Sono 3,7 milioni le persone che hanno lasciato il Venezuela dal 2014 per fuggire dalle persecuzioni politiche, ma soprattutto dalla povertà, dalla situazione economica sempre più drammatica e dai continui razionamenti di cibo ed energia elettrica. “Una crisi umanitaria senza precedenti per la regione”, afferma José Samaniego, il coordinatore per il Venezuela dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr), in visita a Roma per incontrare rappresentanti del governo italiano.

“Sempre più spesso i venezuelani anche della classe media lasciano il paese, magari solo per curarsi perché negli ospedali del paese mancano le medicine e ci sono continui blackout”. Sono soprattutto i paesi limitrofi e in particolare i paesi andini ad accogliere i venezuelani in fuga: Colombia, Perù, Ecuador, Cile. Negli ultimi mesi anche in Argentina e in Brasile il numero dei profughi venezuelani è aumentato. Alcuni partono dal Venezuela via mare e cercano di raggiungere i paesi centroamericani: il Messico, il Costa Rica, Panama e l’Honduras.

In tutto sono sedici i paesi latinoamericani che stanno accogliendo i profughi venezuelani. “Molte persone vogliono uscire dal paese solo per un breve periodo, in modo da guadagnare dei soldi o farsi curare. Per questo il governo colombiano ha concesso un visto temporaneo di circolazione frontaliera da qualche mese e almeno tre milioni di persone ne hanno fatto richiesta”, afferma Samaniego.

Al momento sono 400mila le domande di asilo politico presentate nei paesi limitrofi

Il Venezuela è stato storicamente un paese di destinazione di molti immigrati originari di tutto il continente, ora molti di loro stanno tornando nei paesi di origine: “Ci sono famiglie miste che tornano in Perù, in Colombia e anche in Argentina e Cile”. In passato scappavano dal paese soprattutto classi agiate, invece nell’ultimo periodo “stanno uscendo in maggioranza persone vulnerabili, con malattie gravi come l’hiv, che non trovano più le medicine negli ospedali”. Poi ci sono sempre più casi di persone che chiedono asilo, rifugiati politici, persone che scappano da persecuzione politica. “Al momento sono 400mila le domande di asilo politico (dal 2014) presentate nei paesi limitrofi”.

Questa enorme quantità di persone che si mette in viaggio è spesso preda di trafficanti e criminali: violenze, sequestri, violenze sessuali sono all’ordine del giorno lungo il cammino. “Il Venezuela è uno dei paesi più violenti del mondo, con il tasso di omicidi più alto dell’America Latina”, afferma Samaniego.

Uno dei problemi più grossi è la mancanza di documenti: infatti in Venezuela ottenere un passaporto può arrivare a costare migliaia di dollari, quindi la maggior parte delle persone parte senza documenti: “Questo è uno dei motivi per cui si muovono in massa, in carovane. Sono chiamati caminantes. Questo però aggrava la questione della sicurezza”. Prima il viaggio si faceva in aereo, al momento invece le persone stanno raggiungendo le loro destinazioni a piedi, addirittura fino al Cile e all’Argentina.

Favorire l’inclusione
Per regolarizzare le persone, Colombia e Perù hanno concesso dei documenti temporanei, altri paesi stanno estendendo la validità di documenti scaduti: “In tutto nell’ultimo anno e mezzo, tra chi ha ottenuto questo tipo di permessi e chi ha ottenuto la protezione umanitaria parliamo di più di un milione e mezzo di persone”. La priorità è quella di evitare che le persone entrino in clandestinità, questo creerebbe infatti molti problemi di sicurezza.

La crisi potrebbe durare ancora a lungo, secondo il funzionario dell’Onu, per questo i paesi dell’area stanno concedendo anche dei permessi di lavoro e cercano di facilitare l’inclusione sociale dei profughi sul breve e sul medio periodo.

Una delle caratteristiche di questa crisi è la mobilitazione della società civile: ci sono moltissimi progetti gestiti dalla chiesa cattolica, dalle parrocchie, ma anche dai volontari che stanno offrendo servizi e assistenza umanitaria ai profughi in transito.
Il segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres ha lanciato nel 2018 una piattaforma regionale per coordinare la risposta dei sedici paesi che sono interessati dalla crisi umanitaria venezuelana.

“La prima attività è stata quella di mettere in rete le associazioni che già forniscono assistenza lungo le rotte: Croce rossa, agenzie internazionali, chiesa cattolica eccetera. Realizzare delle mappe, dare informazioni e contatti sull’assistenza umanitaria e legale disponibile permette alle persone di non doversi affidare ai trafficanti”.

La crisi è cominciata nel 2014, ma è peggiorata notevolmente nell’ultimo anno: “La risposta però non può essere solo umanitaria, si deve lavorare sullo sviluppo e sulla creazione di posti di lavoro. Siamo di fronte a una crisi che rischia di destabilizzare la regione”. In Italia c’è un piccolo aumento delle richieste di asilo da parte dei venezuelani, parliamo di piccoli numeri (mille domande), ma molti venezuelani sono di origine italiana e hanno un passaporto italiano che in molti casi stanno usando per emigrare in Italia. “Chiederemo al governo italiano di riconoscere una forma di protezione anche temporanea ai profughi venezuelani”.

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