In Europa sta emergendo una preoccupante variante nel sistema di sanzioni contro la Russia: in particolare nei paesi dell’est c’è chi chiede di bloccare la concessione dei visti ai cittadini russi per tenerli fuori dall’Unione. L’idea di mandare un messaggio a tutti i russi, convincendoli che le azioni del loro governo sono sbagliate e spingendoli a rivoltarsi contro il regime di Putin, è sicuramente allettante. In ultima analisi, però, non solo è sbagliata, ma è anche pericolosa.

Il concetto di responsabilità collettiva è molto problematico, prima di tutto sul piano morale, com’è già stato evidenziato più volte, e poi dal punto di vista pratico e politico. Se l’obiettivo è aiutare l’Ucraina a vincere la guerra, allora bisogna valutare se tenere il cittadino russo medio lontano dall’Europa lo favorisca o lo ostacoli. Come si è visto finora, le limitazioni agli spostamenti in vigore hanno fatto il gioco del Cremlino.

Oppositori in gabbia

Il dibattito si è concentrato sul blocco dei visti turistici, che probabilmente non sarà adottato a livello europeo. Ma fin dall’invasione il vero punto è impedire l’accesso ai russi per qualunque motivo. Prima i paesi europei hanno chiuso il loro spazio aereo a tutti i voli da e verso la Russia. A febbraio la Repubblica Ceca ha interrotto l’emissione della maggior parte dei visti per i russi. Recentemente il presidente ucraino Volodymyr Zelenskyj ha invitato i paesi occidentali a mettere al bando tutti i viaggiatori russi, che secondo lui dovrebbero “vivere nel loro mondo fino a quando non cambieranno filosofia”.

Dopo questo intervento Estonia, Lettonia e Finlandia hanno proposto un blocco dei visti Schengen per i cittadini russi. L’Estonia inoltre ha vietato l’ingresso a 50mila russi già in possesso di visti regolari. “Visitare l’Europa è un privilegio, non un diritto umano”, ha commentato la premier estone Kaja Kallas, mentre la sua collega finlandese Sanna Marin ha dichiarato che “non è giusto che i russi vivano una vita normale e viaggino in Europa mentre il loro governo porta avanti una brutale guerra d’aggressione”.

Non ci sono prove che il libero movimento dei cittadini russi attraverso i confini dell’Europa possa rafforzare il Cremlino o garantirgli il sostegno della popolazione. Le misure già in vigore non stanno mostrando nessun effetto positivo. I russi possono sempre andare in vacanza in altri paesi, e le restrizioni faranno miracoli per quel turismo interno che Mosca ha cercato a lungo di sviluppare, aiutando l’economia russa.

Tra l’altro, anche se il dibattito sembra riguardare solo i visti turistici, il blocco non colpirebbe solo i viaggi di piacere. Molti dei russi altamente qualificati che cercano di costruirsi una nuova vita all’estero, privando la Russia del loro capitale umano, all’inizio entrano in Europa con un visto turistico per valutare le prospettive di lavoro e cercare chi li sponsorizzi. È una via di fuga estremamente importante.

L’esodo di massa dei russi dopo l’invasione dell’Ucraina è sicuramente un problema per il Cremlino. Per sostenere la guerra, l’economia ha bisogno dei lavoratori giovani e qualificati che potrebbero decidere di lasciare il paese. Il governo del primo ministro Michail Mišustin sta cercando di fermare la fuga di cervelli e far rientrare gli esperti di informatica, offrendogli denaro e stabilità.

I regimi totalitari cercano sempre di isolare la popolazione dal mondo esterno

A Mosca il sindaco Sergei Sobjanin sta facendo qualcosa di simile, concentrandosi sulla creazione di posti di lavoro per riempire il vuoto che si è creato quando le aziende occidentali hanno lasciato il paese. Sembra che questi sforzi stiano dando dei frutti, anche grazie alle sanzioni e alle limitazioni degli spostamenti imposte dagli occidentali. Secondo Mišustin l’85 per cento degli informatici che avevano lasciato la Russia è tornato in patria.

Le restrizioni sui visti stanno già penalizzando gli oppositori del regime. Le rassicurazioni secondo cui per loro sarà sempre possibile ottenere l’asilo politico non hanno senso se non possono entrare in Europa e presentare la loro richiesta: i visti turistici sono uno dei modi più semplici per farlo.

Ma l’aspetto più importante è che queste restrizioni stanno facendo il lavoro del Cremlino al posto suo. A febbraio e marzo uno dei motivi dell’esodo di massa è stato la paura che il governo russo potesse chiudere i confini o introdurre i visti d’uscita, di fatto ripristinando la cortina di ferro. Da un giorno all’altro la Russia è passata da un regime autoritario a uno totalitario. Il motivo per cui non assistiamo a grandi proteste in Russia (anche se ce ne sono più di quanto creda la maggior parte degli occidentali) è il ricorso alle classiche tattiche totalitarie dell’intimidazione e dell’isolamento. Basta arrestare poche persone applicando le nuove regole che vietano di criticare la guerra per educare tutti gli altri: se mettere un “mi piace” su Vkontakte o Twitter non ti farà finire in galera, il tuo collega di lavoro potrebbe fare la spia e denunciarti.

L’idea che costringere i russi a restare in patria possa in qualche modo portarli a cambiare la politica del Cremlino sarebbe discutibile anche se la Russia fosse una democrazia, ma visto come stanno le cose è semplicemente ridicola. Non esiste alcun precedente storico a sostegno della tesi secondo cui la chiusura dei confini spinge le persone a chiedere più democrazia. Invece ci sono molti esempi del contrario.

I regimi totalitari, del resto, cercano sempre di isolare i loro cittadini dal mondo esterno, e per buone ragioni. Il regime sovietico aveva creato la cortina di ferro per far capire che ogni resistenza sarebbe stata inutile: non c’era via d’uscita, e comunque l’occidente era ostile. Questa idea però veniva smentita dal fatto che era il Cremlino a vietare i prodotti occidentali e a impedire alle persone di lasciare il paese, non viceversa.

Finora Mosca non ha dovuto fare ricorso ai visti d’uscita. L’Europa sta facendo il lavoro al posto suo, ostacolando deliberatamente la partenza dei russi, incoraggiando le aziende private a lasciare la Russia e a smettere di vendere i loro prodotti sul mercato russo. Questo è sufficiente a dimostrare che “l’occidente odia la Russia”. Il Cremlino non deve fare altro che amplificare il messaggio lanciato dalle capitali europee.

Frustrazione europea

Se l’obiettivo della politica occidentale è salvare la vita degli ucraini, aiutarli a vincere la guerra e fare in modo che il regime di Putin non sia più una minaccia alla sicurezza, allora i meriti delle sanzioni dovrebbero essere considerati in quest’ottica. Invece queste misure sembrano guidate da un impulso a fare ciò che sembra giusto al momento, ignorando del tutto gli effetti e i costi.

Nel frattempo la sadica retorica usata spesso per difendere queste scelte – i comuni cittadini russi dovrebbero essere privati della possibilità di condurre “una vita normale” perché gli ucraini stanno soffrendo – ricorda in modo sinistro la più violenta propaganda del Cremlino. In fin dei conti, la scelta di limitare gli spostamenti dei russi costituisce una debolezza morale che contrasta nettamente con la posizione assunta dall’occidente alla fine della guerra fredda. All’epoca, per combattere il regime comunista e le sue aggressioni, furono incoraggiati i rapporti con i cittadini sovietici e furono agevolati i viaggi, in base all’Atto finale di Helsinki.

Oggi, invece, sembra che i leader europei – di fronte ai problemi creati dalla loro dipendenza energetica e all’inattesa difficoltà di avere la meglio su un leader autoritario convinto di combattere una battaglia politica esistenziale – siano esasperati perché non riescono a punire adeguatamente il regime di Putin. Così rischiano di sfogare la loro frustrazione sui comuni cittadini russi, illudendosi che questa punizione non gli costerà niente. Ma non è così. Il Cremlino cercherà di approfittare di questa debolezza. Anzi, lo sta già facendo. ◆ ab

Anna Arutunyan è una giornalista e scrittrice russo-statunitense. Ha scritto The Putin mystique (Interlink 2014).

A marzo del 2022 il quotidiano online russo The Moscow Times si è trasferito ad Amsterdam in seguito all’approvazione della nuova legge sull’informazione in Russia.

Questo articolo è uscito sul numero 1476 di Internazionale, a pagina 20. Compra questo numero | Abbonati