Il 26 febbraio a New Delhi una folla fascista e armata, infiammata dal discorso di un esponente locale del partito del primo ministro Narendra Modi, ha aggredito i musulmani in alcuni quartieri popolari alla periferia nordorientale della città. Ci sono stati dei morti. Gli aggressori sono stati aiutati dalla polizia: erano sicuri del sostegno dei mezzi d’informazione, ed erano convinti che i tribunali non avrebbero fatto niente per ostacolarli.

Quello che è successo era nell’aria da un po’. I musulmani erano preparati, e si sono difesi. Mercati, negozi, case, moschee e auto sono stati bruciati. Gli ospedali sono pieni di feriti e gli obitori di morti sia musulmani sia indù, compreso un poliziotto e un giovane agente dell’intelligence indiana. Persone di entrambe le parti si sono dimostrate capaci di spaventosa brutalità e d’incredibile coraggio e bontà.

Una folla armata, infiammata dal discorso di un esponente locale del partito del primo ministro indiano Narendra Modi, ha aggredito i musulmani nei quartieri popolari

Niente di tutto questo però cancella il fatto che l’aggressione sia stata avviata da proletari che intonavano “Jai shri Ram” (“Evviva il dio Ram”, un canto del nazionalismo settario indù) sostenuti dall’apparato di uno stato apertamente fascista. Nonostante slogan simili, l’episodio non rientra in quelli che di solito sono etichettati come “disordini” tra indù e musulmani, ma è un nuovo esempio dello scontro in corso tra fascisti e antifascisti, in cui i musulmani sono i primi tra i “nemici” dei fascisti.

Abbiamo visto nei video poliziotti che partecipano agli incendi dolosi. Li abbiamo visti distruggere le telecamere a circuito chiuso, proprio come avevano fatto il 15 dicembre, quando avevano vandalizzato la biblioteca dell’università Jamia Millia Islamia. Li abbiamo visti picchiare musulmani feriti ammassati gli uni sugli altri, costringendoli a cantare l’inno nazionale. Sappiamo che uno di questi ragazzi è morto. Tutti, musulmani e indù, sono vittime di questo regime guidato da Narendra Modi, il nostro primo ministro apertamente fascista che, a sua volta, è stato governatore del Gujarat, uno stato dove diciotto anni fa un massacro peggiore andò avanti per settimane.

Abbiamo imparato ad aspettarci massacri del genere prima delle elezioni: sono diventati una sorta di barbarica campagna elettorale, che ha l’obiettivo di polarizzare il voto e assicurarsi sostenitori alle urne. Ma quello di New Delhi è avvenuto solo pochi giorni dopo l’umiliante sconfitta subita dal Bharatiya janata party (Bjp), il partito di Modi, e dai nazionalisti indù del Rashtriya swayamsevak sangh (Rss). È una punizione contro New Delhi e un avvertimento in vista delle prossime elezioni nello stato del Bihar. Tutto è documentato, è sotto gli occhi di chi vuole vedere o sentire. Eppure è stato stravolto. Viene fatto credere che l’India sia ostaggio di manifestanti violenti. Ma si tratta in realtà di persone pacifiche, per lo più donne, per lo più (ma non solo) musulmani, che scendono in piazza da più di due mesi a decine di migliaia per protestare contro la nuova legge sulla cittadinanza (Caa). La legge rende più facile ottenere la cittadinanza alle minoranze non musulmane ed è incostituzionale. Cerca di destabilizzare e criminalizzare non solo i musulmani ma centinaia di milioni d’indiani che non hanno i documenti necessari.

Quando la cittadinanza è messa in discussione, si mette in discussione tutto: i diritti dei figli, il diritto di voto, il tuo diritto alla terra. Come disse la filosofa Hannah Arendt, “la cittadinanza ti dà il diritto ad avere dei diritti”. L’unico obiettivo delle nuove leggi volute dal governo Modi è destabilizzare le persone, non solo in India, ma in tutto il subcontinente. Ma questi milioni di esseri umani fantasma, che l’attuale ministro dell’interno chiama “termiti” del Bangladesh, esistono davvero e non possono essere tenuti in centri di detenzione o espulsi. Il governo sta mettendo in pericolo anche le decine di milioni di indù che vivono in Bangladesh, Pakistan e Afghanistan. Persone che il governo finge di avere a cuore, e che potrebbero subire il contraccolpo del fanatismo proveniente da New Delhi.

Il 5 agosto 2019 l’India ha revocato l’autonomia allo stato del Jammu e Kashmir. Migliaia di cittadini del Kashmir restano in prigione. Sette milioni di persone vivono in una sorta di stato d’assedio che gli impedisce di ricevere informazioni. Il 26 febbraio le strade di New Delhi sembravano quelle di Srinagar.

Una democrazia non governata dalla costituzione, e in cui le istituzioni sono state svuotate di significato, non potrà diventare altro che uno stato maggioritario. Forse l’obiettivo di Modi è smantellare la costituzione. Questa è la nostra versione del coronavirus. Siamo malati. Non c’è nessun aiuto in vista. Nessun paese straniero benintenzionato. Non ci sono le Nazioni Unite. E i partiti politici che vogliono vincere le elezioni non possono permettersi di fare una scelta morale. Il sistema sta crollando. Abbiamo bisogno di persone pronte a essere impopolari, a mettersi in pericolo, a dire la verità. Abbiamo molto lavoro da fare. E un mondo da conquistare. ◆ ff

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Questo articolo è uscito sul numero 1348 di Internazionale, a pagina 36. Compra questo numero | Abbonati