Cosa unisce i mottetti profani scritti da Guillaume de Machaut in Francia a metà del trecento e il basso ronzante dei soundsystem di Kingston, in Giamaica?

Se lo sono chiesti i coreografi Cecilia Bengolea e François Chaignaud che con il loro spettacolo DFS, andato in scena durante il Roma Europa festival, hanno cercato di unire due culture apparentemente agli antipodi.

Eppure, sembrano dirci i due coreografi, esiste un luogo ancestrale dentro di noi in cui parola, canto, danza e teatro diventano una cosa sola e rispondono a un bisogno primordiale dell’essere umano, quello di armonizzarsi con i suoi simili. È la base, non solo del fare teatro, ma di tutte le società umane.

Le corti francesi del trecento e la scena dancehall giamaicana usano la musica in modo simile: come strumento identitario e come collante sociale. L’ars nova, attraverso le sue polifonie sacre e profane, creava un architettura sonora dentro cui rappresentare e codificare una società nuova. E la cultura dei soundsystem giamaicani, a partire dagli anni sessanta, fa la stessa cosa ibridando generi musicali e sublimando nel suono e nella danza le dinamiche sociali non facili dell’isola caraibica.

Sia l’ars nova che il dancehall si sono rivelati due modi di fare musica che, in epoche storiche diverse, si sono propagati rapidamente nel mondo e hanno continuato a evolversi. Sono entrambi linguaggi internazionali che hanno saputo estendere la loro influenza culturale oltre i luoghi in cui sono state creati. Danze, ballate e madrigali si propagavano per l’Europa prerinascimentale così come suoni, tecnologie e stili della diaspora caraibica hanno portato molti elementi di dancehall nelle classifiche pop globali.

DFS. (Hervé Véronèse)

DFS comincia nella semioscurità con Chaignaud e una danzatrice che, immobili uno di fronte all’altra, intonano un antico mottetto. Le loro voci si cercano e si trovano, e solo dopo i loro corpi cominciano a muoversi. I movimenti della danza seguono quelli del canto ricordandoci una cosa che spesso tendiamo a dimenticare: anche la voce è corpo.

Siamo abituati ad ascoltare la musica vocale antica in situazioni estremamente controllate: su disco o in ambienti claustrali come chiese o sale da concerto. È molto facile che, con tanti secoli che ci separano da quelle musiche, ci troviamo a smaterializzare le voci e a descrivere anche il più appassionato mottetto amoroso come “etereo” , “diafano” o “soprannaturale”. In realtà ogni voce esce da un corpo umano che ha un suo peso, occupa un suo spazio, consuma energia e si muove.
Chaignaud e Bengolea mettono in scena proprio questo: con le loro voci affaticate dalla danza che, imperfette, si arrampicano su partiture antichissime in cerca di un’armonia.

Gli artisti giamaicani che hanno collaborato alla coreografia (Damion BG Dancerz e Craig Black Eagle) giustappongono la loro pratica a quella dei coreografi europei. E in scena è tutto un turbinare di cambi di tempo e di scarpe: si passa dai piedi nudi alle scarpette da punta e alle sneakers.

L’effetto finale è quello di tante vignette forse un po’ staccate tra loro, soprattutto quando a un mottetto francese viene contrapposto un pezzo di un artista come Vybz Kartel o Stitches. C’è solo un momento in cui i due mondi sembrano davvero confondersi uno nell’altro: i danzatori, tutti in scena, si muovono su un basso a volume sempre più impercettibile, un battito che si consuma in una sorta di vibrazione. È il basso continuo del soundsystem giamaicano, una cosa che smetti di sentire con le orecchie ma che senti con lo stomaco e il diaframma. Solo in quel fugace momento di estrema astrazione sonora il muro tra i generi, le pratiche e i secoli è davvero caduto.

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