è chiamato da Immanuel Kant “sublime dinamico”.

Il sublime dinamico, scrive Kant, è un piacere che “sorge dal sentimento di un momentaneo arresto delle energie vitali, seguito da una più intensa loro esaltazione”. Come quando proviamo paura per poi ammirare quel che ci ha impauriti, perché non ci ha annientati, siamo vivi, dunque possiamo contemplarne potenza e bellezza. Kant prende gli esempi dalla natura: “Ripide rocce strapiombanti e come gravide di minaccia, nuvole temporalesche ammassantisi e avanzanti in cielo con lampi e tuoni, vulcani al colmo della loro furia distruttrice, uragani che lasciano la devastazione dietro di sé, l’immenso oceano infuriato, la cascata d’un grande fiume”. Spettacoli che, “quanto più sono spaventosi, tanto più ci attraggono, se ci troviamo al sicuro”, e ci esaltano perché “innalzano le forze dell’anima al di sopra della mediocrità ordinaria” (Critica del giudizio, Utet 1993, traduzione di Alberto Bosi).

È quel che fanno gli scenari delle fantasie di complotto. E non solo di quelle sul clima. Qualunque descrizione di malvagi piani segreti è bella in quanto “inizio del tremendo”, qualcosa che ci terrorizza, ma che ancora possiamo contemplare.

Nessuna strategia potrà impedire la cattura, il dirottamento e lo spreco di energie da parte delle fantasie di complotto se non terrà conto di questi due aspetti: i loro nuclei di verità, la loro terribile bellezza.

Seconda puntata di un’inchiesta in due parti. La prima si può leggere qui.

Internazionale pubblica ogni settimana una pagina di lettere. Ci piacerebbe sapere cosa pensi di questo articolo. Scrivici a: posta@internazionale.it