A cosa serve sbadigliare

◆ Ho letto con interesse l’articolo di New Scientist che propone un aggiornamento scientifico sullo sbadiglio (Internazionale 1651). Come neurologo mi sono spesso interrogato sul significato fisiologico di questo fenomeno, un comportamento apparentemente banale ma che ha un riscontro frequente anche in ambito clinico. Per esempio, è noto tra gli specialisti che nei pazienti con il Parkinson lo sbadiglio può comparire nella fase iniziale dell’effetto della levodopa. Come dice l’articolo, lo sbadiglio potrebbe essere un meccanismo attivo che favorisce l’efflusso di liquido cerebrospinale e di sangue venoso dal cervello. In modo analogo, la comparsa di sbadigli in pazienti con estese lesioni cerebrovascolari potrebbe riflettere un tentativo compensatorio di modulazione dei flussi cerebrali, in particolare dell’apporto arterioso. Non è secondario il piacere di trovare uno spazio di divulgazione accurata di contenuti scientifici.
Dario Alimonti

Adesso potete dimenticare la password

◆ A proposito della sostituzione delle password con altri sistemi all’apparenza più pratici (Internazionale 1648), occorre considerare che, al contrario di una password che può essere cambiata infinite volte e resa più lunga e complicata, un dato biometrico come l’impronta digitale, vocale, della retina o il profilo facciale non sono modificabili a piacere: in caso di furto delle credenziali, l’utente si trova nell’impossibilità di modificare i suoi dati di accesso. C’è da capire poi se i dati biometrici rimangono sul dispositivo dell’utente o vengono esportati altrove, insieme ad altre informazioni. In conclusione, non condivido l’entusiasmo dell’articolo, che peraltro non nomina il sistema più semplice per non doversi ricordare le password: installare un gestore di credenziali.
Andrea Primiani

La pillola che addormenta il dolore

◆ L’articolo di Arri Faas (internazionale.it) evidenzia come l’abuso di pregabalin tra le persone migranti sia una strategia di sopravvivenza. Le politiche migratorie europee caratterizzate da respingimenti violenti, detenzioni prolungate in luoghi di degrado come i Cpr, e un perenne limbo giuridico, si rivelano di fatto patogene e psicopatogene: generano i traumi e i dolori cronici che i migranti tentano di anestetizzare, anche ricorrendo a farmaci di cui poi diventano dipendenti. Come scriveva Fanon ne I dannati della terra, la patologia non è nel soggetto, ma nella struttura che lo schiaccia: è la violenza dei confini a produrre la malattia.
Nicola Cocco

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Questo articolo è uscito sul numero 1652 di Internazionale, a pagina 16. Compra questo numero | Abbonati