• 26 Feb 2015 12.11

Whiplash è una favola per gonzi di destra

Goffredo Fofi
26 febbraio 2015 12:11

Non è difficile vedere cosa c’è di destra nel film di Clint Eastwood American sniper, silurato agli Oscar, anche se il loro autore e perfino questo film hanno in Italia sostenitori in un’area che si pensa e si dice di sinistra (ed è un guaio per tutti). Non è difficile vedere cosa c’è di destra nel pluripremiato Whiplash di Damien Chazelle, abile sceneggiatore e abile regista.

È difficile capire i meccanismi che presiedono alle votazioni degli Oscar, quanti voti siano manipolati dai grandi poteri economici newyork-hollywoodiani e quanti rispondano alle suggestioni di una categoria, la casta californiana dei “lavoratori del cinema”, che vive di mode e influenze contingenti, di simpatie e antipatie, di comunanze e distanze, di appartenenze e rivalità decisive per l’assegnazione dei premi.

Ci sembra, in verità, che se Eastwood fa più paura di Chazelle ai mediocri hollywoodiani, perché è certamente più bravo (più “classico”), risponde però alla stessa ideologia. Il suo film più vicino a quello di Chazelle (ma lì l’eroina soccombeva) è Million dollar baby, che raccontava per l’ennesima volta la smaniosa logica americana della lotta per diventare qualcuno, per emergere, nella distinzione mostruosa che quella cultura fa tra winner e losers.

A essa tanti si ribellarono, a cominciare da Hemingway, esaltando, tra anni trenta e settanta, i perdenti al posto dei vincenti, e fu quella l’unica cultura americana che abbiamo davvero amata. La Baby di Eastwood ci lasciava le penne per aver scelto di seguire l’ideologia darwiniana del vincente, e a me sembrò, un po’ sadicamente, che fosse giusto così.

Il meccanismo è lo stesso dei film di guerra con il sergente cattivo e il soldato debole che grazie a lui si fa forte (e spietato) e “ce la fa”. Kubrick ne mostrò un prototipo in Full metal jacket, e ne vedemmo una sorta di estrema parodia in Ufficiale e gentiluomo, nel 1981. Il sergente nero e cattivo di quel film, Louis Gossett jr, vinse l’Oscar, come il professore di jazz J.K. Simmons lo ha vinto ora per Whiplash. Fratelli, nonostante il colore della pelle.

E il rapporto di Gossett con Gere nel vecchio film è sadomaso quanto quello di Simmons con Miles Teller, il giovanissimo batterista imbranato che diventerà geniale, che diventerà il primo, il migliore. Povero “Bird” Charlie Parker, portato a modello di questa favola per gonzi, niente più che la solita “corsa dei topi” di cui hanno parlato i sociologi. Per uno che “emerge”, milioni che crollano e milioni che ci riprovano. Davvero: che palle! (per altro, per quel poco che ne capisco, perfino il jazz non è più lo stesso, tutto scritto e imbracato, e con molta minore libertà di improvvisare, inventare, “creare”).

Whiplash è, tecnicamente, un buon film: buona sceneggiatura, bravi attori, perfino buona musica. Se ci sta antipatico è perché ci sta antipatica l’America (cioè gli Stati Uniti)? Perché, come diceva Susan Sontag, gli Stati Uniti hanno imposto al mondo “la peste” (Sontag dixit) del loro modello maggioritario e a tratti totalitario? Me lo chiedo spesso, e soffro – non sono il solo, siamo in tanti – nel vedere così fiacca una minoranza statunitense (chiamiamola anche, se vogliamo, “una sinistra”) che ha detto ben altro e che c’è ancora e dice ben altro, e che è comunque, anche perché sa tenersi lontana dal baraccone dello show business, molto più intelligente di quella italiana, più americana degli americani.

pubblicità

Da non perdere

L’Italia dopo il referendum. La nuova copertina di Internazionale
Il Passante di Bologna, seconda puntata: arrivano i facilitatori
A Natale regalati o regala Internazionale

In primo piano