La querelante numero 6 è una bambina di tre anni. La numero 5 è una ragazza di undici. Il querelante numero 4 è un brillante studente delle superiori. Il numero 3 fa le pulizie dentro l’ospedale Hadassah di Ein Karem, un quartiere di Gerusalemme. Il ricorrente numero 1 è un imprenditore nel settore delle ristrutturazioni e la numero 2 è sua moglie. Vivono tutti insieme in un appartamento fatiscente nel campo profughi di Shuafat, un quartiere a maggioranza araba della città. Lo stato israeliano ha intenzione di demolire la loro casa, e loro hanno fatto ricorso alla corte suprema in un vano tentativo di fermare questo spregevole provvedimento. La corte suprema, nella sua funzione di massimo tribunale militare israeliano, ha approvato la demolizione il 24 agosto. Era scontato.

A intervalli di poche settimane i giudici della corte suprema sono chiamati a prestare servizio. Questo succede quando qualcuno fa causa alle istituzioni militari. Non indossano uniformi, come sarebbe appropriato, né i gradi da ufficiale, ma vestono in color cachi e il loro tribunale funziona esattamente come quello militare della base di Ofer, in Cisgiordania. È difficile trovare le differenze tra i giudici dell’alta corte e qualunque altro magistrato militare a cui è stato ordinato di approvare ogni ingiustizia.

Il fatto che siano sempre demolite le abitazioni degli attentatori palestinesi, e mai quelle degli attentatori ebrei, è la quintessenza di un sistema simile all’apartheid

I due tribunali hanno un’identica finalità ideologica: legittimare, insabbiare e approvare qualunque cosa gli venga chiesta dall’esercito e dallo Shin bet (i servizi segreti israeliani), e respingere qualunque istanza legata all’occupazione che chieda giustizia, il rispetto dei diritti umani, o semplicemente un po’ di umanità. Il faro della giustizia spegne la sua luce, e l’oscurità scende finché la corte non torna a occuparsi delle questioni civili, quando la sua natura illuminata si manifesta nuovamente.

In questa realtà deprimente ci sono alcuni aspetti ancora peggiori. Per esempio la sentenza 5933/23, su un ricorso presentato dalla famiglia di M.Z., un ragazzino accusato di aver accoltellato un poliziotto senza ucciderlo. Il poliziotto era morto in seguito, quando una guardia di sicurezza ha aperto il fuoco. La famiglia del bambino chiedeva alla corte di bloccare la demolizione della loro casa.

Con la maggioranza di due giudici contro uno, il tribunale ha approvato la demolizione. È bello avere un magistrato onesto in posizione di minoranza, così da non mandare completamente in frantumi il prestigio della corte.

Probabilmente quei tre giudici non hanno mai visitato il campo di Shuafat, e non hanno idea di come si viva in quel posto. È uno dei campi profughi più duri del paese. Gli è stato fornito un rapporto sull’interrogatorio del padre di M.Z., condotto da un agente dello Shin bet. Al punto numero 10 di quel documento l’agente scrive che era un amico di Mohammed Ali Abu Saleh, ucciso a colpi d’arma da fuoco dopo aver minacciato i soldati israeliani con una pistola giocattolo, mentre un’altra casa del campo veniva demolita.

Secondo l’accusa, M.Z. aveva trovato un coltello vicino alla casa di sua zia e d’impulso aveva deciso di accoltellare l’agente in risposta all’uccisione del suo amico. I genitori e i fratelli molto probabilmente non avevano idea delle sue intenzioni, ma la sorellina di tre anni ora pagherà il prezzo del suo gesto. Anche lei perderà la casa, per gentile concessione della corte suprema israeliana.

La demolizione di una casa è una punizione collettiva, un crimine di guerra. Distruggere quella della famiglia di un tredicenne è ancora più grave e inconcepibile. Il fatto che siano sempre demolite le abitazioni degli attentatori palestinesi, e mai quelle degli attentatori ebrei, è la quintessenza di un sistema giudiziario simile all’apartheid. La corte suprema non ha neppure aspettato che il ragazzo fosse condannato (il suo processo è in corso), provando che quando si tratta di palestinesi non c’è bisogno di una sentenza.

M.Z. ha pugnalato un agente su un autobus dopo che il suo amico era stato ucciso durante una demolizione avvenuta poco prima. Ora a bordo campo a scaldarsi c’è il prossimo attentatore, che crescerà sulle rovine della casa di M.Z. I giudici di maggioranza dicono che la demolizione scoraggerà i genitori, ma è un’affermazione ridicola e tristemente scollegata dalla realtà.

All’ingresso del campo di Shuafat c’è un posto di blocco con truppe d’assalto che dominano sugli abitanti. La polizia attacca il campo ogni giorno e ogni notte e commette violenze su chi vive lì. Il tredicenne M.Z era abbastanza grande da rendersi conto che doveva fare qualcosa. Gli arbitri della giustizia hanno pensato che la sua famiglia dovesse essere crudelmente punita per questo. Non ci sono parole per questa vergogna. ◆ fdl

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Questo articolo è uscito sul numero 1528 di Internazionale, a pagina 34. Compra questo numero | Abbonati