Due ragazze nigeriane a bordo della nave Aquarius, il 25 luglio 2017.

Quando i soccorsi arrivano tardi

Due ragazze nigeriane a bordo della nave Aquarius, il 25 luglio 2017.
27 luglio 2017 16:02

In lontananza appaiono le luci di Pozzallo e sul ponte della nave Aquarius scoppia una bolla di voci. “È l’Italia quella?”, chiede Evelyn, una ragazza nigeriana. Chi era sdraiato si alza e corre ad affacciarsi, le donne sul ponte entrano sotto coperta a chiamare le altre. In pochi minuti sono tutti fuori.

“Evviva l’Italia, grazie Italia”, cantano un gruppo di ragazzi del Camerun, mentre si dispongono in cerchio e cominciano a ballare. “Siamo così contenti, ci hanno salvato, che Dio li benedica”, dice Vincent del Senegal mentre si muove al ritmo di due tamburi. “Il viaggio è stato duro, ma ora spero che verranno tempi migliori”, afferma balbettando Fela, mentre da seduto guarda gli altri che festeggiano.

A Evelyn viene da piangere: “Sono partita dalla Nigeria, perché i miei genitori sono poveri, non mi hanno potuto fare studiare”. Viene dallo stato di Edo, come l’80 per cento delle donne a bordo della nave. Sogna di fare la parrucchiera, ma è disposta a fare la baby sitter, la donna delle pulizie, qualsiasi cosa le permetta di vivere in maniera dignitosa. È alta e slanciata, ha vent’anni.

Christian è del Ghana, viveva in Libia con la moglie e la figlia, faceva l’operaio, sognava di aprire un’officina tutta sua. Non avrebbe mai pensato di venire in Europa, ma non sopportava più le continue minacce. “I neri in Libia sono trattati come animali, hanno ucciso un mio amico davanti ai miei occhi per derubarlo e per questo ho deciso di scappare, per garantire un futuro a mia figlia che ha appena quattro mesi. Emmanuela potrà studiare, non soffrirà come noi”. Emmanuela dorme tra le braccia di sua madre e non ricorderà il momento in cui i suoi genitori hanno messo piede in Europa.

La nave Aquarius si ferma davanti a Pozzallo per tutta la notte, in attesa di entrare in porto il giorno successivo per le operazioni di sbarco. Per tutta la notte i quattrocento ospiti della nave fanno su e giù dal ponte più alto per andare a vedere la costa. C’è gioia, ma anche paura. “Che succede dopo lo sbarco? Com’è l’Italia?”, chiede Junior, un ragazzo di 17 anni del Ghana.

Le ragazze nigeriane sono le più impaurite, si stringono l’una all’altra per farsi coraggio

Quando la nave attracca sulla banchina intorno alle 9 di mattina, sale l’agitazione sul ponte. “State tranquilli, ci vorranno ore per lo sbarco”, spiega a tutti Alan Fredonic, uno dei soccorritori di Sos Méditeranée. A bordo sale il medico del porto di Pozzallo, Vincenzo Morello, per confrontarsi con Craig Spencer, il medico di bordo, sui casi più difficili. “Le prime a scendere sono le dieci donne incinte e i feriti, in tutto 15 persone che vengono portate in ospedale”, spiega Morello. “Tra loro c’è un ragazzo con una ferita d’arma da fuoco, una persona con un trauma al piede, una ragazza con una frattura al braccio e due persone con febbre e tosse”.

Sulla nave arrivano i mediatori culturali e gli ufficiali del ministero della salute per fare una prima valutazione sanitaria, tutti si mettono in fila. Sono sbarcate prima le donne incinte, poi i feriti, le famiglie, i minori non accompagnati, quindi tutti gli altri. Dopo averle visitate, le autorità italiane fanno indossare dei braccialetti numerati alle persone. Prima di salire sulla passerella, mentre sono in fila, i ragazzi lanciano un ultimo sguardo ai loro soccorritori. “Grazie di tutto, che Dio vi benedica”, ripete Joy. “Buona fortuna, cerca di stare bene, di avere cura di te”, risponde Alan Fredonic, mentre stringe la mano alla ragazza.

“È un momento molto emozionante, dopo averli soccorsi in mare aperto, vederli arrivare in Italia, sapere che li aspettano tempi duri, non è facile”, spiega Marcella Kraay di Medici senza frontiere. “Quando ci chiedono informazioni, spieghiamo che si sono lasciati alle spalle l’inferno libico e finalmente sono al sicuro. Ma diciamo anche che ora in Europa dovranno affrontare molte difficoltà, molte più di quelle che immaginano”, continua. Le ragazze nigeriane sono le più impaurite e le più spaesate, si stringono l’una all’altra per farsi coraggio.

Troppo tardi
Mentre la nave Aquarius di Sos Méditerranée e Medici senza frontiere arriva nel porto di Pozzallo dopo dieci giorni in mare con 418 migranti a bordo, la nave spagnola Proactiva Open Arms recupera un gommone alla deriva a 16 miglia dalle coste libiche. Troppo tardi. Tredici persone sono morte schiacciate sul fondo del gommone. “Siamo stati avvertiti dalla guardia costiera italiana che c’era un gommone alla deriva e quando i nostri sono arrivati sul posto si sono accorti che c’era molta tensione perché il gommone era sovraccarico ed era un po’ sgonfio”, afferma Riccardo Gatti, portavoce dell’ong spagnola.

“Quando i soccorritori hanno cominciato a trasferire le persone si sono accorti che c’erano dei cadaveri, all’inizio sembravano dieci ma alla fine erano 13”, continua. “I sopravvissuti hanno raccontato successivamente di aver gettato in mare tre persone morte durante la traversata, quindi in tutto i morti sono 16”. Tra i cadaveri ci sono quelli di due donne incinte e di una coppia, moglie e marito, che hanno lasciato quattro figli. “La più grande dei fratellini ha cinque anni, il più piccolo dieci mesi e sono rimasti orfani”, spiega Gatti.

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Tra i sopravvissuti c’erano 40 donne, tra cui una decina che aveva subìto più volte violenze sessuali in Libia, anche prima di partire. “Erano in stato di shock, avevano segni di violenza, facevano fatica a camminare”, racconta. “Lo stato delle persone sopravvissute era abbastanza estremo, dopo essere state picchiate e violentate brutalmente in Libia, hanno affrontato ore e ore di viaggio e il loro gommone era quasi sgonfio quando siamo arrivati”, conclude.

Secondo l’Organizzazione internazionale delle migrazioni (Oim), nel 2017 sono morte più di 2.360 persone nella traversata del Mediterraneo, ma per le autorità europee ridurre il numero dei morti in mare non è più una priorità. “Mentre le ong sono convocate dal ministero che vuole imporre un codice di condotta muoiono alla deriva donne e bambini”, scrive su Twitter Oscar Camp, fondatore di Proactiva Open Arms. Il fotografo freelance Santi Palacios è l’unico a documentare la situazione.

Lo stesso giorno a Roma i rappresentanti delle nove organizzazioni non governative che operano soccorsi in mare partecipano all’incontro con il ministro dell’interno Marco Minniti per discutere degli undici punti che il governo vuole imporre alle ong, tra cui il divieto di fare trasbordi e l’obbligo di garantire la presenza di agenti della polizia giudiziaria sulle navi. Dopo ore di confronto, la discussione viene aggiornata al 28 luglio. “Ho ritenuto importante che ci fosse qualche valutazione in più, ne riparleremo venerdì”, spiega Minniti durante un incontro con le commissioni difesa ed esteri del senato.

Per il governo italiano la priorità è imporre il codice di condotta alle organizzazioni che nell’ultimo anno hanno soccorso quasi il 40 per cento dei migranti sulla rotta del Mediterraneo centrale. Se le organizzazioni non dovessero accettarlo, il governo potrebbe impedirgli di continuare la missione umanitaria, anche se rimangono molti dubbi sulla legittimità di una decisone del genere.

Questo articolo fa parte di un diario che racconta la vita a bordo dell’Aquarius, una delle navi impegnate nel soccorso dei migranti nel Mediterraneo centrale.

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