Partita da Minneapolis a fine maggio, la collera contro il razzismo e le violenze della polizia si sta diffondendo in tutto il mondo, prova del fatto che il problema non si limita più solo agli Stati Uniti e che sta forse raggiungendo, dopo un interminabile periodo di negazione, un punto di non ritorno.

Molti si chiedono perché questa fiammata d’indignazione è arrivata subito dopo che la pandemia si è calmata. Ma il legame è evidente. Interrompendo brutalmente il corso del mondo, il coronavirus ci ha fatto guardare in modo diverso le ingiustizie delle nostre società, che siano climatiche, economiche, sociali o semplicemente civili. E quando è troppo è troppo.

In questo contesto, l’omicidio di George Floyd ha infiammato un paese in cui i neri sono stati i più colpiti dal covid-19, perché più poveri e meno in salute dei bianchi. La rivolta ha raggiunto la Francia, dove negli ultimi anni le violenze della polizia sono state ampiamente documentate. L’agonia di Floyd ha alimentato i dubbi sulla morte di Adama Traoré quattro anni fa e su molti altri sospetti abusi. Naturalmente le violenze della polizia in Francia non sono paragonabili a quelle negli Stati Uniti, ma che esistano è di per sé sufficiente.

Non c’è voluto molto perché, grazie ai social network, la collera contro queste ingiustizie raggiungesse il Canada, il Regno Unito, la Germania e Israele, dove i progetti d’annessione di una parte della Cisgiordania costituiscono un’altra forma di violenza, fino all’Australia, dove le disuguaglianze razziali colpiscono duramente gli aborigeni. Il presidente della prima potenza mondiale, che non smette di solleticare gli istinti più bassi dell’essere umano, resisterà a questa collera che lui stesso ha alimentato? Quando è troppo è troppo. ◆ ff

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Questo articolo è uscito sul numero 1362 di Internazionale, a pagina 17. Compra questo numero | Abbonati