Un manifesto del presidente egiziano Abd al Fattah Al Sisi a Rafah, nella Striscia di Gaza, al confine con l’Egitto, 1 novembre 2017.

La Cbs dà una lezione di libertà di stampa al presidente egiziano 

Un manifesto del presidente egiziano Abd al Fattah Al Sisi a Rafah, nella Striscia di Gaza, al confine con l’Egitto, 1 novembre 2017.
11 gennaio 2019 15:50

Il programma 60 minutes della Columbia broadcasting system (Cbs) è uno dei più longevi della rete americana – nato nel 1968, ora sta per compiere 51 anni. Considerato dall’enciclopedia Britannica come uno dei più stimati magazine della tv americana, 60 minutes si è permesso il lusso di dare una lezione di libertà di stampa da brivido al presidente egiziano, facendo così gioire giornalisti e attivisti egiziani che non possono, per ragioni di sicurezza, porre le stesse domande.

Il quotidiano Al Araby cita le reazioni di gioia su Twitter come quella di Ayman Rasheed che ironizza: “Mi spiace, Al Sisi, che la Cbs non abbia organizzato un’intervista come quelle che rilasci solitamente ad Amro Adib o Ibrahim Issa [giornalisti del regime], ma ho apprezzato di vederti sudare e fartela addosso non appena un giornalista è andato a fondo nelle cose”.

L’ambasciata egiziana a Washington ha subito richiesto di non mandare in onda il programma, e la Cbs ha risposto laconicamente sul suo sito: “Il programma sarà trasmesso il 6 gennaio alle ore 19”.


Inoltre, il sito del programma offre diversi video selezionati dell’intervista che cominciano tutti con “Al Sisi nega che” per affermare – dati alla mano – certe verità scomode sul regime egiziano più autoritario del secolo. Propone anche un dietro le quinte in cui il presentatore Scott Pelley spiega di non aver avuto nessun timore a porre domande difficili al presidente – sottolineando che l’intervista si è svolta a New York – e in cui la producer racconta in dettaglio le pressioni subite da parte egiziana. Il canale ha anche pubblicato un comunicato per spiegare il suo approccio:
“I contribuenti americani versano all’Egitto più aiuti che a qualunque paese al mondo – eccetto Israele. Ma circa un miliardo e mezzo di dollari all’anno sta andando nelle casse di un regime accusato dei peggiori abusi della storia moderna egiziana. Nelle prigioni egiziane ci sono migliaia di oppositori del presidente Abdel Fattah Al Sisi”.

Il vero scoop dell’intervista è l’ammissione di Al Sisi del riavvicinamento tra Egitto e Israele. Secondo il sito indipendente egiziano Madamasr “è la prima volta che un presidente dell’Egitto ammette l’esistenza di una cooperazione militare tra l’Egitto e Israele”. Lo stesso sito, sotto il titolo “Il portavoce militare nega che Israele abbia bombardato in Egitto” dà invece notizia delle incursioni israeliane in Sinai contro il gruppo Stato islamico effettuate con il tacito accordo egiziano.

Sessantamila prigionieri politici
Il programma si è aperto con il caso di Mohamed Soltan, giovane con doppia cittadinanza – egiziana-americana – che è stato arrestato nell’agosto 2013 e detenuto fino al maggio 2015, e condannato poi all’ergastolo per la ‘”pubblicazione di fake news’”. Soltan si è difeso spiegando che la sua unica colpa era quella di ‘”avere una telecamera. E di avere anche un telefono e di aver twittato’”.

Dopo aver rinunciato alla nazionalità egiziana, il ragazzo ha potuto lasciare il paese. I prigionieri politici egiziani non hanno avuto però la stessa fortuna. Secondo Human rights watch sono oggi sessantamila. E quando Scott Pelley ha chiesto ad Al Sisi il numero dei prigionieri politici in Egitto, il generale, con una risata – ma sudando abbondantemente – ha dichiarato che “non ci sono prigionieri politici in Egitto”.

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Infine, alla domanda riguardo il massacro di Al Rabae del 2013, in cui le forze dell’ordine hanno ucciso più di mille manifestanti, Al Sisi, evidentemente a disagio ha riposto: “Abbiamo provato a sgomberarli con tutti mezzi pacifici”.

In Egitto, riporta ancora Madamasr, l’ufficio stampa di Al Sisi ha dato ordine ai gruppi editoriali controllati dal regime di non seguire la notizia dell’intervista della Cbs. Ma i social network non parlano di altro e il mondo del giornalismo arabo in esilio esulta, come l’intellettuale Azmi Beshara, da Doha: “Quanto può essere arrogante il dittatore davanti ai suoi mass media, e quanto è diventato piccolo, nano, davanti a una telecamera che non lo temeva!”.

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