Berta Cáceres nel dipartimento di Intibucá, in Honduras, il 27 gennaio 2015.
  • 07 Mar 2016 15.05

Berta Cáceres è l’ultima vittima del business dello sviluppo

07 marzo 2016 15:05

Mentre la visita di Obama a Cuba e la firma degli accordi di pace in Colombia sembrano rappresentare la fine degli strascichi della guerra fredda, si può essere tentati di pensare che l’America Latina sia ormai un continente pacificato e avviato verso lo sviluppo, e che la violenza sia limitata alle guerre tra bande criminali. Ma l’omicidio di Berta Cáceres, uccisa in Honduras il 3 marzo, dimostra che la violenza politica non è affatto scomparsa, ed è in gran parte motivata proprio da quello che chiamiamo sviluppo.

Berta Cáceres non era un’ambientalista, com’è stata descritta negli ultimi giorni dai mezzi d’informazione. Se avesse dovuto scegliere un termine, probabilmente si sarebbe definita una luchadora, una lottatrice. La lotta che ha combattuto per oltre vent’anni non era solo in difesa dell’ambiente: era prima di tutto una lotta politica, esistenziale. Era una lotta per la vita o la morte.

L’America Latina è il continente dove si registra il più alto numero di omicidi di attivisti. In rapporto alla popolazione, l’Honduras è di gran lunga il paese più colpito. Non è un caso. Dall’inizio del novecento, quando la United Fruit vi si stabilì con le sue enormi piantagioni di banane e i marines statunitensi cominciarono a intervenire regolarmente per stroncare i movimenti sindacali e insediare governi fantoccio, il paese è stato un laboratorio per la messa a punto di quel modello di ultraliberismo economico e repressione politica che sarebbe poi stato esportato nel resto del continente e oltre.

Eredità coloniali

Per applicare questo modello è stato fondamentale l’appoggio dell’aristocrazia locale, un ristretto gruppo di famiglie di latifondisti che fin dal periodo coloniale occupa i vertici dell’economia, della politica e dell’esercito. Nelle aree rurali queste famiglie detengono un vero e proprio potere feudale, e si rifiutano perfino di riconoscere l’esistenza delle comunità indigene: occupano le loro terre, saccheggiano il loro legname, mandano le vacche a calpestare i loro campi. “Sono convinti che l’Honduras sia il loro pascolo”, mi aveva detto Berta nel 2006.

Durante la guerra fredda l’Honduras è stato la base operativa delle controrivoluzioni orchestrate dagli Stati Uniti in Guatemala, El Salvador e Nicaragua, e gli squadroni della morte reprimevano qualunque forma di opposizione. Dopo il crollo del blocco sovietico, quando la pressione sul paese si è allentata, Berta e i suoi compagni hanno fondato il Consiglio delle organizzazioni popolari dell’Honduras (Copinh). Hanno organizzato le comunità e le hanno aiutate a resistere materialmente ai soprusi.

Soprattutto, hanno rotto la sudditanza psicologica che secoli di dominio avevano imposto agli indigeni, permettendogli di recuperare la propria cultura e la propria dignità. La risposta dei latifondisti e delle autorità è stata violentissima. I membri delle comunità resistenti sono stati uccisi, torturati e incarcerati. Ma ormai i semi avevano attecchito.

Le popolazioni indigene non vengono consultate e neanche avvertite. Si svegliano e vedono arrivare le ruspe

Negli ultimi anni, con il boom globale della vendita di materie prime, i latifondisti hanno scoperto un nuovo modo di arricchirsi con la terra: l’estrazione mineraria. Insieme alle miniere è arrivato un altro business, quello degli impianti idroelettrici necessari a farle funzionare in mezzo alla foresta pluviale. Le dighe hanno un vantaggio: possono essere spacciate per opere d’interesse pubblico, che producono energia pulita e migliorano l’accesso all’acqua potabile, e ottenere così enormi finanziamenti dalle istituzioni internazionali e dai fondi di cooperazione allo sviluppo.

È uno schema che si ripete in tutta l’America Latina e non solo. E nella maggior parte dei casi le popolazioni indigene, che dovrebbero essere le prime beneficiarie dello sviluppo portato da questi progetti, non vengono consultate e neanche avvertite. Si svegliano una mattina e vedono arrivare le ruspe.

Nel 2009 l’Honduras ha rispolverato una tradizione locale che sembrava dimenticata da anni, quella del colpo di stato. L’esercito ha rovesciato il presidente Manuel Zelaya, che cercava di farsi rieleggere con il sostegno dei movimenti sociali, e ha sospeso le libertà fondamentali.

Berta Cáceres aveva svolto un ruolo di primo piano nelle manifestazioni contro il golpe ed era diventata una figura di riferimento per tutto il paese. Qualche mese dopo, mentre era ancora in vigore lo stato di emergenza, erano state convocate delle elezioni per legittimare il nuovo regime. Di fronte alle obiezioni sollevate dalla comunità internazionale, un gruppo di nove paesi aveva dichiarato che avrebbe riconosciuto il voto. Tra questi, oltre agli Stati Uniti, c’era l’Italia, sede di alcune grandi aziende che in Honduras hanno importanti interessi nel settore delle infrastrutture, e in particolare proprio in quello delle dighe.

La diga della discordia

Il nuovo governo ha subito accelerato la privatizzazione delle terre, la concessione di licenze minerarie e la costruzione di impianti idroelettrici. Uno di questi era la diga di Agua Zarca, un progetto finanziato tra gli altri dalla Banca mondiale e dai fondi di cooperazione allo sviluppo di Stati Uniti, Paesi Bassi e Finlandia.

Il Copinh ha cercato di fermare i lavori con blocchi stradali e altre azioni pacifiche. Uno dei suoi leader, Tomas García, è stato ucciso da un militare durante una manifestazione, ma la sua morte non ha fatto che amplificare le proteste. Alla fine la Banca mondiale ha ritirato il finanziamento e la compagnia che doveva realizzare la diga si è tirata indietro. La costruzione è stata sospesa, ma le minacce contro Berta Cáceres hanno cominciato a moltiplicarsi.

L’anno scorso, quando Cáceres ha ricevuto il premio Goldman per la campagna contro Agua Zarca, molti suoi compagni hanno tirato un sospiro di sollievo: pensavano che l’attenzione internazionale l’avrebbe protetta. È successo il contrario. La sfrontatezza degli assassini e delle autorità honduregne, che stanno cercando di far passare l’omicidio per un crimine passionale, è un messaggio chiaro: possiamo colpire chiunque, e possiamo contare su un’impunità assoluta.

Ma è anche un segno di paura. Cáceres aveva dimostrato che le lotte sociali si possono vincere, anche in Honduras, e stava diventando un elemento di aggregazione politica in tutto il paese e oltre. Se avessero aspettato ancora sarebbe stato troppo tardi per fermarla. E non è detto che non lo sia già.

“Stiamo affrontando grandi mostri”, mi aveva detto Berta dieci anni fa. “Non è facile, ma non è nemmeno impossibile. Abbiamo delle responsabilità storiche, e tra queste c’è far sapere a tutti che siamo un popolo fiero, che ha resistito in ogni modo”.

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