Una scena del film Happily ever after.

Amore e rivoluzione in Egitto

Una scena del film Happily ever after.
25 settembre 2017 17:08

Leggendo l’ultimo rapporto di Human rights watch che accusa le forze dell’ordine egiziane di praticare la tortura sistematica o la denuncia dell’Egyptian organisation for human rights che sostiene che ci siano state 378 sparizioni forzate in un anno, sarebbe facile concludere che in Egitto non è rimasto proprio nulla della primavera araba, schiacciata da autoritarismi più brutali di quelli del despota contestato in piazza Tahrir nel 2011, Hosni Mubarak.

Ma quei giorni di rivoluzione non hanno lasciato nessuna eredità? Il docufilm autobiografico Happily ever after, di Ayman el Amir e Nada Riyadh, parla dell’amore ai tempi della rivoluzione e lascia intuire cambiamenti sociali profondi. In piazza Tahrir, durante quei giorni sospesi, uomini e donne hanno dormito insieme, discutendo di un futuro diverso. Dopo la rivoluzione, molte giovani coppie hanno anche deciso di convivere senza sposarsi, un fatto finora inaudito in Egitto.

Questo spirito libero lo si trova personificato in Nada Riyadh, regista e protagonista del film. Riyadh viene da una famiglia di rivoluzionari: “Mio padre era un attivista ed è stato in prigione sotto Mubarak. Io non avrei mai pensato che la stessa cosa potesse succedere anche a noi, e addirittura per le stesse ragioni”. Lei ha voluto rimanere in Egitto perché crede che non sia tutto finito: “Voglio stare qui e poter camminare mano nella mano con il mio fidanzato senza essere insultata. Se nessuno lo fa più, come faremo a cambiare le cose?”.

Se vuoi conoscere le persone, comincia a guardare nelle loro stanze da letto

Il suo approccio politico non è condiviso da Ayman el Amir, che sta studiando cinema in California. Dopo la rivoluzione El Amir era pieno di entusiasmo, ma ora che è tutto finito (hanno girato sotto la presidenza di Mohammed Morsi) vorrebbe dare priorità alla sua vita invece di dedicarla alla causa. La scontro di posizione è evidente e riporta concretamente la politica nella sfera privata.

Il genere stesso del film è inedito. Nada filma Ayman quando arriva all’aeroporto dopo mesi di separazione. Lo filma quando è arrabbiato e non vuole più discutere. Lo filma anche quando dice che smetterà di parlare finché la telecamera è accesa. Nada filma addirittura i suoi genitori che filmano le reazioni di Ayman mentre lei filma i suoi. L’autrice di Sex and the citadel, Shereen el Feki, lo spiega in un articolo uscito sul Guardian: “Se vuoi conoscere le persone, comincia a guardare nelle loro stanze da letto. E se vuoi conoscere te stesso, comincia a scrivere un libro”.

Fare un film insieme probabilmente ha permesso a Nada e Ayman di capire se potessero davvero rimanere insieme, malgrado la distanza e le prese di posizione diverse. Il film è la prova che lo possono fare, accettando di mostrare pubblicamente un’intimità scomoda: la telecamera non potrebbe essere più intrusiva all’interno della coppia, e spesso mette a disagio lo spettatore.

Nada e Ayman si amano e nella vita sembrano anche molto più pacificati e felici che nel loro film. Il “dopo” è ora. Per loro, il salto in avanti sul piano personale è stato immenso.

Un nuovo impegno
Ma cosa è rimasto, più in generale, di quel momento sospeso di libertà folle e gioiosa?

“Oggi i rivoluzionari sono depressi e sono alle prese con problemi economici che lasciano poco tempo per pensare”, anche se il nuovo cinema egiziano testimonia che qualcosa è definitivamente cambiato, che una rivoluzione sociale c’è stata, afferma Nada: “Nel 2011 volevamo essere guidati, ci mancava la visione. Oggi, nei film come nella vita, gli ex rivoluzionari riflettono in modo più profondo: pongono domande sociali, ho la sensazione che oggi siano ancora più impegnati”.

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Di fatto, negli ultimi due anni, un nuovo cinema egiziano ha rappresentato la rivoluzione in un modo più maturo. In the last days of the cities di Tamer El Said è un film che “prova a catturare il momento subito precedente alla rivoluzione, quando si poteva intuire che qualcosa stava per succedere. Il suo resoconto dello spirito rivoluzionario è più umano, più connesso alla realtà della città”, commenta Nada.

Un altro film, Clash di Mohamed Diab, propone una critica sociale profonda, dove si intuisce subito che le cose devono per forza cambiare. Chiusa nella camionetta della polizia per 24 ore, vediamo l’intera società egiziana imprigionata: donne e uomini anche lì si mescolano e quando la ragazza simpatizzante dei Fratelli musulmani deve fare la pipì, tutti si voltano. Dopo questi momenti di rivoluzione e violenza politica, nessuno potrà rimanere com’era prima. Alcuni potranno anche vivere felici e contenti.

Ayman el Amir e Nada Riyadh saranno al festival di Internazionale a Ferrara, il 30 settembre per l’incontro “Amore e rivoluzione in Medio Oriente”. Il 1 ottobre sarà proiettato il film Happily ever after.

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