A Varsavia l’impennata delle bollette dell’energia ha messo in ginocchio le piccole imprese. A Dublino i giovani non possono più permettersi un alloggio. In Spagna esplodono i conflitti sociali. In Italia il prezzo della pasta è aumentato vertiginosamente. Dalla Polonia (inflazione all’8 per cento nel dicembre 2021) all’Irlanda (5,7 per cento), passando per l’Estonia (12 per cento) e la Spagna (6 per cento), ovunque in Europa il costo della vita è al centro delle preoccupazioni. Nell’eurozona a dicembre l’indice dei prezzi è arrivato al 5 per cento, a conferma che ormai il potere d’acquisto delle famiglie si sta erodendo.

La situazione, tuttavia, va messa nella giusta prospettiva. Se si fa un confronto con il 2020, quando i prezzi erano in calo, l’inflazione attuale non è forte come sembra. L’Europa, inoltre, non è nella situazione degli Stati Uniti, dove a dicembre la crescita dei prezzi è arrivata al 7 per cento. E si registrano effetti diversi a seconda dei paesi: mentre nell’Europa dell’est e negli stati baltici gli aumenti sono piuttosto consistenti, in Francia restano relativamente contenuti (3,4 per cento a dicembre). Questi divari si spiegano solo in parte con le misure più o meno efficaci adottate dai governi per limitare l’aumento delle bollette.

In ogni caso il trauma è reale, e le famiglie ne subiscono le conseguenze nella vita quotidiana. Il 26 gennaio il prezzo di un barile di greggio Brent ha superato la soglia dei novanta dollari per la prima volta dal 2014, e l’aumento è in gran parte legato a quello dei prezzi dell’energia, che da solo rappresenta metà dell’inflazione nell’eurozona. Ma il fenomeno è anche il risultato dello shock inflitto alle strutture produttive dalla pandemia, che ha fatto alzare i costi e ha messo in difficoltà il sistema globale delle forniture.

I governi possono solo sperare che la crisi sia temporanea. Dopo tutto, le forniture cominciano a mostrare segni di miglioramento, e i prezzi dell’energia potrebbero stabilizzarsi, anche se a un livello più alto. In questo caso sarebbe giustificato compensare la perdita del potere d’acquisto con aiuti sociali e aumenti salariali, ma si rischia di entrare in una spirale inflazionistica difficile da fermare. Com’è successo negli anni settanta, quando l’aumento dei prezzi giustificava gli aumenti dei salari, che a loro volta alimentavano un aumento dei prezzi e così via. Insomma il futuro della crisi provocata dalla pandemia non si annuncia facile.

Polonia, il peso delle bollette

Nel panificio della famiglia Pozorek nel quartiere popolare Praga-Nord, a Varsavia, i timori della fine del 2021 si sono trasformati in sgomento. La proprietaria, Agnieszka Pozorek, ci mostra preoccupata la bolletta del gas di dicembre: 12.200 zloty (2.700 euro), contro i 2.430 zloty di giugno. “Un aumento del 400 per cento, una situazione insostenibile”, dice la donna con la voce che le trema. “Abbiamo già ridotto i nostri stipendi del 30 per cento e abbiamo licenziato l’unico dipendente che non era della famiglia. Ma non basta”.

Parigi, Francia, 5 dicembre 2021​ (Andrea Man​tovani, The New York Times/Contrasto)

La bolletta del gas prende ormai quasi il 40 per cento del fatturato di questa piccola impresa a conduzione familiare: all’inizio del 2021 rappresentava meno del 5 per cento. Il forno produce pane tradizionale da più di sessant’anni, ma ora rischia di chiudere. Il suo destino sarà deciso a febbraio se la bolletta del gas dovesse arrivare al 60 per cento del fatturato, come prevede la proprietaria. “Non vogliamo aumentare drasticamente i prezzi. Chi comprerebbe il pane a 16-20 zloty? Perderemmo tutti i nostri clienti. E anche se raddoppiassimo i prezzi, non basterebbe a compensare le perdite”.

Il rincaro del gas è il loro principale problema, ma non l’unico. Negli ultimi mesi tutte le materie prime, dallo zucchero al burro, hanno raggiunto costi mai visti. La signora Pozorek denuncia le “assurdità” di un sistema in cui i prezzi di alcuni prodotti sono più alti dal grossista che al supermercato. “Non ci capiamo più niente. Le decisioni politiche sono incomprensibili. Perché, al contrario di quello che succede ai privati, i prezzi delle bollette degli imprenditori si decuplicano? Perché un’impresa pubblica ci vende il gas a 850 zloty al kilowattora mentre il prezzo in borsa è di 350 zloty?”. In pochi mesi l’inflazione, che in Polonia è ai livelli più alti degli ultimi vent’anni, è diventata la prima fonte di preoccupazione dei cittadini. Dal 3,6 per cento nel gennaio 2021, secondo l’Eurostat i prezzi sono aumentati del 4,7 per cento a luglio, del 6,4 per cento a ottobre e dell’8 per cento a dicembre. E gli esperti sostengono che il rialzo potrebbe superare il 10 per cento nel 2022.

L’autorità polacca che vigila sui prezzi dell’energia sostiene che il gas è aumentato del 54 per cento in un anno e l’elettricità del 24 per cento. Ma queste variazioni non spiegano pienamente la realtà vissuta da molti cittadini e imprenditori, che spesso non beneficiano dei prezzi regolamentati dal governo. “Un aumento del gas del 54 per cento nel 2022? E perché non dell’815 per cento?”, ha commentato cinicamente sui social network la vicesindaca di Varsavia Renata Kaznowska. “Nel 2021 uno degli ospedali pubblici di Varsavia ha pagato 112mila zloty per la fornitura di gas, mentre quest’anno ne dovrà sborsare 880mila”. Si trovano nella stessa situazione molti altri enti pubblici, nonostante i contratti con la grande azienda energetica di stato Pgnig, che controlla l’85 per cento del mercato. Gli esperti, inoltre, temono un gran numero di fallimenti tra le piccole e medie imprese.

In un contesto del genere e a un anno e mezzo dalle elezioni politiche, il governo di destra del premier Mateusz Morawiecki (del partito Diritto e giustizia) ha deciso di allargare il controllo pubblico dei prezzi dell’energia per gli ospedali, le case popolari, le scuole e i centri di assistenza sociale. Inoltre, dovrebbe entrare in vigore uno “scudo anti-inflazione”, che annullerà l’iva sul gas e sui prodotti alimentari, oltre a ridurre in modo significativo l’imposta sull’elettricità, sulla benzina e sul riscaldamento. Ma gli esperti sottolineano che queste misure attenueranno gli effetti a breve termine dell’inflazione, senza intervenire sulle cause.

Francoforte sul Meno, Germania, 3 dicembre 2021 (Felix Schmitt, Th​e New York Times/Contrasto)

Al di là dei fattori globali dietro l’aumento dei prezzi dell’energia e della stretta alle forniture attuata dall’azienda energetica russa Gazprom, che ha pesanti ripercussioni sul paese, l’inflazione polacca ha caratteristiche proprie legate alle misure decise dal 2015 dal partito al governo, Diritto e giustizia: una politica economica, considerata troppo generosa e “populista” da molti economisti, che si è concretizzata nella distribuzione di sussidi sociali senza precedenti. Questa stimolazione eccessiva dei consumi, in un periodo di forte crescita, ha amplificato l’aumento dei prezzi. La reazione della banca centrale polacca è stata molto tardiva e si è distinta per una comunicazione disastrosa. “Di fronte a questa situazione il rischio di una spirale inflazionistica è reale”, sottolinea l’economista Witold Orłowski, dell’accademia Vistula di Varsavia. “Questa è la principale differenza con l’inflazione dell’Europa occidentale”. Tutti elementi poco rassicuranti per gli imprenditori e le famiglie polacche, che hanno già fatto sapere al partito al potere che l’inflazione da record potrebbe pesare molto alle prossime elezioni.

Italia, rincari in cucina

“Un mix esplosivo tra clima ed energia si abbatte dai campi alla tavola”. La Coldiretti, l’influente associazione dell’agricoltura italiana, non è solita ricorrere a grandi formule retoriche, ma quest’allarme lanciato alla fine del 2021 non è stato preso alla leggera da nessuno, perché negli ultimi mesi l’aumento dei prezzi dei prodotti alimentari è stato spettacolare. In alcuni casi hanno influito soprattutto i fattori climatici: per esempio, il rialzo del 62 per cento registrato dalle pere è dovuto quasi unicamente alle terribili gelate tardive dell’aprile 2021. In altri casi i motivi sono vari e più profondi, e rischiano di provocare degli aumenti più duraturi.

Da questo punto di vista assume un’importanza particolare il prezzo della pasta, il prodotto principale della gastronomia italiana. Nella grande distribuzione si è letteralmente impennato, passando da una media di 1,10 euro al chilo nel settembre 2021 a 1,52 euro nel gennaio 2022: un aumento del 38 per cento in meno di sei mesi.

Intervistato dal Sole 24 Ore, Vincenzo Divella, amministratore delegato del gruppo omonimo (il secondo più importante del settore, con un fatturato annuale di trecento milioni di euro), ha detto che secondo lui “i primi 30 centesimi” in più sono dovuti al vertiginoso aumento del prezzo del grano duro, quasi raddoppiato in sei mesi. “Un rincaro che non avremmo mai potuto ammortizzare da soli, basta pensare che per noi la semola rappresenta il 60 per cento del costo di produzione della pasta. Con l’arrivo dell’autunno, poi, ci si sono messi tutti gli altri rincari: il costo del cellofan è aumentato del 25 per cento, il gas del 300 per cento, l’elettricità anche”.

L’11 gennaio in Galizia i dipendenti delle mense del gruppo Inditex hanno annullato lo sciopero dopo aver ottenuto un aumento di stipendio

Comunque la pasta, nonostante questi aumenti, resta uno dei prodotti alimentari più accessibili. Il rincaro di un pacco di spaghetti non peserà sul bilancio delle famiglie. È l’aumento delle tariffe dell’energia (il 30 per cento in un anno e almeno altrettanto nei primi mesi del 2022) che ha spinto il governo italiano a fare uno sforzo considerevole (portato progressivamente a 5,5 miliardi di euro) in favore delle famiglie con i redditi più bassi e delle imprese, che temono di diventare meno competitive. Dopo aver voltato le spalle all’energia nucleare alla fine degli anni ottanta, oggi l’Italia dipende dalle importazioni, in particolare del gas (che copre dal 35 al 40 per cento del suo fabbisogno energetico, rispetto al 15 per cento della Francia), il cui prezzo continua a salire da mesi. Secondo la Confcommercio, l’organizzazione che rappresenta il settore commerciale, la bolletta energetica delle aziende italiane del terziario dovrebbe ammontare a 19,9 miliardi di euro, contro i nove miliardi del 2019.

L’aumento del prezzo della pasta è quindi solo un esempio, ma riassume bene una spirale inflazionistica che si sta allargando progressivamente a tutti i settori dell’economia italiana. All’inizio di gennaio l’Istat ha annunciato che nel 2021 l’inflazione era arrivata all’1,9 per cento, il tasso più alto dell’ultimo decennio. Ma il dato è ingannevole, perché in realtà i prezzi hanno continuato a salire durante tutto l’anno: nel dicembre 2021, infatti, l’inflazione aveva raggiunto il 3,9 rispetto allo stesso mese del 2020.

Irlanda, dopo la crisi

Su un lato del canale la sede irlandese di Meta, l’azienda madre di Facebook, ha pareti di vetro con gli angoli aguzzi e i tubi a vista. Dall’altro lato si vede un edificio con un grande logo di Google, che fa capire con orgoglio chi è l’inquilino. Tra i due palazzi, davanti a caffè e ristoranti alla moda, sfilano alcuni giovani dinamici e poliglotti, con i loro computer sotto il braccio. A Dublino in vent’anni il quartiere del Grand Canal si è completamente reinventato. I resti del suo passato industriale sono diventati edifici alla moda. E inevitabilmente il prezzo degli affitti è aumentato. L’agenzia immobiliare di Owen Reilly, per esempio, propone un bell’appartamento di 92 metri quadrati a quattromila euro al mese, e tanti dipendenti del settore tecnologico, che sono pagati molto bene, possono permetterselo. “Oggi il 60 per cento dei nostri inquilini lavora nell’alta tecnologia, e per il 90 per cento si tratta di stranieri”, spiega Reilly.

La capitale irlandese è vittima del suo successo? Dopo la durissima crisi finanziaria scoppiata nel 2008, il paese ha puntato tutto sugli investimenti esteri. Grazie a una manodopera qualificata che parla inglese, all’appartenenza all’Unione europea e alle tasse basse, il progetto sembra aver funzionato bene: i giganti dell’alta tecnologia affollano Dublino. L’ultimo arrivato è TikTok, che qui vuole raddoppiare i suoi dipendenti portandoli a cinquemila.

Questa tendenza provoca forti tensioni sul mercato immobiliare. Dal 2012 i prezzi delle case sono aumentati del 70 per cento in tutto il paese. L’aumento è ancora più forte per gli affitti. “Al netto dell’inflazione, tra il 1970 e il 1995 erano saliti di poco: in media a Dublino un affitto era passato da 820 a 947 euro nell’arco di una generazione. Da allora, però, la cifra è quasi raddoppiata, superando i duemila euro al mese”, osserva un rapporto dell’agenzia immobiliare Daft.ie.

Secondo The Economist intelligence unit, la capitale irlandese è diventata la diciannovesima città più cara al mondo, allo stesso livello di Francoforte sul Meno, in Germania, o di Shanghai, in Cina. Tra le giovani generazioni gli appartamenti condivisi sono ormai la norma, e il sogno (molto radicato in Irlanda) di comprare casa è ormai irrealizzabile.

Tuttavia Kieran McQuinn, ricercatore dell’Economic and social research institute, è convinto che il vero problema non è il modello economico della verde Irlanda. “Negli anni ottanta, quando la disoccupazione raggiungeva il 16-17 per cento e l’emigrazione era molto forte, i prezzi del settore immobiliare scendevano, ma non sono convinto che all’epoca si vivesse meglio”. Secondo McQuinn le tensioni si devono soprattutto all’assenza di investimenti pubblici negli alloggi. “Fino alla crisi finanziaria la strategia era lasciare l’edilizia in mano ai costruttori privati”.

Così nel corso degli anni sono state realizzate pochissime case popolari. E poi è arrivato il crollo dei prezzi di dieci anni fa, che ha frenato bruscamente le nuove costruzioni. Oggi Dublino deve fare i conti con una popolazione in crescita e la grave carenza di appartamenti. Secondo Daft.ie nel dicembre 2021 in tutto il paese erano in vendita solo undicimila alloggi, il livello più basso mai registrato.

“L’Irlanda si è sviluppata molto in fretta, ma le infrastrutture non hanno seguito lo stesso ritmo”, spiega John Mark McCafferty, che dirige Threshold, un’associazione che difende il diritto alla casa. Le storie drammatiche che raccoglie il suo centro d’ascolto si moltiplicano: persone che condividono lo stesso letto, con una che lavora di giorno e l’altra di notte; famiglie sfrattate con preavvisi brevissimi; catapecchie affittate a prezzi elevati.

Da sapere
Difficoltà maggiori a est
Tasso d’inflazione nei paesi dell’Unione europea, dicembre 2021, % (Fonte: Eurostat)

Nel quartiere popolare di Blue Bell il centro comunitario conosce bene il problema abitativo. L’assenza di case popolari è tale che neanche Clara, 41 anni, madre single di quattro figli piccoli e disoccupata, riesce a trovarne una. Tre anni fa si era ritrovata senza casa. Dopo sette mesi di vagabondaggi tra vari centri d’accoglienza, ha trovato un appartamento privato che paga grazie ai sussidi pubblici. “Costa 2.500 euro al mese e quando mi sono trasferita era tutto rotto”, racconta Clara.

Oggi continua a essere in balia del suo proprietario, che potrebbe non rinnovarle il contratto. Ma ottenere un alloggio popolare è impossibile. “I servizi sociali mi hanno detto che devo essere disabile per poterne avere uno”. Tommy Coombes, direttore del centro comunitario, commenta sconsolato: “In questo paese bisogna tagliarsi una gamba per avere aiuto”.

Spagna, le proteste

Secondo i sindacati delle Comisiones obreras (Ccoo), il 24 gennaio i lavoratori del porto di Barcellona hanno messo fine a una settimana di sciopero dopo aver ottenuto “il 90 per cento delle loro rivendicazioni”. Oltre a nuove assunzioni, le aziende gli hanno concesso un aumento di stipendio del 6,7 per cento. Un ritocco uguale all’inflazione record registrata in Spagna nel dicembre 2021. “Ancora una volta la lotta dei lavoratori ha dato i suoi frutti”, ha concluso il sindacato in un comunicato, sperando che “quest’accordo possa servire da esempio”. In un paese di solito poco scosso dai conflitti sociali, gli scioperi e le minacce d’interruzione del lavoro si sono moltiplicati negli ultimi mesi, in risposta a un’inflazione mai vista negli ultimi trent’anni.

Da sapere
Brusca impennata
Tasso d’inflazione nell’eurozona, % (Fonte: Eurostat)

Gli operai metallurgici della provincia di Cadice, in Andalusia, nel sud della Spagna (dove ci sono grandi gruppi industriali della regione, come Airbus, Navantia e Acerinox, e lavorano quasi 29mila persone), erano stati i primi a protestare il 9 novembre 2021. Le loro dure manifestazioni all’ingresso dei cantieri navali, accompagnate da barricate, blocchi stradali e scontri con le forze dell’ordine, hanno occupato le prime pagine dei giornali per più di dieci giorni. Alla fine il 25 novembre, dopo cinque riunioni e 52 ore di negoziati, è stato trovato un accordo: un aumento retroattivo degli stipendi pari al 2 per cento, che sarà seguito da aumenti simili nel 2022 e nel 2023, per poi recuperare nel 2024 l’80 per cento della differenza tra l’inflazione registrata in questo periodo e l’aumento dei salari ottenuto. I sindacati più piccoli che non hanno accettato l’accordo hanno parlato di “briciole” concesse dai padroni, vista l’inflazione.

Nel novembre 2021 l’inflazione era del 5,5 per cento, mentre a dicembre è salita al 6,7 per cento. I prezzi dei prodotti alimentari sono cresciuti al 5 per cento. Per attutire l’impatto, il governo spagnolo guidato dal socialista Pedro Sánchez ha aumentato del 2,5 per cento le pensioni, del 3 per cento il reddito di base e del 2 per cento lo stipendio dei dipendenti pubblici. “Bisogna evitare aumenti salariali che trasformino l’inflazione in inflazione strutturale”, ha avvertito la ministra dell’economia, Nadia Calviño.

Tuttavia gli otto milioni di lavoratori spagnoli inquadrati dai 2.886 contratti collettivi registrati nel 2021 hanno visto il loro stipendio crescere in media solo dell’1,47 per cento, la più bassa rivalutazione degli ultimi quattro anni, ricordano i sindacati. “Durante la pandemia, l’aggiornamento dei contratti collettivi è stato bloccato”, spiega Raúl Olmos, responsabile delle Comisiones obreras. “Di fatto la ripresa dei negoziati si accompagna a un’inflazione sfrenata che riduce drasticamente il potere d’acquisto dei lavoratori. I contrasti cresceranno sicuramente”.

Per evitarlo, il 16 dicembre 2021 le Comisiones obreras e l’Unione generale dei lavoratori hanno organizzato una manifestazione davanti alla sede della confindustria spagnola, chiedendo un accordo generale che prenda in considerazione la necessità di mitigare le conseguenze dell’aumento dei prezzi.

Stati Uniti
Come quarant’anni fa

◆ Nel dicembre 2021 il tasso d’inflazione negli Stati Uniti è arrivato al 7 per cento: è il dato più alto dall’inizio degli anni ottanta e nettamente superiore a quello di altri paesi sviluppati. Il governo ripete che dietro l’impennata dei prezzi ci sono fattori legati all’economia globale, come il rallentamento della produzione in Cina o le difficoltà della catena delle forniture. Secondo molti economisti, osserva il New York Times, sull’andamento dell’inflazione ha influito innanzitutto il fatto che la Casa Bianca “abbia speso molto più soldi degli altri paesi contro la crisi provocata dalla pandemia”. Il quotidiano sottolinea anche un secondo fattore: negli Stati Uniti “la vita quotidiana continua a essere lontana dalla normalità”. Anche se i dati dell’economia nazionale sono buoni e non mancano né il lavoro né i vaccini, gran parte degli statunitensi è alle prese con servizi scadenti e impieghi insoddisfacenti, che rendono l’inflazione “solo un’altra voce nella lista dei problemi”.


“Offriamo al mondo delle imprese la possibilità di avere negoziati meno agguerriti”, afferma Olmos. “Siamo pronti ad accettare un aumento flessibile e ragionevole degli stipendi durante questo primo anno, a condizione di recuperare il divario con il tasso d’inflazione nei prossimi due. In questo lasso di tempo la ripresa si sarà consolidata e i fondi stanziati per il rilancio dell’economia europea dovrebbero favorire questo processo”.

Nel frattempo però le agitazioni sono riprese. Il 3 gennaio hanno scioperato i lavoratori dell’industria metallurgica delle Asturie, nel nord della Spagna, che dà lavoro a 3.500 persone. Sospeso il giorno dopo, lo sciopero è stato cancellato l’11 gennaio dopo un accordo che prevede un aumento retroattivo degli stipendi dell’1 per cento nel 2021, del 2,5 per cento nel 2022 e del 3 per cento nel 2023 e 2024. Sempre l’11 gennaio in Galizia, nel nordovest del paese, i dipendenti delle mense del gruppo Inditex, proprietario del marchio Zara, hanno annullato lo sciopero dopo aver ottenuto un aumento di stipendio di più del 10 per cento in tre anni.

L’ultima lotta salariale in ordine di tempo è quella dei dipendenti delle conserve di pesce e frutti di mare, che dà lavoro a circa trentamila persone in quasi settecento imprese, concentrate per lo più nel nord della Spagna. I lavoratori hanno scioperato il 21 gennaio per la prima volta in trent’anni. Altri due giorni di mobilitazione sono previsti se i datori di lavoro, che propongono un aumento del 2,8 per cento degli stipendi, non miglioreranno la loro offerta. I lavoratori del settore sono soprattutto donne, che ricordano di essere pagate in media il 25 per cento in meno del resto dei dipendenti dell’industria alimentare.

Germania, tra falchi e colombe

Si ha quasi l’impressione di essere tornati ai tempi della crisi dell’euro, intorno al 2010. Con l’aumento dell’inflazione in Germania (il 5,7 per cento nel dicembre 2021 secondo Eurostat e il 3,1 per cento in media nel 2021 secondo Destatis, l’istituto di statistica tedesco), una figura di spicco di quel periodo è tornata alla ribalta: Hans-Werner Sinn, 73 anni, l’economista convinto che per salvare l’unione monetaria si dovesse escludere la Grecia. Sinn e i più fedeli sostenitori dell’equilibrio dei conti pubblici, contrari a un aumento dei debiti e alla politica accomodante della Banca centrale europea (Bce), hanno di nuovo grande influenza nel dibattito sull’inflazione e sui modi migliori per combatterla, un tema molto delicato in Germania. C’è però una differenza importante rispetto al 2010: il confronto attuale è molto più polarizzato. Nelle ultime settimane la battaglia tra “falchi” e “colombe” è diventata estremamente intensa.

Da sapere
Il peso dell’energia
Composizione dell’inflazione nell’eurozona, dicembre 2021, % (Fonte: Eurostat)

Il tabloid conservatore Bild non si scaglia più contro i greci o l’italiano Mario Draghi, ma contro la tedesca Isabel Schnabel, membro del comitato esecutivo della Bce, che interviene spesso sui mezzi d’informazione per giustificare la posizione dell’istituto a favore del mantenimento di tassi d’interesse bassi. “Il risparmiatore tedesco deve tremare davanti a questa donna”, titolava nell’ottobre 2021 il quotidiano, che si lancia anche in attacchi sessisti e ha soprannominato la francese Christine Lagarde, la presidente della Bce, “madame inflation”.

Le polemiche violente su questo tema si sono moltiplicate. Dall’inizio di gennaio le pressioni dello schieramento conservatore si sono concentrate su Joachim Nagel, il neopresidente della Bundesbank (la banca centrale tedesca), e sul ministro delle finanze Christian Lindner, presidente dei liberali dell’Fdp, invitati a dire chiaramente da che parte vogliono stare. A quanto pare, Nagel e Lindner hanno già mandato diversi segnali per rassicurare i falchi. Di fronte alle inquietudini dei cittadini, alcuni giornali cercano di chiarire la situazione. Sul settimanale progressista Die Zeit, Hans-Werner Sinn si è dovuto confrontare con la giovane economista Philippa Sigl-Glöckner, 31 anni. Ex consulente del ministero delle finanze, iscritta al Partito socialdemocratico tedesco (Spd), Sigl-Glöckner dirige il centro di ricerca Dezernat Zukunft, favorevole all’abolizione del “freno al debito” inserito nella costituzione tedesca. L’obiettivo è finanziare attraverso l’indebitamento gli enormi investimenti necessari per la transizione energetica.

Il confronto uscito sulla Zeit riflette gli argomenti su cui si concentra l’opinione pubblica tedesca. Da un lato Sinn stima che metà dell’inflazione registrata in Germania nasca dalla creazione di moneta da parte della Bce e dice che bisognerebbe urgentemente ridurre il livello del debito pubblico (attualmente al 70 per cento del pil). Dall’altro, Sigl-Glöckner insiste sul fatto che è soprattutto l’aumento dei prezzi mondiali dell’energia e dei beni intermedi a trainare l’inflazione, non l’indebitamento dello stato. In Germania inoltre, aggiunge l’economista, non c’è stato un aumento dei salari.

Quest’argomento è contestato da Sinn, convinto che i sindacati non tarderanno a chiedere un ritocco alla busta paga al prossimo ciclo di negoziati. Le aziende, che subiscono il rialzo dei costi di produzione e fanno fatica ad assumere, dovranno presto adeguare i prezzi dei loro prodotti: Sinn è convinto che la spirale prezzi-salari sia solo all’inizio e per questo motivo spinge per un intervento immediato della Bce.

Chi riuscirà a imporsi nel dibattito? Una cosa è certa: più aumenterà l’inflazione, più crescerà la pressione sul governo. Nel frattempo un altro economista tedesco protagonista del dibattito sulla crisi del debito pubblico, Peter Bofinger, ha criticato da sinistra l’inattività di Berlino di fronte all’inflazione, che colpisce i più poveri. Sul quotidiano progressista Süd­deutsche Zeitung, Bofinger si è detto favorevole a una riduzione immediata dell’iva sulla benzina, sul gasolio, sul gas e sull’elettricità, che “permetterebbe di discutere di politica monetaria in modo più equo”. ◆ adr

Gli autori di quest’articolo sono Eric Albert (Londra), Cécile Boutelet (Berlino), Sandrine Morel (Madrid), Jérôme Gautheret (Roma) e Jakub Iwaniuk (Varsavia).

Questo articolo è uscito sul numero 1446 di Internazionale, a pagina 42. Compra questo numero | Abbonati