Teheran, Iran, maggio 2014.
  • 01 Dic 2016 15.39

L’amicizia commerciale tra l’Iran e l’Italia va a gonfie vele

01 dicembre 2016 15:39

Che paese è l’Iran, inteso come economia? Qualche indizio è venuto da un’esposizione delle attività produttive dell’Iran alla Fiera di Roma. Un “Iran Expo”: evento inusuale, perché fino a meno di un anno fa il paese mediorientale era sotto pesanti sanzioni internazionali. Di fatto, un paese isolato dall’economia globale. Le sanzioni sono cadute solo nel gennaio di quest’anno, quando è formalmente entrato in vigore l’accordo che ha messo fine al contenzioso sul programma nucleare iraniano. E solo allora le relazioni economiche e commerciali hanno cominciato a normalizzarsi.

L’esposizione di Roma ha offerto uno spaccato di una discreta capacità industriale e di un’economia dinamica, e anche molto diversificata. L’Iran è uno dei grandi produttori di petrolio e gas naturale, che fanno circa l’80 per cento delle esportazioni e sono la prima fonte delle entrate dello stato (circa il 40 per cento). Rilanciare la produzione di idrocarburi resta una delle priorità del governo iraniano. Petrolio e gas però costituiscono circa un quarto del prodotto interno lordo: cioè, i tre quarti dell’economia poggiano su altro. Tra i padiglioni della Fiera di Roma c’erano l’industria “pesante” e “leggera”, grandi conglomerati di stato e piccole imprese indipendenti. Imprese meccaniche, chimiche, di ingegneria, produttori di parti per macchinari industriali e per automobili e camion. Poi agroalimentare, farmaceutica, marmi, produttori di pelli, scarpe, abbigliamento. Con un contorno di banche (italiane), studi legali, e aziende di intermediazione commerciale.

L’interesse delle imprese europee per l’Iran è chiaro. È un paese di 80 milioni di abitanti, per lo più giovani (due terzi hanno meno di 35 anni) e molto istruiti. Conta una ventina di città sopra al milione di abitanti, la capitale Teheran supera i 12 milioni. Paese dinamico, con un’ampia classe media urbanizzata e buone aspettative di crescita, un mercato che si apre. Si capisce che nell’ultimo anno delegazioni commerciali di tutta Europa si siano precipitate a Teheran, compresa una missione di quasi 400 imprenditori italiani: per imprese alla disperata ricerca di nuovi mercati, l’Iran è una miniera d’oro.

Se perdiamo quest’occasione le aziende iraniane andranno a cercare soci altrove, magari in Germania

L’Italia oggi è il secondo partner europeo dell’Iran dopo la Germania; importiamo soprattutto petrolio, ed esportiamo soprattutto macchinari. Nel 2011 l’intercambio (la somma di importazioni ed esportazioni) aveva toccato il massimo storico, sette miliardi di euro. Crollato in seguito alle sanzioni (l’embargo sul petrolio e l’industria degli idrocarburi, e sulle transazioni bancarie), nel 2013 ha segnato il minimo, cioè 1,2 miliardi. Poi ha cominciato a risalire: nel 2015 ha raggiunto 1,6 miliardi, secondo la camera di commercio italoiraniana.

Questa volta sono le imprese iraniane che vengono a mettersi in mostra. “Dopo l’accordo sul nucleare e la fine delle sanzioni, le imprese iraniane cercano capitali, investimenti e tecnologie”, spiega un manager dell’ente di stato per lo sviluppo dell’industria mineraria (Imidro), in un grande stand che espone foto di raffinerie, operai in posa accanto a montagne di polvere di bauxite (estratta in Guinea, in joint venture con un’impresa mineraria locale), impianti per la produzione di alluminio. L’industria iraniana parte da un buon livello tecnologico, osserva: “Ma per troppi anni siamo stati isolati a causa delle sanzioni, le imprese iraniane hanno bisogno di innovazione, di acquisire nuove tecnologie”.

“Cerchiamo partner per lavorare in joint venture sia in Iran, sia altrove in Medio Oriente e in Africa”, aggiunge Ahmadi Motlagh, direttore del marketing internazionale di Mahab Ghodss, impresa ingegneristica che progetta grandi opere, in particolare dighe e impianti idrici (l’impresa ha duemila dipendenti e quattro uffici sparsi tra la Turchia e l’India). “Se perdiamo quest’occasione le aziende iraniane andranno a cercare altrove, magari in Germania”, dice Davood Foroutan, responsabile del marketing di Irasco, impresa di intermediazione registrata in Italia (con soci iraniani e tedeschi). In vent’anni di attività, spiega, la sua ditta ha lanciato progetti industriali per oltre 1,7 miliardi di dollari, soprattutto nei settori della metallurgia, del petrolio, e della siderurgia. Ora “puntiamo su piccoli progetti, da 10 o 15 milioni, nella speranza di rimettere in moto il mercato e tornare a progetti più importanti”.

Un paese un po’ speciale
La realtà è che sì, le sanzioni sono finite e molti guardano all’Iran come a un’opportunità, ma la partenza è lenta. L’Iran continua a essere visto come un paese un po’ speciale. “Dal punto di vista legale non ci sono impedimenti”, spiega Emad Tabatabaeì, giovane avvocato che lavora a Milano con un grande studio legale, Nctm, per fare consulenza alle imprese italiane che investono in Iran, e viceversa a quelle iraniane che lavorano in Italia (di recente lo studio milanese ha aperto una filiale a Teheran, in joint venture con un partner iraniano, ed è solo uno dei numerosi studi legali internazionali in feroce competizione per affermarsi in Iran). Gli ostacoli alle transazioni finanziarie sono venuti meno, continua l’avvocato, le banche iraniane sono rientrate nel sistema swift, il sistema telematico che permette i trasferimenti di denaro in tempo reale tra banche. “Le grandi banche asiatiche sono tornate a lavorare con l’Iran. Quelle europee invece sono riluttanti, vogliono vedere cosa faranno gli Stati Uniti”, spiega. Washington infatti mantiene sanzioni unilaterali, e molti temono che allacciare rapporti con l’Iran possa esporre a ritorsioni da parte statunitense.

Per le banche piccole e medie è un’ottima occasione. In Italia, per esempio, le transazioni con l’Iran passano attraverso alcune banche popolari. “Quando è passato l’accordo sul nucleare molti vecchi partner iraniani hanno cominciato a riprendere contatti: così, quando in gennaio è scattata la fine delle sanzioni, eravamo pronti a ripartire”, dice Giovanni Forcati, responsabile estero commerciale della Banca popolare di Vicenza. Oggi l’istituto vicentino ha ristabilito rapporti e “scambiato le chiavi” (cioè i codici swift) con otto banche iraniane, cosa che implica tra l’altro armonizzare sistemi di sicurezza e controlli antiriciclaggio. Finito il sistema di autorizzazioni che vigeva negli anni dell’embargo, ora sta alle banche e alle imprese verificare che la transazione non riguardi prodotti o persone sulla “lista nera” (una lista di beni, tecnologie, enti e persone fisiche strettamente collegati all’industria bellica e al nucleare con potenziale uso militare, su cui resta l’embargo).

L’importante è rimettere in moto gli affari, ripetono invariabilmente consulenti legali, dirigenti di banca, intermediatori commerciali durante la Fiera dell’Iran a Roma. La ripresa è trainata da settori “pesanti”, idrocarburi, infrastrutture, e trasporti (il governo iraniano intende investire 15 miliardi di euro nei prossimi anni in aeroporti, porti e ferrovie): dunque grandi aziende, per lo più del settore pubblico. E riguarda la Sace, l’ente italiano che offre garanzia al credito. Il primo accordo di rilievo è quello firmato in febbraio da Italfer (gruppo Ferrovie dello stato) con il ministero iraniano dei trasporti, per progettare linee di alta velocità tra Teheran, Qom e Isfahan: un’impresa da cinque miliardi di euro, incluso l’export di materiale rotante (vagoni, locomotive). Il governo iraniano spera che anche l’Eni torni a investire nel paese: “Per noi è importante non solo per sviluppare la produzione petrolchimica ma anche per ridare slancio alle infrastrutture”, diceva il ministro dell’industria Mohammad Reza Nematzadeh, durante l’Iran Expo a Roma.

Per il resto, l’Iran è un paese di piccole e medie imprese, proprio come l’Italia, e la fiera è stata una nuova occasione “business to business”, per scambiarsi progetti e stringere accordi. Italiani in cerca di mercati, iraniani in cerca di partner, tecnologie, design. E tutti in cerca di capitali e finanziamenti. Forse la cosa che più colpiva, tra i padiglioni dell’Iran Expo, era sentire tanti operatori iraniani parlare un ottimo italiano: persone bilingue, con un piede in Italia e uno in Iran, decise a tenere aperte le porte tra i due paesi.

pubblicità

Da non perdere

L’Italia al referendum. La nuova copertina di Internazionale
Il Passante di Bologna: una disavventura urbana
Il blues dei Rolling Stones e le altre canzoni per il weekend

In primo piano