28 giugno 2018 16:34

Caro bibliopatologo,
quando comincio un libro, poi mi è difficile uscire dal mondo che mi viene raccontato. Spesso mi sento come il protagonista della novella Il treno ha fischiato di Luigi Pirandello. Così come per Belluca il fischio del treno segna l’inizio del suo accesso di follia per uscire dalle gabbie sociali, il titolo di un libro è per me un biglietto di sola andata verso un mondo di immaginazione surreale. Mi è spesso capitato di sentirmi dire che spendere ore e ore a leggere libri mi porterà alla pazzia. Ma l’evasione da una realtà che non ci aggrada è un reato o non è forse l’unico mezzo per fuggire dagli opprimenti canoni sociali?

–Noemi R.

Cara Noemi,
quando si tratta di libri, è difficile segnare con chiarezza il confine tra il dentro e il fuori. Ricordo ancora l’illustrazione del pittore siciliano Aleardo Terzi sui risguardi di una Enciclopedia della fiaba che mio padre mi leggeva da piccolo (e che mio nonno, suppongo, aveva letto a lui: è un libro di fine anni quaranta). Si vedevano dei bambini intenti a spingere con tutte le forze per richiudere un enorme volume dal quale un drago minacciava di uscire; e a giudicare dagli occhi strabuzzati del povero drago, lo spiaccicamento tra le pagine era quasi compiuto. Do per certo che ci siano altrettante illustrazioni in cui, al contrario, è un bimbo o una bimba ad addentrarsi in un libro di favole come in un giardino incantato, e a richiudersi dietro la copertina come un cancello.

Perché leggiamo? Per divertirci, per distrarci, per intrattenerci? “Ci possiamo immaginare i giochi che i tardoheideggeriani potranno fare intorno a ‘distrarsi’ in rapporto a ‘intrattenersi’, ricorrendo sicuramente alle lineette e offrendoci tutte le escogitazioni possibili, e anche impossibili, intorno a dis-trarsi e intra-tenersi”, ironizzò una volta Tomás Maldonado. E io, che non sono un tardoheideggeriano e neppure un protoheideggeriano, per una volta ho voglia di giocare a questo gioco etimologico. Divertirsi, come distrarsi, indica il volgersi altrove da qualcosa, deviare il corso dell’attenzione; intrattenere sembra alludere invece alla capacità di tener dentro, d’incantare, di catturare l’attenzione, di adescare in un cerchio magico. Si direbbe che per te la gestione di questo andirivieni tra il dentro e il fuori crea qualche problema: ti allontani da una realtà che non ti piace, e poi ti ritrovi in un carcere di carta; e ne sei così intrappolata che ti danno della pazza.

Se vuoi un consiglio pirandelliano per uscirne viva e possibilmente sana di mente, lascia perdere Belluca e ispirati piuttosto all’avvocato protagonista di un’altra novella, La carriola. Lui pure, in un viaggio in treno, si accorge della gabbia delle convenzioni sociali in cui è rinchiuso e della maschera che è costretto a indossare; ma invece di impazzire irrevocabilmente, s’inventa un espediente per dare sfogo alla sua follia senza mettere a repentaglio il lavoro, il buon nome e le apparenze borghesi. Diciamo pure, per usare le tue parole, che il suo è un esperimento di “immaginazione surreale” in condizioni rigidamente controllate.

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Si chiude a chiave nel suo studio, badando che nessuno sia nei dintorni, afferra la sua cagnetta per le zampe posteriori e la porta a spasso come una carriola: “gli occhi mi sfavillano di gioia, le mani mi ballano dalla voluttà che sto per concedermi, d’esser pazzo, d’esser pazzo per un attimo solo, d’uscire per un attimo solo dalla prigione di questa forma morta”. Nessuno si aspetterebbe da lui un gesto tanto insensato, ma questo non conta, perché nessuno verrà mai a saperlo. E a differenza del drago di quel vecchio libro illustrato, la cagnetta non minaccia di uscire – e men che meno di svelare il terribile segreto.

Trova anche tu uno stratagemma, una valvola per regolare il flusso mentale tra il dentro e il fuori, tra la realtà da cui rischi di allontanarti troppo e la finzione che ti tiene in ostaggio e non vuole farti uscire dalle pagine. Rintanati a leggere quando gli altri pensano che tu sia impegnata in tutt’altro, senza dire niente a nessuno, e quando riapri la porta della tua stanza sfoggia la migliore maschera di cui sei capace. I tuoi parenti, amici e colleghi penseranno che non rischi più di impazzire. E questo renderà ancora più elettrizzanti i tuoi interludi di follia programmata.

Il bibliopatologo risponde è una rubrica di posta sulle perversioni culturali. Se volete sottoporre i vostri casi, scrivete a g.vitiello@internazionale.it

Dal 5 al 7 ottobre Guido Vitiello terrà un workshop sull’arte della recensione al festival di Internazionale a Ferrara.

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