James Murphy, Lcd Soundsystem.

Gli Lcd Soundsystem fanno a pezzi il sogno americano

James Murphy, Lcd Soundsystem.
02 settembre 2017 13:22

Lcd Soundsystem, American dream
Il nuovo disco degli Lcd Soundsystem è una riflessione sulla fine delle cose: la gioventù, l’amicizia, l’amore e il sogno americano. La band di James Murphy è tornata dopo sette anni di silenzio, ma senza enfasi né voglia di festeggiare. L’album, intitolato non a caso American dream, comincia con Oh baby, un brano lento e sommesso nel quale la voce sussurrata di Murphy evoca brutti sogni e porte aperte verso l’oscurità. Tutta la prima parte del disco è immersa in queste atmosfere: il secondo pezzo, Other voices, ha una ritmica sostenuta alla Talking Heads ma conserva un’atmosfera cupa, mentre le chitarre di I used to sono tese e drammatiche.

La lunga How do you sleep?, la canzone più complessa e intrigante, è ispirata ai contrasti tra Murphy e Tim Goldsworthy, il fondatore dell’etichetta Dfa, e ricorda i Depeche Mode. Poi, all’improvviso, il disco ha un guizzo che lo porta fuori dal buio con Tonite, un’ironica cavalcata disco punk in pieno stile Lcd Soundsystem. Poi tocca al rock di Call the police, che sembra citare Heroes, tenere alto il morale. Con American dream, ballata sospesa tra autocommiserazione e disillusione politica, si torna nell’ombra. La chiusura è affidata a Black screen, un omaggio a David Bowie (la sua presenza aleggia in tutti i brani) costruito su tastiere spettrali alla Brian Eno.

Non basta descrivere le singole canzoni per dare l’idea di quanto sia ispirato il nuovo lavoro di James Murphy e i compagni. American dream è un album splendido, anche se ha bisogno di qualche ascolto per essere metabolizzato, perché forse non è quello che ci aspettavamo. Ma questo non è un male, anzi. Come spesso succede con i viaggi dentro l’oscurità, se ne esce rigenerati. American dream è uno dei dischi dell’anno, non ci sono dubbi.


Mogwai, Coolverine
I Mogwai non hanno perso il tocco. Arrivata al nono disco, la band scozzese continua a fare musica con coerenza granitica. Every country’s sun, registrato tra New York e Abbey Road, non è certo l’album del secolo, ma è l’ennesima aggiunta di qualità alla loro discografia. Stavolta la band si è tolta anche qualche sfizio, per esempio quello di fare un pezzo quasi pop come Party in the dark, dove si sente forte e chiara la voce del chitarrista Stuart Braithwaite.

Uno dei pezzi più interessanti però è proprio quello di apertura, Coolverine, con quella linea di basso così calda e la melodia del sintetizzatore che ricorda le musiche scritte dal gruppo per la serie tv del 2013 Les Revenants. Mezzo voto in più per il titolo.


Ibeyi, Deathless
Le Ibeyi sono due gemelle franco cubane. Definire la loro musica non è semplice: è pop, ma ha influenze che spaziano dal jazz all’hip hop, dall’elettronica alle tradizioni yoruba, che prendono in prestito dai loro antenati nigeriani. Le sorelle pubblicheranno il 29 settembre per la Xl Recordings il loro secondo album, intitolato Ash.

Il disco, stando alle Ibeyi, è più politico del precedente e affronta diverse tematiche tra cui la condizione femminile, la spiritualità e il razzismo. Nel primo singolo, Deathless, c’è anche il sassofono del jazzista statunitense Kamasi Washington.


Neil Young, Hitchhiker
L’11 agosto del 1976, in una notte di luna piena, Neil Young registrò un disco agli Indigo Ranch Studios di Malibu, sulle colline californiane. Insieme al produttore Dean Stockwell, si fumò una canna e si mise in una stanzetta con la sua chitarra e un’armonica.

Queste canzoni intime e toccanti, lì per lì, non furono pubblicate. Ma dentro c’erano delle gemme che sarebbero finite nei dischi futuri come Powderfinger, Pocahontas e The old country waltz. Tra queste c’è anche Hitchhiker, pubblicata nel 2010 nel dimenticabile Le noise, registrato insieme a Daniel Lanois. La versione del 1976 ci fa apprezzare decisamente meglio il viaggio visionario (con qualche aiutino a base di hashish e cocaina) dell’autostoppista Neil Young.

Kurt Vile & Courtney Barnett, Over everything
Lo statunitense Kurt Vile e l’australiana Courtney Barnett sono due spiriti affini. Affrontano il rock in modo scanzonato, ironico, ma mai banale. Non è una sorpresa quindi che abbiano fatto un disco insieme. Si intitola Lotta sea lice, uscirà il 13 ottobre ed è una raccolta di inediti e di reciproche cover (Barnett si è dilettata con Smoke ring for my halo mentre Vile ha scelto Outta the woodwork).

Alla realizzazione di Lotta sea lice hanno partecipato, tra gli altri, Mick Harvey (ex Bad Seeds) e Stella Mozgawa delle Warpaint. Il primo estratto, Over everything, è un inno alla solitudine scritto da Kurt Vile ma è perfetto anche per la voce di Barnett. Le chitarre fanno il resto.


P.S. Ecco la playlist di settembre, in aggiornamento come sempre.

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Guido Vitiello