16 febbraio 2018 07:55

Nei due suoi capolavori La spina del diavolo (2001) e Il labirinto del fauno (2006) il regista messicano Guillermo del Toro aveva mischiato in modo geniale la storia spagnola (la guerra civile e l’inizio della dittatura di Francisco Franco) con il cinema di genere, l’horror, il fantasy, le favole che si raccontano ai bambini per fargli paura. Per La forma dell’acqua, che l’ha portato al Leone d’oro di Venezia e alle 13 nomination al premio Oscar – tra cui quelle incassate personalmente come miglior film, miglior regia e miglior sceneggiatura – con buona probabilità di portarsene a casa più d’uno, è in qualche modo tornato a quella formula. Mescolare la storia (stavolta non spagnola, ma la guerra fredda negli Stati Uniti) con una fiaba che narra l’amore tra una donna emarginata e una creatura mutante scovata dal Pentagono da qualche parte in Amazzonia.


Ma il buon Guillermo, un autore a cui chi ama il cinema non può non voler bene, non si è limitato a questo. Nella Forma dell’acqua ci ha messo davvero di tutto, senza complessi. Il risultato è un film che non ha niente di veramente originale, ma che è fatto ad arte, al punto che è complicato parlarne male. Elisa Esposito (Sally Hawkins) è una donna muta (non può parlare ma sente benissimo) che vive sola in un piccolo appartamento di Baltimora. È un’addetta alle pulizie di un laboratorio oceanografico in cui lavorano, gomito a gomito, scienziati e militari. A colorare la sua vita, apparentemente un po’ grigia, ci sono un vicino di casa (Richard Jenkins) la cui omosessualità, siamo nei primi anni sessanta, lo ha spinto ai margini della società, una collega chiacchierona (Olivia Spencer), il cinema sotto casa dove far volare la fantasia e soprattutto una bella vasca da bagno dove abbandonarsi.

Quando nel laboratorio arriva una strana creatura anfibia che i militari vogliono sezionare per scoprirne qualche segreto utile alla loro causa (schiacciare i rossi) a Elisa si accendono diverse luci. Ancora una volta Sally Hawkins è sorprendente, questa volta nell’esprimere una vasta gamma di sentimenti, anche senza parlare, e una forte sensualità, anche se avvolta in un aspetto impacciato e tendenzialmente anonimo. Niente da dire anche per tutti gli altri personaggi del cast, da Jenkins a Spencer, da Michael Shannon (con l’aria minacciosa di ordinanza) a Michael Stuhlbarg (sempre un valore aggiunto se si vuole aggiungere humanitas a qualunque progetto).

Tanti i film a cui del Toro rende omaggio o s’ispira per mettere insieme il suo Frankenstein da Oscar. La creatura è ispirata al Mostro della laguna nera, mentre il candore determinato di Elisa fa pensare al Favoloso mondo di Amélie (anche grazie al suggerimento, determinante, della colonna sonora di Alexandre Desplat che ha già vinto il Golden Globe, come del resto Guillermo per la miglior regia). Insomma del Toro non sembra aver trascurato proprio niente per prendersi definitivamente Hollywood. Tranne forse i fan della prima ora, che dal regista di Pacific Rim si aspettano qualche colpo di genio in più, ma che tanto non possono assolutamente smettere di credere in lui.


L’universo della Marvel, quello dei fumetti e quello dei film, è un pozzo senza fondo. Black Panther è il primo supereroe africano della storia, creato da Stan Lee e Jack Kirby e comparso per la prima volta nel 1966, in un albo dei Fantastici Quattro, pochi mesi prima che fosse fondato il famoso movimento politico afroamericano. La pantera nera protagonista del fumetto e del film di Ryan Coogler è T’Challa, il re di Wakanda, paese fittizio dell’Africa orientale dove nella notte dei tempi è precipitato un meteorite ricco di vibranio, il metallo alieno con proprietà eccezionali con cui è costruito lo scudo di Capitan America. T’Challa succede al padre come re di Wakanda e in qualità di sovrano illuminato (una rarità in Africa) vuole archiviare la politica isolazionista sostenuta dai suoi predecessori. Impresa da supereroe.

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Insomma la storia di Black Panther è un perfetto esempio di come l’universo creato negli anni sessanta per i fumetti si adatti alla perfezione alla macchina produttiva hollywoodiana dei giorni nostri. Marvel si adatta, quindi, ma rimane anche uguale a se stessa. Sono tanti i motivi di originalità di questo film, a partire dall’ambientazione per finire ai costumi. Ma in definitiva Black Panther è l’ennesimo film di supereroi. Comunque benvenuto a re T’Challa e al suo interprete Chadwick Boseman circondato da un ricco cast di cui fanno parte anche Michael B. Jordan, Lupita Nyong’o, Angela Bassett e Forest Whitaker.


Siete tutti invitati alla riunione di famiglia di Gabriele Muccino. Nel suo nuovo film, A casa tutti bene, Pietro (Ivano Marescotti) e Alba (Stefania Sandrelli) festeggiano il cinquantesimo anniversario di matrimonio. Intorno a loro si raccoglie un folto parentame, più o meno prossimo. In questo film corale non sono molti i reduci dell’Ultimo bacio. Anzi, visto quanto è nutrito il cast, si può dire che sono davvero pochi (oltre la Sandrelli ci sono Stefano Accorsi, Pierfrancesco Favino e Sabrina Impacciatore). Eppure si ha la sensazione di andare a vedere in qualche modo un seguito di quel film. Non è così. Ma è anche così. Perché, si dice, molti autori in definitiva fanno sempre lo stesso film o, se preferite, tornano sempre sul luogo del delitto. Ognuno se la vedrà come vuole. Muccino è uno di quei registi che divide. Intorno ai suoi film fazioni che manco nella Firenze dei Medici. Io mi sottraggo. Dirò solo che non è il mio film preferito di Muccino.