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“Il Washington Post è in caduta libera”, scrive Perry Bacon sul New Republic. Per Becon non si tratta di un passaggio inevitabile in un’industria in crisi, ma di scelte concrete fatte dal proprietario Jeff Bezos. Il Washington Post, ricorda il giornalista, aveva costruito negli anni un’infrastruttura complessa: più reporter su ogni grande storia, livelli multipli di revisione, rigida verifica delle informazioni, una cultura collaborativa capace di sostenere inchieste che vanno avanti per mesi. Smantellare questa macchina significa distruggere qualcosa che non può essere rimpiazzata da newsletter o piattaforme digitali.
Bacon fa un parallelo tra la situazione del Post e quella della Cbs News, storico canale d’informazione televisivo. In entrambi i casi ai vertici sono arrivate persone – la giornalista Bari Weiss nel caso della Cbs – che hanno spostato a destra la copertura in un momento molto delicato a livello politico. Secondo Bacon negli Stati Uniti c’è un progressivo spostamento della stampa mainstream verso posizioni più accomodanti nei confronti del presidente Donald Trump. In un contesto di pressioni politiche, accuse sistematiche di notizie false e minacce di ritorsioni da parte del governo, molte aziende del mondo dell’informazione preferiscono attenuare il conflitto con il potere. Il risultato è l’erosione di infrastrutture e credibilità costruite in decenni.
Su Slate Alex Kirshner è ancora più netto: “Jeff Bezos ha ucciso il Washington Post”. La crisi del settore è reale – l’intelligenza artificiale riduce il traffico dai motori di ricerca, la pubblicità è crollata, il pubblico si è frammentato – ma per Bezos, uno degli uomini più ricchi del mondo, le perdite del Post sono irrilevanti. Se il giornale è stato “svuotato”, continua Kirshner, è perché un quotidiano coraggioso e indipendente può entrare in rotta di collisione con gli interessi economici del suo proprietario e con un governo incline alla vendetta politica. Il divieto di appoggiare pubblicamente Kamala Harris nel 2024 e la trasformazione della sezione opinioni in uno spazio dedicato a “libero mercato e libertà personali” sono chiari segnali di riallineamento. Dopo quelle scelte più di 200mila lettori hanno cancellato il loro abbonamento. E l’idea che il Post possa conquistare i conservatori con una linea più morbida verso Trump è illusoria, perché quel pubblico s’informa altrove.
Sull’Atlantic Ashley Parker, che ha lavorato a lungo al Washington Post, parla di “omicidio”. Ripercorrendo la storia del giornale – dal Watergate alle grandi inchieste sugli attentati dell’11 settembre 2001 e sull’assalto al congresso del 6 gennaio 2021 – Parker descrive il Post come un’istituzione nazionale e insieme come il giornale della capitale, capace di trasformare storie locali in eventi globali grazie a una cultura fondata sulla collaborazione e sul motto “la democrazia muore nell’oscurità”. Senza una rete di corrispondenti esteri e senza una redazione forte che segue le vicende di Washington, la copertura giornalistica della Casa Bianca è destinata a impoverirsi.
Parker ricorda che il Watergate, l’inchiesta che portò alle dimissioni di Richard Nixon nel 1974, partì da una segnalazione locale: il giornalista di cronaca Marty Weil stava facendo il turno di notte quando sentì alla radio della polizia le parole “Porte aperte al Watergate”. Quella segnalazione dell’effrazione venne presa in carico da un collega che riuscì a dare un’occhiata all’agenda di una delle persone coinvolte nell’effrazione, rivelando un collegamento con la Casa Bianca. A quel punto cominciò l’inchiesta di Bob Woodward e Carl Bernstein. ◆
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Questo articolo è uscito sul numero 1652 di Internazionale, a pagina 20. Compra questo numero | Abbonati