Il fotografo Eadweard Muybridge, nato in Inghilterra nel 1830, emigrò negli Stati Uniti poco più che ventenne, arrivò a San Francisco e lì diventò un tipico avventuriero dell’ovest: prima di approdare al mestiere per cui lo conosciamo, aveva già sperimentato due o tre professioni e altrettante variazioni del proprio nome. Dietro l’obiettivo era un talento naturale ma per il resto condusse una vita priva di grandi eventi. Se avesse avuto una vita davvero avventurosa, Rebecca Solnit avrebbe forse dovuto scriverne una biografia convenzionale. Invece abbiamo questo libro infinitamente più prezioso, Un fiume di ombre, un’opera brillante su Muybridge e su tutto ciò che ha generato. È, insieme e senza un ordine preciso, la breve sintesi di una vita, una meditazione su tempo, immagine e movimento, una storia dell’ovest degli Stati Uniti come fonte d’innovazione tecnologica e di mutamenti percettivi, e un magnifico pezzo di prosa. Nelle mani di Solnit gli studi sul movimento di Muybridge diventano non semplici curiosità ingegnose, ma un’improvvisa irruzione in una dimensione nuova, come quel momento nella scultura antica in cui i fregi si liberarono dello sfondo e nacque la scultura vera e propria. Eadweard Muybridge è, scrive Solnit, “l’uomo che ha spaccato il secondo, un gesto tanto drammatico e di vasta portata quanto la scissione dell’atomo”. Un’osservazione forse un po’ enfatica ma sicuramente molto efficace.
Jim Lewis, The New York Times
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Questo articolo è uscito sul numero 1650 di Internazionale, a pagina 78. Compra questo numero | Abbonati