Migranti aspettano di essere soccorsi dagli operatori della ong Proactiva open arms al largo delle coste libiche, il 25 luglio 2017.

Le ong boicottano il codice di condotta voluto dal governo

Migranti aspettano di essere soccorsi dagli operatori della ong Proactiva open arms al largo delle coste libiche, il 25 luglio 2017.
01 agosto 2017 10:24

Save the children e Migrant offshore aid station (Moas) sono le uniche due organizzazioni non governative che per ora hanno firmato il codice di condotta articolato in tredici punti, scritto dal governo italiano per regolamentare il soccorso dei migranti nelle acque internazionali a nord della Libia.

Medici senza frontiere (Msf) e Jugend Rettet il 31 luglio hanno dichiarato che non sottoscriveranno il testo che prevede tra l’altro la presenza a bordo delle navi di agenti armati della polizia giudiziaria e il divieto di trasferire da una barca all’altra i migranti soccorsi in mare.

“Avremmo voluto che questo codice si aprisse sottolineando l’importanza dei princìpi umanitari, il principio di salvare vite per noi è fondamentale e questo non lo abbiamo ritrovato”, ha spiegato il direttore generale di Medici senza frontiere, Gabriele Eminente, lasciando il ministero dell’interno dopo aver partecipato a una riunione durata quasi due ore, insieme alle autorità italiane e ai rappresentanti di altre due ong: Save the children e Jugend Rettet.

La spagnola Proactiva open arms si è presa del tempo, ma ha dichiarato che firmerà in una lettera inviata al ministro Marco Minniti, mentre non hanno partecipato alla riunione le altre ong che soccorrono i migranti nel Mediterraneo: Moas, Sos Méditerranée, Sea Watch, Sea Eye, Proactiva open arms, LifeBoat.

Il no di Medici senza frontiere
“Il problema per noi è che il codice di condotta prevede che la polizia giudiziaria salga a bordo con le armi di dotazione”, ha detto Gabriele Eminente. “E questo principio non lo accettiamo in nessuno dei settanta paesi dove lavoriamo”, ha aggiunto. Msf aveva mandato una lettera al ministro dell’interno Marco Minniti prima della riunione, spiegando la propria decisione e sperando in una modifica dei punti più controversi del codice come il divieto di fare trasbordi. “Il codice di condotta prevede ancora il divieto di trasferire persone da una nave all’altra. Un sistema in cui i trasbordi sono vietati vuol dire potenzialmente rischiare di avere più morti in mare”, ha detto Eminente.

In un altro documento l’organizzazione aveva spiegato le sue perplessità su questo tema: “Dal 2016, abbiamo visto i barconi di migranti partire a ondate, e in diversi casi fino a venti barconi per volta si sono trovati in urgente bisogno di soccorso. La capacità delle navi di soccorso più piccole di stabilizzare questi barconi in attesa che le navi più grandi imbarcassero le persone è stata cruciale per salvare vite in mare. Trasferimenti tra navi sono stati richiesti di frequente dalla centrale operativa di Roma, da quando abbiamo iniziato le nostre operazioni in mare nel 2015, e hanno permesso di effettuare soccorsi secondo le migliori pratiche, lasciando le navi più piccole disponibili per altri soccorsi mentre le grandi tornavano in Italia”.

Un’altra questione delicata per Msf è la collaborazione con le autorità libiche. “Le strategie messe in atto dalle autorità italiane ed europee per contenere le partenze dalle coste libiche sono, nelle circostanze attuali, estremamente preoccupanti”, è scritto nella lettera inviata da Msf al ministro Marco Minniti. “La Libia non è un posto sicuro dove riportare le persone in fuga, né dal territorio europeo né dal mare. Ovviamente le attività di ricerca e soccorso non costituiscono la soluzione per affrontare i problemi causati dai viaggi sui barconi e le morti in mare, ma sono necessarie in assenza di alternative perché le persone possano trovare sicurezza”.

La posizione delle altre ong
La tedesca Jugend Rettet è d’accordo con Medici senza frontiere: il suo portavoce Titus Molkenbur ha confermato che dopo una lunga discussione l’ong ha deciso di non firmare. “L’unico motivo per firmare il codice sarebbe stato quello di rendere più efficiente il salvataggio di esseri umani nel Mediterraneo, rispettando le leggi internazionali e i princìpi umanitari a cui c’ispiriamo. Purtroppo al momento questi princìpi non sono rispettati, anche se ci auguriamo che ci siano altre discussioni con il governo italiano, perché noi rimaniamo impegnati a salvare vite”, ha detto Molkenbur.

Parere positivo invece hanno espresso Save the children e Moas. Il direttore generale di Save the children Valerio Neri ha spiegato che le attività di ricerca e salvataggio in mare della Vos Hestia, la barca dell’ong, fin dall’inizio delle operazioni nel 2016, si sono svolte in linea con le indicazioni del codice di condotta, come quella di coordinarsi con la guardia costiera italiana e non entrare in acque territoriali libiche.

“Nel caso di un paio di articoli che ci preoccupavano, come per esempio il divieto a fare trasbordi, siamo stati rassicurati dal fatto che sia stata inserita la possibilità di farli su indicazione della centrale operativa della guardia costiera”, ha detto Neri. Per quanto riguarda la presenza della polizia giudiziaria il direttore di Save the children ha spiegato di avere chiesto al ministero di inserire una clausola che rispetti i princìpi umanitari dell’organizzazione.

La priorità non è il modus operandi di questa o quella organizzazione, ma salvare vite umane

“Pensiamo di aver fatto una cosa giusta, corretta”, ha concluso Neri. “Ma rispettiamo i colleghi che hanno deciso di non firmare perché in queste situazioni un’organizzazione umanitaria valuta quanto questo tipo di accordi con i governi mettano a repentaglio la propria indipendenza”.

La spagnola Proactiva open arms si è presa più tempo per riflettere, ma in una lettera al ministro dell’interno ha confermato che firmerà: “Non vediamo la necessità di questo codice e lo abbiamo inteso come un tentativo del governo italiano di creare una relazione chiara con le organizzazioni non governative che si occupano dei soccorsi in mare. Le norme contenute in questo testo descrivono in maniera abbastanza chiara il nostro modus operandi, per questo non crediamo che ci saranno cambiamenti significativi nelle nostre attività”.

La francese Sos Méditerranée in un comunicato ha spiegato che firmerà, se il governo italiano chiarirà alcuni punti. “Per poter firmare il codice di condotta Sos Méditerranée suggerisce di specificare le regole per l’idoneità tecnica delle navi di soccorso; chiarire che le navi delle ong potranno, anche in futuro, trasferire le persone soccorse su altre navi, sotto il coordinamento della centrale operativa di Roma. Inoltre, Sos Méditerranée chiede che gli ufficiali di polizia giudiziaria non interferiscano con la missione umanitaria e i princìpi dell’organizzazione”.

Cosa cambia?
In un comunicato molto duro pubblicato alla fine della riunione il ministero dell’interno fa intendere che ci saranno delle conseguenze concrete per le organizzazioni che si sono rifiutate di sottoscrivere il codice di condotta. “L’aver rifiutato l’accettazione e la firma del codice di condotta pone quelle organizzazioni non governative fuori dal sistema organizzato per il salvataggio in mare, con tutte le conseguenze del caso concreto che potranno determinarsi a partire dalla sicurezza delle imbarcazioni stesse”, è scritto nel comunicato del Viminale.

Il codice, tuttavia, non prevede delle sanzioni per chi ha rifiutato di firmare. Per Tommaso Fabbri di Medici senza frontiere non cambierà nulla in concreto. “Sono fiducioso che continuerà a esserci un’ottima collaborazione con il governo, è quello che ci aspettiamo”, afferma Fabbri che assicura che Msf rispetterà tutti i punti del codice di condotta che non sono in contrasto con lo statuto interno dell’organizzazione. “La priorità non è il modus operandi di questa o quella organizzazione, ma salvare vite umane”, conclude.

Breve storia del codice di condotta
Il 16 maggio 2017, in seguito a un’indagine conoscitiva della commissione difesa del senato, il senatore Nicola La Torre, presidente della stessa commissione, ha espresso la necessità di “regole chiare” per le organizzazioni non governative che operano soccorsi nel Mediterraneo centrale, pur avendo escluso tutte le accuse che dall’inizio dell’anno erano state rivolte alle organizzazioni umanitarie, prima dall’agenzia per il controllo delle frontiere europee Frontex e poi dal procuratore di Catania Carmelo Zuccaro.

Il ministro dell’interno Marco Minniti ha fatto sua l’esigenza di un codice di condotta per le organizzazioni non governative che soccorrono i migranti in mare e il 3 luglio durante una riunione informale a Parigi insieme ai ministri dell’interno di Francia e Germania e al commissario europeo Dimitri Avramopoulos ha incassato il favore dei partner europei. Il 4 luglio in un documento ufficiale la commissione europea ha chiesto all’Italia di scrivere il codice per le ong. La stessa proposta è sostenuta dai ministri dell’interno dell’Unione europea riuniti in un vertice a Tallinn, in Estonia.

Il 18 luglio il ministero dell’interno italiano ha presentato il codice di condotta e ha convocato le ong al Viminale il 25 luglio. Il regolamento prevede una serie di misure che le organizzazioni non governative ritengono scontate come il divieto di entrare in acque territoriali libiche, il dovere di coordinare ogni operazione di salvataggio con la centrale operativa di Roma o il divieto di spegnere i trasponder, ma anche alcuni punti controversi come la presenza degli agenti armati a bordo e il divieto di trasferire i naufraghi da un’imbarcazione a un’altra durante le operazioni di soccorso.

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Le ong hanno chiesto delle modifiche del documento, che in parte sono state accettate. Alcuni punti, tuttavia, continuano a destare preoccupazioni. Per esempio le ong chiedono che la polizia salga sulle navi disarmata, che non interferisca con le attività mediche e di soccorso e che le operazioni non siano ritardate dalla burocrazia.

Questi cambiamenti, tuttavia, non sono stati concessi. Nel frattempo il governo italiano, su richiesta del governo di unità nazionale libico, ha proposto di mandare le navi militari italiane nelle acque territoriali libiche per fermare la partenza delle imbarcazioni dei migranti in collaborazione con la guardia costiera libica. La proposta sarà illustrata dai ministri Roberta Pinotti e Angelino Alfano davanti al parlamento il 1 agosto.

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