Una manifestazione contro l’arresto di Carola Rackete a Colonia, Germania, il 2 luglio 2019. (Federico Gambarini, Picture-Alliance/Dpa/Ap/Ansa)

Gli insulti contro Carola Rackete e i discorsi di odio in Italia

Una manifestazione contro l’arresto di Carola Rackete a Colonia, Germania, il 2 luglio 2019. (Federico Gambarini, Picture-Alliance/Dpa/Ap/Ansa)
11 luglio 2019 15:27

Gli insulti sessisti rivolti a Carola Rackete – la comandante della Sea-Watch 3 – durante il suo arresto sul molo di Lampedusa, il 29 giugno, hanno scatenato diverse reazioni di condanna e hanno aperto in Italia una discussione sulla diffusione dei discorsi di odio e sul rapporto tra i commenti offensivi e discriminatori online e gli slogan sempre più aggressivi dei politici verso le donne, i migranti e le minoranze. L’organizzazione Amnesty international ha pubblicato da poco un rapporto, Il barometro dell’odio, in cui ha analizzato proprio la relazione tra le parole dei politici e l’hate speech in rete, prendendo in esame centomila post, tweet e commenti online diffusi durante la campagna elettorale per le elezioni europee del 26 maggio 2019.

Secondo Amnesty international, un contenuto su dieci tra quelli valutati è risultato offensivo o discriminatorio. L’immigrazione, le minoranze religiose, le questioni di genere sono i temi che scatenano di più i discorsi di odio. Quando si parla d’immigrazione, 42 post o tweet su cento dei politici generano più del 20 per cento di commenti offensivi o discriminatori; nel caso dei post che si occupano di minoranze religiose, 47,5 post o tweet su cento generano commenti offensivi; mentre solo sette post o tweet di politici su cento che parlano di altri temi provocano più del 20 per cento di commenti offensivi o discriminatori. Le donne in politica ricevono più del doppio degli attacchi rispetto ai colleghi, più di un attacco su quattro è di tipo sessista.

Gli odiatori sono molto coesi anche dal punto di vista linguistico

Il linguista Federico Faloppa, che ha curato il rapporto di Amnesty, ha fatto notare che nella campagna per le elezioni europee “Salvini e Italia sono stati i due sostantivi più frequenti, seguiti da Lega ed Europa”. Spiega Faloppa che “Salvini è il protagonista delle discussioni, nel bene e nel male: frequentissimo è il titolo di ‘capitano’, che gli viene attribuito con connotazione positiva, ma frequente è anche l’apposizione ‘bastardo’, con cui viene apostrofato dai suoi oppositori e dai loro follower”. Spesso i politici non sono espliciti nell’incitamento all’odio: “Non c’è un rapporto di causa ed effetto tra l’aggressività dei politici e la produzione di hate speech, ma abbiamo osservato che c’è da parte dei politici una specie di eccitamento, mai esplicito, che produce commenti che diventano invece esplicitamente discriminatori”.

Per il linguista è molto interessante per esempio come viene usato l’aggettivo “nostro” nei discorsi di odio: “C’è una dimensione semantica dell’odio che coinvolge parole che sembrano neutre, ma che non sono in effetti usate in maniera neutra. Per esempio si dice i ‘nostri’ porti, le ‘nostre’ donne. È come se chi usa i discorsi di odio facesse riferimento a una costruzione semantica simile, omogenea, mentre chi si oppone ai discorsi di odio abbia un ‘noi’ frammentato. Gli odiatori sono molto coesi anche dal punto di vista linguistico, mentre chi si oppone ai discorsi di odio non lo è”.

Per Vincenzo Visco Comandini, professore di economia delle istituzioni all’università Tor Vergata di Roma, i discorsi di odio sono favoriti dai social network e dalla loro struttura economica. Secondo l’economista, i social network profilano i soggetti che potrebbero essere più sensibili ai discorsi di odio e li sottopongono più frequentemente a questo tipo di stimolo. “Questi tipi psicologici sono profilati dagli algoritmi a scopi elettorali, il voto viene trattato come un qualsiasi prodotto di mercato. Studi recenti dimostrano che le fake news e i discorsi di odio in rete hanno un’influenza sulle campagne elettorali”, spiega Visco Comandini.

pubblicità

Secondo il professore di economia, sui social network sono individuati dei tipi psicologici che sono possibili “odiatori”, ovvero elettori potenziali di chi fa determinati discorsi di odio. “Ci sono meccanismi psicologici molto noti che vengono stimolati ad arte dagli algoritmi dei social. Per esempio un meccanismo è il “bias di conferma”: ti vengono mandati messaggi che ti confermano qualcosa che tu pensi già di sapere: in questo modo diventi impermeabile ad altre opinioni”, spiega.

“Inoltre è stimolata la schadenfreude cioè un sentimento di godimento nel dolore degli altri. Questo meccanismo si attiva stimolando la delusione, la frustrazione, l’invidia, il complesso di inferiorità in soggetti particolarmente vulnerabili a questi sentimenti. Per questo tipo di individui esprimere odio è una forma di piacere. Infine ci sono altri due meccanismi: sono individuate delle persone che mancano di capacità autocritica, di metacognizione, cioè non si rendono conto che sono ignoranti o che quello che pensano non è vero; e poi c’è ‘l’effetto parità’. In rete tutti pensano di avere diritto di parlare ed esprimersi, anche su temi che non conoscono, questo ha favorito la diffusione di teorie del complotto”. Per Visco Comandini, queste tecniche di propaganda erano conosciute e usate ben prima della nascita dei social network, ma con la spinta tecnologica hanno avuto una maggiore diffusione. “Dal punto di vista linguistico si costruisce una polarizzazione fondata sul ‘noi’ e ‘voi’, la costruzione di questa contrapposizione è alla base dei discorsi di odio”.

Sostieni il giornalismo indipendente
Se ti piace il sito di Internazionale, aiutaci a tenerlo libero e accessibile a tutti con un contributo, anche piccolo.
pubblicità

Articolo successivo

Le notizie di scienza della settimana
Claudia Grisanti
Sostieni il giornalismo indipendente
Se ti piace il sito di Internazionale, aiutaci a tenerlo libero e accessibile a tutti con un contributo, anche piccolo.