Roberto Sardelli.

Il prete dei baraccati che credeva nelle parole

Roberto Sardelli.
20 febbraio 2019 14:09

Veniva spesso da noi, quasi ogni sera prima di tornare a casa sua, che era distante un isolato dalla nostra. Era prima che il quartiere Prenestino fosse chiamato “il Pigneto”, prima che la speculazione immobiliare trasformasse una delle zone più popolari di Roma nel posto dei locali e della movida. Era sempre vestito con un maglione colorato o una camicia a quadri, non aveva l’aspetto di un prete, anche se tutti nel quartiere lo chiamavano “don Robbè” e andavano a trovarlo a casa, bussando alla porta di legno che lasciava sempre aperta. Era spesso seduto alla scrivania a riordinare i suoi appunti scritti a mano, aveva musicato le poesie di Federico García Lorca che sapeva a memoria, amava molto il flamenco che aveva studiato in Andalusia.

Si sedeva in salotto e raccontava le storie delle persone che aveva incontrato e poi parlava della città, di Roma, dei suoi amministratori e delle loro mancanze, parlava di quelli che erano stati “rifiutati dalla città”, della possibilità e dello spazio della politica. Negli anni novanta andava tutti i giorni a Villa Glori, ai Parioli, ad assistere i malati terminali di aids. Erano persone che vivevano lo stigma di una malattia di cui nessuno voleva parlare, perché era circondata da pregiudizi e vergogna. Riguardava soprattutto omosessuali, trans, prostitute, tossicodipendenti. In pochi posti di Roma era riuscito a raccontare questa esperienza durata dieci anni, che ha poi raccolto nel libro Le margherite sono le nuvole del prato (1998).

Roberto Sardelli è morto il 19 febbraio a Pontecorvo, in provincia di Frosinone, a 84 anni, dopo una lunga malattia, circondato dalla cura di quelli che un tempo erano i suoi ragazzi, gli studenti del doposcuola che il prete aveva creato alla fine degli anni sessanta nella baracca 725 all’Acquedotto Felice, nel quartiere Tuscolano di Roma. La sua esperienza di prete, di maestro di strada, ma anche di analista attento ai cambiamenti sociali è incredibilmente attuale in una città in cui 15mila persone vivono per strada o in alloggi di fortuna e dove le disuguaglianze sono sempre più forti.

Nei racconti di Sardelli c’erano sempre le persone. Ricordo per esempio la storia di una coppia di trans: una delle due era ricoverata in ospedale allo stadio finale della malattia e l’altra andava tutti i giorni a trovarla. Sardelli raccontava i particolari della cura, anche senza speranza. Diceva di aver imparato molto da quella coppia che per la maggior parte della vita aveva dovuto proteggere il suo legame dal giudizio della società. Di lui mi colpivano due cose: le guance scavate in contrasto con gli occhi enormi e vivaci e le molte storie che raccontava con una capacità affabulatoria rara. Sardelli era sempre umano, come l’accento ciociaro che gli coloriva le frasi, altrimenti pronunciate in un italiano forbito.

Poteva inabissarsi in posti che noi frequentavamo senza accorgerci da chi erano abitati, per poi riemergere e raccontare che cos’era davvero Roma

Si faceva interrogare dalle storie delle persone che frequentava e non usava quasi mai parole scontate, sembrava che avesse scelto soprattutto di ascoltare. E poi di non essere neutrale. Era antiautoritario, voleva stare vicino a quelli che erano stati allontanati dalla società. Era convinto che gli ultimi dovessero prendere la parola. Era il punto di vista ribaltato a rendere speciali i suoi racconti. Prediligeva spesso la prospettiva delle donne, in particolare di quelle più anziane, e anche questo era particolare perché pochi portavano questo punto di vista nella discussione pubblica.

Era duro con il potere, intransigente soprattutto verso un certo perbenismo, molto severo anche con se stesso, ma mai l’ho sentito pronunciare parole di condanna verso qualcuno. Poteva inabissarsi in posti che noi frequentavamo senza accorgerci da chi erano abitati, per poi riemergere e raccontare che cos’era davvero Roma, cosa stava succedendo alla città, come si stava trasformando.

Da atea, mi colpiva che fosse angosciato dalla morte: era molto religioso, ma la fede non aveva un valore consolatorio per lui. La perdita di qualcuno era sempre l’occasione per ricordare l’unicità e la straordinarietà di quell’esistenza. I suoi discorsi più belli li ho ascoltati ai funerali. Credo che fosse per questo suo rapporto particolare con la morte che avesse un istinto radicale verso la libertà e avesse dedicato tutta la sua vita all’educazione alla libertà.

“Prendere coscienza della propria realtà è un atto di forza. Il povero che non prende coscienza della sua realtà è fottuto”, diceva spesso. Originario di Pontecorvo, a Roma Sardelli si trasferì in una delle baracche – quella lasciata da Rita, una prostituta – nel 1968. Era appena arrivato nella chiesa di San Policarpo, al Tuscolano, quando si accorse che uno dei chierichetti, Cesidio, spariva ogni giorno dopo la funzione. Viveva con la sua famiglia in una baracca senza bagno, senza acqua corrente, senza elettricità. Un giorno il prete lo aveva seguito e aveva scoperto una città nella città, a pochi passi dalla chiesa, un insediamento nascosto a ridosso dell’acquedotto, completamente rimosso dallo sguardo e dai discorsi dei parrocchiani.

La scuola 725
Così aveva deciso di trasferirsi nella baraccopoli, suscitando parecchie critiche da parte dei suoi superiori. Nel borghetto abitavano 650 famiglie, lavoratori edili, operai, ex contadini arrivati a Roma dall’Abruzzo, dal Molise, dalla Basilicata, dalla Calabria. Migranti interni, immigrati. Nella capitale gli affitti erano proibitivi: “O mangiavano, o pagavano l’affitto, così nacquero le baracche”.

I ragazzini frequentavano la scuola pubblica ed erano segregati nelle classi differenziali, erano considerati non adatti alla scuola, erano trattati come disabili. Così erano condannati ad avere le aule peggiori, i peggiori insegnanti, programmi semplificati e il loro destino era quello dell’abbandono scolastico. I ragazzi dell’Acquedotto andavano a scuola malvolentieri perché erano discriminati e soprattutto cercavano di nascondere la loro vita nelle baracche. Gli immigrati meridionali erano vittime di pregiudizi e scherno: “Dicevano che non ci lavavamo, che non pagavamo le bollette, che non pagavamo le tasse, che eravamo dei parassiti”, ricorda Emidio, uno degli abitanti della baraccopoli.

Arrivato all’Acquedotto Felice, sulle orme di don Lorenzo Milani, il priore di Barbiana che Sardelli aveva conosciuto e frequentato, il sacerdote decise di aprire un doposcuola nella baracca 725, una catapecchia di nove metri quadrati. Il primo giorno si presentarono cinquanta bambini, tutti quelli dell’acquedotto, così dovettero presto trasferirsi in un altro spazio, la baracca di Natalino, praticamente una grotta buona per coltivare i funghi. Usavano le candele per illuminarla quando si faceva buio e la stufa a legna per riscaldarsi.

“La scuola che io intendevo fare non era una scuola di pietà, era una scuola che doveva insegnare a inserirsi nella vita”, ha raccontato Sardelli nel documentario Non tacere girato dal regista romano Fabio Grimaldi nel 2005. Si cominciava alle 15.30 e si andava avanti fino a sera. La lettura del giornale era al centro del lavoro della scuola, i ragazzi sceglievano l’articolo che gli interessava di più, lo leggevano insieme, se c’erano dei termini che non capivano aprivano i dizionari che erano i libri più usati durante le lezioni e cercavano il termine sconosciuto.

Si leggeva insieme finché tutti non avevano capito, poi si discuteva di quegli avvenimenti. “In quel piccolo, freddo e umido spazio non imparammo solo a leggere, a scrivere e a far di conto, ma ogni sera, a lume di una tremolante candela, giornale alla mano, imparammo a riflettere su quanto ci accadeva, su quanto accadeva nel mondo: le fragili mura venivano abbattute e sotto gli archi degli acquedotti risuonavano le voci del mondo. Dalla rivolta di Battipaglia, alla sofferenza del Vietnam, da Martin Luther King al Satyagraha del Mahatma Gandhi. Bisognava tutti uscire da un’educazione centrata sull’individuale per costruire in noi stessi uno spazio dove prevalesse l’afflato collettivo”, ha scritto anni dopo nel libro Vita di borgata.

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Insieme ai giornali si leggevano alcuni libri come La biografia di Malcom X o Dottore in Cina di Joshua Horn, ma si ascoltava anche molta musica. “Volevo portare il mondo a casa loro, perché i ragazzi capissero che la loro condizione non era esclusivamente la loro, ma era una condizione che condividevano con il resto del mondo”, ha detto Sardelli anni dopo. “All’Acquedotto Felice imparammo a spogliarci del vestito che ci avevano messo addosso di essere portatori di bisogni e indossammo l’abito di portatori di diritti”.

Nella scuola 725, i ragazzi si resero ben presto conto che i libri di testo della scuola pubblica non erano adatti per loro e così decisero di scrivere il proprio libro di testo: disegnarono e composero interamente il libro. “Dovevamo diventare saggisti, dovevamo diventare poeti, dovevamo diventare scrittori”. Molti intellettuali, giornalisti, registi, scrittori conobbero l’esperienza della scuola e cominciarono a frequentarla. I ragazzi li incontravano, li interpellavano, gli facevano molte domande, poi ogni due settimane componevano un giornalino che stampavano con il ciclostile e che conteneva le loro discussioni, le loro inchieste, le loro interviste.

A un anno dall’inizio del doposcuola, il sacerdote chiese ai ragazzi di scrivere una lettera al sindaco di Roma, Clelio Darida, per denunciare la loro condizione: “Quando cominciai a leggere i cartoncini su cui avevano scritto i loro pensieri mi accorsi che lì c’era del materiale ben più importante di quello che avevo pensato”. Così nacque la lettera al sindaco di Roma alla cui stesura i ragazzi della scuola 725 lavorarono per dieci mesi, in un lavoro che era soprattutto didattico e che aveva come obiettivo la presa di parola attraverso un’elaborazione collettiva. In un primo momento le autorità ne furono spaventate, il prete fu convocato dal cardinale vicario che chiese di non pubblicare il lavoro. Nella lettera c’era scritto:

Il luogo dove viviamo è un inferno. L’acqua nessuno può averla in casa, la luce illumina solo un quarto dell’Acquedotto. Dove c’è la scuola si va avanti con il gas. L’umidità ci tiene compagnia per tutto l’inverno. Il caldo soffocante l’estate. I pozzi neri si trovano a pochi metri dalle nostre cosiddette abitazioni, tutto il quartiere viene a scaricare ogni genere di immondizie a cento metri dalle baracche.

La lettera fu pubblicata nel 1970 ed ebbe una straordinaria diffusione, anche grazie alla stampa, che gli diede massima visibilità. Era un documento didattico, ma anche politico, dimostrava che anche dei ragazzini di età differenti in un contesto così svantaggiato potevano rifiutare le disuguaglianze e prendere parola nello spazio pubblico, come atto di emancipazione e libertà.

“Non tacere è parlare, perché nella situazione dei baraccati le istituzioni giocavano sul silenzio, sul silenzio costruivano i pregiudizi, alimentavano le dicerie. Non tacere diventò uno slogan, non tacere fu come gridare la nostra dignità”, ha spiegato una volta Sardelli. E questo è il lascito più grande di un uomo che ha creduto nella presa di parola come azione politica, come forma di conflitto contro le ingiustizie e le disuguaglianze, in una città che ancora oggi, a cinquant’anni di distanza da quella lettera, tollera l’esistenza dei ghetti, delle baraccopoli e di disuguaglianze profonde a cui risponde solo con le forze di polizia, con gli sgomberi, con interventi repressivi di ordine pubblico.

I ragazzi della scuola 725, nel frattempo, sono diventati maestri di scuola, operai e sindacalisti, l’Acquedotto Felice invece è stato sgomberato nel 1973 e la maggior parte delle famiglie è stata trasferita alla periferia di Ostia, nei palazzi di edilizia popolare di Nuova Ostia. Dopo una lunga battaglia per la casa, i baraccati hanno ottenuto quello che volevano, ma nei loro confronti non si è interrotto lo stigma e la segregazione, anche se sono andati ad abitare nelle case. “Le nostre famiglie, i nostri ragazzi erano stati deportati in un ghetto che tale non era come si voleva far credere. In quest’universo concentrato di Nuova Ostia il tessuto umano che faticosamente avevamo organizzato si sfilacciava”.

Nel 2007 un gruppo di ex studenti della scuola 725 con Sardelli e con un gruppo di urbanisti scrissero una nuova lettera al sindaco di Roma che intitolarono “Per continuare a non tacere”. Criticavano la gestione della città come vetrina per eventi culturali episodici che si concentravano solo nel centro, e chiedevano l’investimento in una nuova forma di welfare territoriale che partisse dai municipi.

“Occorre produrre legame sociale, fare società, fare città. E occorre produrre legame sociale attraverso il conflitto. La missione per la politica è quella di fare società, costruire solidarietà con iniziative che diano contenuto alle giuste aspirazioni e maturino la cultura della convivenza”, è scritto nel documento. E ancora: “Ricominciare dall’ascolto. L’unico modo di uscire dalla situazione di stallo in cui i partiti si stanno accartocciando su se stessi è quello di non chiudersi nel lamento, ma quello di avventurarsi nel campo aperto della cultura, della politica e del contatto con le persone, che non può essere sostituito da un passaggio televisivo”.


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