Una scena del film Family tour, del cinese Ying Liang.

Locarno 2018 apre all’insegna del coraggio delle donne

Una scena del film Family tour, del cinese Ying Liang.
03 agosto 2018 15:10

Anche quest’anno il festival di Locarno si è aperto in un’atmosfera festosa più che unica, con le tante sezioni che ci offrono un bello spaccato sulle tendenze più avanzate del cinema d’autore internazionale, i suoi incontri con gli autori aperti al pubblico e le affollate proiezioni in piazza Grande.

Tra i tanti incontri, ci sarà anche Ethan Hawke, attore rivelato con L’attimo fuggente di Peter Weir, e interprete sensibile anche di recente di film di alto livello, come First reformed di Paul Schrader, e che presenterà in piazza Grande il suo nuovo lungometraggio da regista, Blaze. Il festival prevede un tributo ai fratelli Taviani e l’assegnazione del Pardo d’oro alla carriera a uno dei più significativi registi francesi, Bruno Dumont, che ultimamente è tornato a essere distribuito in Italia.

Inoltre la consueta retrospettiva storica, quest’anno dedicata a un genio poco conosciuto della comica del muto, della commedia e del melodramma, Leo McCarey. Tra questi Liberty, una geniale comica muta del 1929 di Stanlio e Ollio; il film d’apertura in piazza Grande è la commedia ispirata a fatti reali sul mondo del basket e delle persone con disabilità, Les beaux esprits di Vianney Lebasque, simpatica e gradevole ma certo non particolarmente forte e originale. Le sezioni Concorso internazionale e Cineasti del presente si sono aperte con film di alto interesse all’insegna delle donne. Donne raccontate da uomini o dalle donne stesse.

Affondo coraggioso
Il presidente della giuria di quest’anno è uno dei registi più originali e intensi del cinema contemporaneo, il cinese Jia Zhang-ke, e il concorso si apre proprio con un film cinese, Family tour di Ying Liang, già autore di vari e apprezzati lungometraggi, tra cui When night falls con cui ha vinto a Locarno nel 2012 il Pardo per la miglior regia. Family tour è un ottimo film ma che più scomodo non si potrebbe per il presidente della giuria perché è un affondo coraggioso quanto sincero alla politica governativa, la rivendicazione del diritto di artisti, scrittori, pensatori e di qualsiasi cittadino di poter esprimere le proprie opinioni in libertà senza aver paura per la propria libertà personale.

D’altra parte, Jia Zhang-ke è stato censurato a sua volta in passato e quindi è certamente sensibile alla questione, e se la morsa censoria si è attenuata in varie parti del mondo è anche grazie all’azione dei festival, in primo luogo quello di Cannes.

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Il tema della libertà d’espressione, unito a quello della memoria, coincide in parte nel film di Ying Liang con quanto raccontato dal regista di Still life nella sua ormai quasi ventennale filmografia, anche se non troviamo qui la medesima ampiezza di visione, potenza nella messa in scena o polifonia di significati. Ma Family tour lascia il segno con questa storia di una giovane regista della Cina continentale non solo censurata ma anche sempre più ostacolata nella sua libertà di movimento, partita a vivere in esilio a Hong Kong e qui di transito a Taiwan ospite d’onore di un festival di cinema. È originale, bello e poetico che il regista abbia raccontato quella che è un po’ la sua storia mediante la figura di una donna.

Inoltre, Ying Liang pur personalizzandolo, rinnova qualcosa della finezza nella descrizione dei rapporti famigliari, nella freschezza della fotografia – una Taiwan molto luminosa – oltre che per il tema della coralità famigliare, tipici di uno degli autori più importanti del cinema recente taiwanese, Edward Yang, scomparso nel 2008, il cui film più celebre, lo straordinario Yi-yi, ha avuto anche una distribuzione italiana, purtroppo fugace.

Frammenti perversi
La protagonista si trova in compagnia della madre, venuta a trovarla dalla Cina, oltre che del marito e del figlio, un bambino delicato e vivace di quattro o cinque anni. Il bimbo vive nella bolla felice in cui i genitori e la nonna cercano di farlo vivere, la nonna è malata e la figlia spera di farla curare, mentre i fantasmi affiorano, sostanzialmente dovuti alla persecuzione politica. Tanta è la paura o almeno l’ansia continua che per essere tranquilli si trovano a dormire tutti nello stesso albergo sotto la sorveglianza di una guida turistica offerta dal festival.

La costruzione delle inquadrature è sapiente, come nel dialogo sul pullman posteggiato dove crea una scala di priorità tra i vari piani che corrispondono ai livelli di prossimità o lontananza esistenti tra madre e figlia. Soprattutto è magistrale l’uso dei tapes con gli interrogatori da parte delle autorità cinesi. Come frammenti perversi provenienti da un oltretomba dell’ideale di umanità dove non esistono libertà e rispetto della dignità umana, emergono così in tutta la loro violenza psicologica le pressioni per cercare di obbligare la figlia a rimontare il film, oppure a lasciarlo perdere oppure ancora nel cercare di farla tornare a casa.

Il sollievo, malgrado il tanto dolore è rappresentato dalla famiglia e dalle relazioni umane. Come anche dai disegni poetici del marito (dovuti in realtà a un astro del fumetto d’avanguardia di Hong Kong, Chihoi, pubblicato in Italia da Canicola) che fanno regolarmente la loro apparizione e chiudono il film. Ma sono anche la metafora dell’espressione di sé mediante l’arte rappresentata nella sua dimensione più intima e segreta, difficilmente intercettabile da un censore.

Circolarità temporale
Jiao qu de niao (Suburban birds), altro bel lungometraggio cinese che ha aperto Cineasti del presente, la più importante delle sezioni parallele, è del giovane esordiente Qiu Sheng. Anche qui una mano davvero sensibile nel raccontare con finezza le relazioni umane e con toni a tratti irreali i problemi della sicurezza nei lavori pubblici o nell’edilizia in un paese dall’incessante trasformazione a tappe forzate, certo per molti aspetti ammirevole ma talvolta anche insensata e spietata.

Giovane ingegnere coscienzioso, il protagonista, indagando su un cedimento nel terreno che mette a rischio un intero quartiere, scopre in una scuola un diario che lo mette in contatto con un gruppo di bambini di un passato recente. In qualche modo ritrovando anche sé stesso nella sua dimensione più pura seguiamo l’avventura esplorativa di un gruppetto di ragazzini in una natura avvolgente che emerge malgrado tutto in un quartiere suburbano, tra macerie di palazzi e autobus abbandonati dove giocare. I bambini di ieri e quelli cresciuti di oggi del gruppo di ingegneri (perché in fondo questo sono e non degli adulti veri e propri) si confondono tra loro al pari dei livelli temporali.

Per uscire dal grigiore e dall’oppressione prosaica della macchina burocratica, lo spazio diventa un cerchio quasi uterino

C’è molta dolcezza in tutti i livelli della regia, l’onirismo affiora fin dall’inizio come anche il tema della circolarità temporale: il film si apre con delle immagini che hanno l’opacità del ricordo come del sogno, anche se a dire il vero si tratta della realtà filtrata dai mascherini di uno strumento di misurazione dello stato del sottosuolo.

I livelli narrativi e temporali si compenetrano in una sola cosa al fine di uscire dal grigiore e dall’oppressione prosaica della macchina burocratica, lo spazio diventa un cerchio quasi uterino. Spazio materno di cui la dolcezza di tono pare essere l’espressione quanto la sequenza finale dell’esplorazione di un bosco vero da parte di due adolescenti che si addormentano fianco a fianco, sereni, nell’erba alta. Due mondi, e due tempi della Cina, si sono ritrovati.

Inquietudine familiare
Tornando al concorso internazionale, Tarde para morir joven della cilena Sofia Dominga Sotomayor, regista al suo terzo lungometraggio, è un altro esempio, originale, di onirismo calato nel quotidiano filmato nella maniera più naturalistica possibile. Siamo in Cile all’inizio degli anni novanta, alla vigilia della caduta del regime di Pinochet e il prisma scelto è quello lontano, distante, di una famiglia che vive in maniera indipendente in capannoni all’interno di un bosco, un po’ come una comunità degli anni settanta autosufficiente.

Al centro della narrazione, una ragazza alle prese con le sue inquietudini di adolescente in crescita, come l’imminente spostamento in città dalla madre, ma anche con i primi amori. Intorno a lei, gravitano gli altri fratelli e gli altri giovani della comunità, mentre quelli anziani, come anche il padre, sono più distanti. Il Natale si festeggia nel clima estivo sotto quelle latitudini, e tutto sembra una festa.

Quando i nodi di Tarde para morir joven giungono al pettine, tutto si ricompone nei suoi elementi fondamentali

Ma un’inquietudine serpeggia all’interno, è quella di un’adolescente ribelle, di una giovane che ambisce a formarsi come donna in senso pieno. L’apparente staticità nei luoghi ombrosi, l’apparente serenità di quei grandi pranzi all’aperto, nasconde qualcos’altro, un desiderio di movimento e vita che nella sua negazione può anche portare al desiderio di morte.

Il film forse soffre un po’ nella parte iniziale per il susseguirsi di scenette di vita quotidiana della comunità che non sempre coinvolgono per la loro tenuità di composizione, come avviene invece nel cinema asiatico, spesso un esempio nella costruzione di inquadrature e sequenze dense, intense, dalle quali lo spettatore resta catturato al di là di eventuali lentezze nella narrazione.

Ma il contrasto con la seconda parte è comunque molto forte, in particolare con le atmosfere della lunga parte notturna della festa di capodanno dalla fotografia con luci e colori caldi, soffusi, con un uso straordinario di oggetti e mobili che sembrano quasi delle composizioni da casa delle bambole sotto forma di installazione all’aperto di arte contemporanea.

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È tutto narrato e filmato, anche qui, come fosse un ricordo personale di una vita famigliare. Un tempo presente che è già passato. La parte finale, quando i nodi giungono al pettine ma tutto si ricompone nei suoi elementi fondamentali tornando alla prosaicità della parte iniziale e, sul piano filmico, alla luce naturalistica, è splendida nello svelare con la luce del giorno la fine di una festa e di un momento unico come fosse la fine di una magia, con i suoi oggetti sparsi qua e là, vestigia della felicità e quindi metafora del fatto che tutto ciò che è più bello, come i ricordi positivi, è effimero quanto illusorio.

L’inverno perenne di Kent Jones
Infine, Diane, sempre nel concorso, forse il film più bello visto finora. Al momento della probabile uscita in Italia, bisognerà tornare sopra a questo film d’esordio, dovuto al critico Kent Jones, ex direttore della rivista Film Comment, corrispondente dagli Stati Uniti dei Cahiers du Cinéma e direttore del New York film festival.

Ambientato tra le nevi del Massachussets, mescolando varie temporalità in maniera magistrale, anche qui il confine tra sogno (ma potremmo dire visione) e ricordo è labile. Offre insieme un formidabile ritratto di donna sola e di comunità oppressa dalla religione e dalla paura del peccato. Diane è una donna matura, che pratica volontariato, si occupa del figlio ridotto quasi a uno stato inerte, della cugina malata, delle sue amiche. Ma non di se stessa. Pian piano, inverno dopo inverno, vede morire tutti, tranne il figlio, che rinasce ma ossessionato molto più di lei dalla purezza religiosa. Tutto si dissolve in questo inverno perenne più simile a un limbo, compresa la vita stessa della protagonista che pare quasi un sogno. Non c’è dubbio che Diane sia finora il volto che ha marcato questo inizio di festival e dove tutte le storie narrate hanno in comune la dimensione intima compenetrata all’interno della comunità.

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