Aragona, dicembre 2016. (Giuseppe Rizzo)
Aragona, dicembre 2016.
  • 14 Gen 2017 10.45

L’Italia vista dal paese da cui tutti emigrano

14 gennaio 2017 10:45

Il ponte sullo Stretto? Occorrono cure diverse,
e io dico timidamente: libri e acqua, libri e strade,
libri e case, libri e occupazione. Libri.
Gesualdo Bufalino, La luce e il lutto

Il centro storico di Aragona in una mattina fredda di dicembre intristisce come un acquario vuoto. Il vento batte le palme e le persiane, il silenzio abbraccia le piazze e le strade. Tutto congiura a rendere reale quello che dicono le statistiche, le tabaccaie, l’Europa, i politici e gli scontenti del paese: Aragona non è più ad Aragona. Il comune da anni registra uno dei più alti tassi di emigrazione in Italia: più di ottomila aragonesi hanno chiesto la residenza all’estero e dei novemila che non l’hanno ancora fatto molti studiano, lavorano o crescono figli in giro per l’Italia.

Niente di questo piccolo paese in provincia di Agrigento farebbe pensare a un luogo di cui dovrebbe importare qualcosa oltre lo stretto di Messina. Piccolo, distante dal mare, a mezz’ora dalla Racalmuto di Leonardo Sciascia e dalla Porto Empedocle di Andrea Camilleri, non fa parte di percorsi turistici o parchi letterari. C’è una riserva naturale che mima il paesaggio lunare e in cui esplodono ancora i vulcanelli di fango che affascinarono Diodoro Siculo e Plinio il Vecchio, ma l’area oggi è chiusa.

Quello che Aragona offre, e sia detto senza ironia alcuna, sono otto bar, un pub, una scuola media, una banca, tre farmacie e tre piazze principali. Spesso sono vuote, qualche volta capita di vedervi anziani che tirano cancheri alla politica e adolescenti che cercano di rompere la lastra di piombo della noia, connettendosi a internet e al mondo. Passare un po’ di tempo in paese è come passare un po’ di tempo nel futuro. Se ne ricava un’immagine che molti penseranno esotica e stravagante: ed è invece vicina e precisa. In grado di conferire concretezza e sintesi a un’altra immagine, quella di un’Italia da cui sempre più persone vanno via: quasi cinque milioni sono gli iscritti all’Anagrafe degli italiani residenti all’estero (Aire); il 54,9 per cento in più rispetto a dieci anni fa.

Pur nella sua solitudine, Aragona riesce a frullare insieme racconti che tengono insieme il sud e il nord dell’Italia, Danzica e Düsseldorf, i vecchi e i giovani, il novecento e i duemila. Ci riesce in virtù di una storia decennale di emigrazione, i cui segni sono evidenti già a una prima passeggiata per il paese.

Un caso unico in Italia
Ci si arriva da Agrigento in poco più di venti minuti. Per strada, anche a chilometri di distanza, si riesce a scorgere la linea d’azzurro che dà nel viola, e si entra in una distesa di verde trapunto qua e là dal giallo dei limoni. In inverno la luce gelata che crolla sulle campagne riduce la tavolozza dei colori e spoglia di frutti e foglie gli olivi e le vigne, le coltivazioni principali della zona insieme alle mandorle.

Alle porte del paese si sente lo sferragliare dei pochi treni ormai in partenza dalla stazione: un tempo da qui partivano convogli che arrivavano in Germania, oggi a stento raggiungono Palermo. I parallelepipedi di cemento grigio ai lati dell’unica strada a due corsie che porta in centro ci dicono che siamo entrati in un tipico paese siciliano. Sono le case costruite un po’ ovunque in provincia tra gli anni settanta e ottanta; gli anni che si sono lasciati alle spalle l’agricoltura e l’allevamento come fonti principali di reddito e che si sono ingrassati con le rimesse degli emigrati e la moltiplicazione degli impieghi statali; gli anni del boom edilizio. Spesso non sono state finite, il colore è rimasto quello del cemento o dei laterizi forati; su due o tre piani, solo uno è occupato, gli altri sono grezzi e aperti ai venti. Padri e madri li hanno costruiti pensando che i figli sarebbero rimasti in paese, e oggi si trovano con appartamenti che valgono una manciata di pasta.

Piazza Umberto I, Aragona, dicembre 2016.

Il municipio è uno scatolone di cemento tra questi scatoloni. Carmelo Scichilone è il responsabile dell’ufficio civile e delle indagini statistiche. Ironico, sbrigativo, Scichilone aspetta anche lui di andare a ingrossare le file dei pensionati del paese, e intanto continua a compilare fogli su fogli con dati, nomi, date. Guardiamo insieme alcuni numeri.

Nella lista delle venticinque città italiane con più iscritti all’Aire, la provincia di Agrigento ne conta quattro: caso unico in Italia. Licata, Palma di Montechiaro e Favara precedono Aragona, ma Aragona è il comune italiano dove l’incidenza del numero dei residenti all’estero su quello dei residenti nel paese tocca il punto più alto: 8.491 persone su 9.463, l’89 per cento.

La Sicilia è la regione con il più alto numero di persone che vivono all’estero: 730mila, il 14,4 per cento dei cinque milioni di residenti nell’isola. Ma se si guarda alle prime 25 città con più iscritti all’Aire:

E se si divide l’Italia per aree:

Sembra ancora una storia che riguarda solo la Sicilia?

Affittasi, vendesi, regalasi
Il centro storico di Aragona sintetizza questi numeri in una parola: vendesi. Passeggiando nelle viuzze intorno a piazza Umberto I si incontra ovunque. Sui cartelli attaccati alle case dove si indovinano mobili coperti per non prendere la polvere; sulle saracinesche abbassate dei negozi chiusi; sulle recinzioni di ruderi; su ultimi piani ormai abitati dai piccioni; su balconi pronti a cedere come le rughe dei vecchi.

Alcuni di questi edifici sono inagibili, come inagibile è il palazzo del Principe che affaccia su piazza Umberto I. Fatto costruire da Baldassare IV Naselli, è stata la dimora della famiglia che ha fondato Aragona nel 1604. Ceduto in parte all’Opera pia e in parte venduto al comune, è stato la sede del municipio e della biblioteca. Oggi l’Opera pia ha destinato parte dei locali a un centro per l’accoglienza dei migranti, mentre duemila volumi della biblioteca sono traslocati nell’ex chiesa del Purgatorio, dall’altro lato della piazza.

“Ma non vengono molto per i libri, i pochi che vengono lo fanno per usare i computer”, mi dice la signora Maria, sessantenne, un figlio emigrato, uno ancora in paese. Insieme a una collega e a una ragazza che fa il tirocinio sta preparando un caffè. Lo beviamo mentre la piazza si riempie di anziani e del suono delle campane a morto della chiesa del Rosario. “Un altro funerale”, dice Maria. Ad Aragona nel 2015 sono morte più persone di quante ne siano nate: 121 decessi contro 88 nascite; l’indice di vecchiaia dice che ci sono 145 anziani ogni 100 giovani. Le campane suonano, il paese svanisce, vecchi e giovani condividono memorie e destini.

I vecchi
“Siamo un paese di vicchiareddi”, dice Salvatore Graceffa. Pelle ambrata, mani grosse da operaio, lo incontro poco prima di pranzo a casa del fratello Luciano e di sua moglie Ninetta. Nei primi anni sessanta hanno lavorato in Germania. Luciano per pochi mesi prima di partire per il militare; Salvatore per quindici anni, più due trascorsi negli Stati Uniti. Fanno parte di quella generazione cresciuta durante la seconda guerra mondiale ed emigrata appena dopo. Hanno dato il via all’onda lunga che arriva fino a oggi. “Siamo stati tra i primi ad andarcene, io, mio padre e tre miei fratelli”, dice Salvatore.

Il centro storico di Aragona, dicembre 2016.

“Sono arrivato a Wuppertal, vicino a Düsseldorf, nel 1962, dopo tre giorni di viaggio in treno. Avevo diciotto anni e ho cominciato con l’edilizia. Dormivamo dentro baracche prefabbricate che smontavamo e rimontavamo a seconda della città in cui l’azienda apriva i cantieri. Quattro letti a baracca, una piccola stufa per riscaldarci l’inverno e la valigia sempre pronta per ripartire. Era faticoso, ma era tutto in regola ed eravamo pagati bene. La maggior parte di noi veniva dalle campagne, dieci-dodici ore di lavoro al giorno per guadagnare una miseria, per non parlare di quelli che morivano in miniera”.

Di tutte le zolfare che tarlavano le campagne di Aragona non restano che le spine nei ricordi di chi ne ha fatto esperienza diretta o indiretta. Da quella di Taccia Caci, Luigi Pirandello cavò dolori e scrittura. Vi investì i soldi portati in dote da Maria Antonietta Portulano e la signora se ne fece una malattia. Nel 1903 andò allagata e Pirandello perse la rendita e la ragione della moglie. Diventò scrittore e un poco nullatenente, le due cose insieme. A Taccia Caci ambientò la storia di Ciàula, caruso e zolfataro, che nello sbucare dalla miniera, buca per un attimo il buio di una vita:

Restò sbalordito. Il carico gli cadde dalle spalle. Sollevò un poco le braccia; aprì le mani nere in quella chiarità d’argento. Grande, placida, come in un fresco luminoso oceano di silenzio, gli stava di faccia la Luna. Ora, ora soltanto, così sbucato, di notte, dal ventre della terra, egli la scopriva. Estatico, cadde a sedere sul suo carico, davanti alla buca. Eccola, eccola là, eccola là, la Luna… C’era la Luna! la Luna! E Ciàula si mise a piangere, senza saperlo, senza volerlo, dal gran conforto, dalla grande dolcezza che sentiva.

“Io i diritti li ho conosciuti in Germania”, dice Salvatore. “Quando ho cominciato a lavorare come operaio, la fabbrica ci dava tutto: la casa, i biglietti per i mezzi pubblici, l’assicurazione sanitaria. Lavoravamo con la plastica, non si smetteva mai, turni di otto ore che coprivano l’intera giornata”. Luciano segue il racconto del fratello e annuisce: “Io per esempio ho lavorato quasi sempre di notte”. Chiedo loro se facevano altro, oltre a lavorare. “Come tutti i ragazzi, ci piaceva divertirci”, dice Luciano, “e il fine settimana uscivamo”. “Ma non facevamo mai troppa baldoria”, aggiunge Salvatore, “i tedeschi si fidavano di noi perché lavoravamo duro, mandavano gente fino ad Aragona per convincere i disoccupati ad andare a lavorare nelle loro fabbriche, oppure aspettavano con cartelli scritti in italiano nelle stazioni tedesche, offrivano lavoro e un posto dove stare, ed era vero, anche se in quel posto poi ci dovevi stare anche in dodici”.

Negli anni sessanta furono quasi tre milioni gli italiani che emigrarono in Germania. “Poi arrivarono i turchi, gli albanesi, aumentarono gli affitti delle case e la concorrenza”, dice Salvatore, “intanto molti di noi avevano messo da parte abbastanza per ritornare. Io mi ero sposato e anche mia moglie era venuta a fare l’operaia, ma poi siamo ritornati, e ancora mi chiedo se ho fatto bene”. Luciano e la moglie Ninetta scuotono la testa: “Sei stato fortunato, Salvatò”. Ma Salvatore non è convinto: “Non lo so, chi ha comprato casa in Germania grazie ai mutui agevolati dell’epoca ora sta bene, e i figli ce li ha vicini. Io cosa ho guadagnato: emigrante io, emigrate le mie figlie”, dice Salvatore.

E i giovani
Per capire cosa lega le storie dei padri e quelle dei figli, e per misurarne le differenze, mi faccio aiutare da Filippo Micciché, che da Aragona se n’è andato undici anni fa. “Mi sono trasferito prima a Dublino e ci sono rimasto quattro anni: ho lavorato nei pub pieni di irlandesi ubriachi, poi in un negozio di abbigliamento e poi sono entrato nel mondo dell’assistenza tecnica alle aziende. Aiuto i dipendenti che hanno problemi coi sistemi operativi dei loro computer, tutto via telefono. L’ho fatto da Dublino, per un anno da Lisbona perché volevo imparare il portoghese e per sei mesi da Parma. Parma mi piaceva, ma lo stipendio era deludente, ero subcontrattato due volte: mi viene da ridere solo a ripensarci. Collaboro anche con alcune agenzie del lavoro. Trovo i candidati giusti per le loro offerte e allo stesso tempo aiuto ragazzi italiani, spagnoli e francesi a fare i primi passi in un paese che non conoscono”.

Riccio, occhi barba e capelli scuri, Filippo ha 35 anni e tre fratelli: nessuno di loro è rimasto ad Aragona. Giuseppe vive a Quito, in Ecuador; Jonathan a Dublino, in Irlanda; e Letizia a Menfi, in provincia di Agrigento. “Io ora sono a Danzica, dopo due anni di Cracovia”, dice. “La Polonia è un posto pazzesco, le offerte di lavoro sono tante, ci si stanno trasferendo un sacco di aziende: la mia è indiana, ha questa sede in Polonia, ma lavoriamo per un cliente olandese”.

Gli chiedo il motivo per cui se n’è andato. “Ero iscritto all’università, ma mi rendevo conto che non stavo andando da nessuna parte e che anche io ero entrato nella trappola di chi considera la laurea più un riconoscimento per essere accettati socialmente che uno strumento, e così me ne sono andato. Ho capito che viaggiare e imparare le lingue era importante tanto quanto studiare. Io tra un lavoro e l’altro sono stato sei mesi in Argentina, in Cile e in Bolivia. Le lingue mi hanno sempre aiutato a trovare lavoro, così come ai ragazzi che ho conosciuto in questi anni. Inglesi, svedesi, danesi, in Europa la pensano così. La Sicilia è autoreferenziale, non guarda fuori dei propri confini e questa chiusura la sta condannando. Ma è un problema che non riguarda solo i ragazzi siciliani”.

Aragona, dicembre 2016.

Nel 2015 gli italiani tra i 18 e i 34 anni che sono andati a vivere all’estero sono stati 39mila: 23mila di loro sono laureati. La Repubblica ha provato a calcolare il valore economico di chi è partito negli ultimi anni. “Alla più cauta della stime, dal 2008 al 2014 è emigrato all’estero un gruppo di italiani la cui istruzione nel complesso è costata allo Stato 23 miliardi di euro”, scrive Federico Fubini.

Per dare un senso a questo numero, e per usare un’immagine che mostra il legame tra il destino dell’isola e quello del paese, è come se si fossero costruiti tre ponti sullo stretto di Messina per poi distruggerli o regalarli alla Francia.

Una cifra difficile da calcolare è la ricaduta di una frase come questa: “Prima ci pensavo a tornare in Italia, ora non più, se ne riparla quando sarà il momento della pensione, forse”. Me la dice Filippo senza farne un dramma: e sarebbe retorico e inutile colorarla coi toni del piagnisteo, oggi. Crescere in un paese, trasferirsi in un altro, passarci degli anni o la vita, restarci invece che no. Chi lo dice che bisogna farsi prendere dal malanimo di fronte a scelte del genere?

Tre fallimenti
Il problema è se queste scelte sono libere o imposte. Nel Mezzogiorno sono il risultato di tre fallimenti. La slavina si è formata appena dopo l’unità d’Italia ed è venuta giù fino a oggi, fino ad Aragona. Nel 1861 i piemontesi pensarono che bastasse dare istituzioni moderne e uniformi all’intero paese perché le aree meno sviluppate crescessero. L’idea funzionò per il centro Italia, ma si arenò nel sud.

Con la repubblica nacquero l’Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno (Svimez) e la Cassa per il Mezzogiorno: furono investiti 379 miliardi dal 1951 al 1998. Poca cosa, e miserabile. La Germania per i suoi lander orientali ne ha investiti 390 in dieci anni. Lo straordinario intanto diventava ordinario e l’emergenza si trasformava in un adagio su cui costruire clientelismo e carriere politiche. Nel 1992 il testimone è passato all’Unione europea e alle regioni. Dall’Unione sono arrivati soldi e buoni propositi, dalle regioni “inerzia, ignavia, rassegnazione e sordità”, per usare le parole del costituzionalista Sabino Cassese. Il divario tra nord e sud è per Cassese il “maggiore fallimento dello stato unitario; dello stato unitario, si badi bene, non del nord, ma del nord e del sud insieme”.

In paesi come Aragona vuol dire che la scelta di andarsene o rimanere non è libera. Nelle sere d’inverno, la luce gialla dei lampioni cade sulle strade deserte. Sant’Elisabetta, Joppolo Giancaxio, Raffadali, Aragona sembrano fantasmi del passato, in auto si attraversano senza incontrare nessuno.

Tamponare l’emorragia è possibile, come si è visto nel caso della Germania. Qualcosa di simile è avvenuto anche in Portogallo e in Spagna: le regioni più deboli non hanno superato quelle più forti, ma i divari si sono ridotti.

“La distinzione da porre non è fra meridionali e settentrionali ma fra quanti, dentro il Mezzogiorno, hanno goduto di rendite e privilegi e quanti invece si sono ritrovati vittime, spinti a emigrare o costretti ad adattarsi”, scrive l’economista Emanuele Felice. Quello che ha fatto la differenza in altri paesi sono stati governi nazionali e locali in grado di governare ritardi e storture. “Il buon governo e le buone istituzioni hanno un ruolo importante nella ricchezza e povertà delle nazioni”, scrive il biologo, fisiologo e ornitologo statunitense Jared Diamond. E guardando all’Italia da Aragona, vedendo nei suoi numeri e nelle sue storie i numeri e le storie della nazione, è difficile dargli torto.

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