Il 5 dicembre un tribunale egiziano ha annunciato la chiusura dell’inchiesta contro venti organizzazioni non governative accusate di aver ricevuto illegalmente fondi esteri, e l’archiviazione del caso. Le misure che imponevano ai loro esponenti il congelamento dei beni e il divieto di viaggiare saranno revocate.

Il caso, il numero 173 del 2011, risale al dicembre di quell’anno, quando le autorità fecero irruzione nelle sedi di 17 organizzazioni egiziane e straniere. L’inchiesta è stata poi divisa in due parti, una relativa alle organizzazioni straniere attive in Egitto e l’altra a quelle locali. Nel giugno del 2013, 43 imputati (tra cui egiziani, statunitensi ed europei) che lavoravano per organizzazioni straniere furono condannati a pene tra uno e cinque anni di carcere. Ad aprile del 2018 si aprì un nuovo processo e a dicembre tutti gli imputati furono assolti. Ma l’inchiesta sulle ong locali è proseguita e il numero esatto delle organizzazioni coinvolte è sconosciuto.

La sentenza del 5 dicembre è un segnale che qualcosa si muove nel panorama della società civile egiziana. Ma avvocati e difensori dei diritti umani ne minimizzano la portata, sottolineando che riguarda solo alcune delle ong coinvolte nel caso 173/2011, e non le più “serie”. Secondo Nasser Amin, direttore del Centro arabo per l’indipendenza della magistratura e della professione legale, la decisione serve ad “aggirare la crisi nel rapporto tra stato e ong che risale al 2011”. Amin sottolinea che le venti organizzazioni incluse nel provvedimento svolgono le loro attività senza interferenze da parte dello stato. Sono per lo più ong di beneficenza o attive nella cooperazione allo sviluppo, alcune delle quali vicine alle autorità, come la Fondazione generazione futura, costituita alla fine degli anni novanta da Gamal Mubarak, il figlio dell’ex presi­dente.

Hossam Bahgat, fondatore dell’Iniziativa egiziana per i diritti della persona (Eipr), sottolinea che non è chiaro se le autorità chiuderanno definitivamente l’inchiesta sulle ong (come nel caso delle organizzazioni straniere) o se riapriranno le indagini sulle altre organizzazioni indipendenti coinvolte.

Anche altri attivisti, che hanno chiesto l’anonimato, sostengono che il provvedimento non segna un cambiamento nell’atteggiamento dello stato nei confronti di organizzazioni come il Centro Al Nadeem per la riabilitazione delle vittime della violenza, Nazra per gli studi femministi, l’Eipr, la Rete araba per l’informazione sui diritti umani, e il Centro legale Hisham Mubarak.

Un piccolo esempio

La repressione contro la società civile in Egitto è tornata sotto i riflettori del mondo alla metà di novembre, quando Gasser Abdel Razek, Karim Ennarah e Mohamed Basheer, dirigenti dell’Eipr, la più importante organizzazione per i diritti umani del paese, sono stati arrestati con l’accusa di terrorismo e poi scarcerati il 3 dicembre. Patrick Zaki, ricercatore dell’Eipr in studi di genere, è invece ancora sottoposto alla carcerazione preventiva da febbraio, quando è stato arrestato al Cairo al suo rientro dall’Italia, dove studiava.

“Quello che sta subendo l’Eipr fa parte di una campagna repressiva contro le organizzazioni della società civile in Egitto”, si legge in una nota del gruppo. “Il prezzo pagato dai nostri dirigenti è un piccolo esempio dell’indicibile sofferenza di migliaia di detenuti le cui vite sono congelate e si consumano in lunghe detenzioni in attesa di processo o per condanne emesse sulla base di leggi incostituzionali”. ◆ fdl

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Questo articolo è uscito sul numero 1388 di Internazionale, a pagina 22. Compra questo numero | Abbonati