Sarah era ancora adolescente quando successe per la prima volta. Era un giovedì mattina presto e fuori era buio. Il vento scuoteva gli alberi, i rami battevano sui vetri delle finestre come un visitatore nervoso alla porta. Sapeva che era quasi ora di alzarsi e sentiva i suoi genitori fare un po’ di rumore al piano di sotto. Quando aprì gli occhi ebbe una strana sensazione, anzi due. Non riusciva a muoversi. E non era sola. Qualcosa nell’angolo della stanza la stava aspettando. La osservava. Qualcosa di molto antico, quasi primordiale. Emanava un vivido senso di cattiveria. Più tardi, quel giorno, fece sedere suo padre in cucina e gli disse: “Mi devi parlare dei fantasmi”.

Quella che Sarah (non è il suo vero nome) sperimentò quella mattina si chiama paralisi del sonno, un fenomeno che colpisce circa il 7 per cento degli adulti. Succede perché quando ci svegliamo i nostri muscoli non sempre sono pronti a entrare in azione, anche se la nostra mente è cosciente e vigile. È una conseguenza naturale della paralisi muscolare che la maggior parte di noi sperimenta nella fase rem (quella caratterizzata da rapidi movimenti oculari), il meno profondo dei nostri cicli del sonno, la mattina presto. Senza paralisi del sonno, potremmo mettere in atto i nostri sogni e incubi (le persone a cui succede, che mostrano quindi disturbi del comportamento del sonno rem, spesso come conseguenza sono cagionevoli di salute).

Le stime variano, ma circa la metà dei soggetti che soffrono di paralisi del sonno ha anche allucinazioni ipnagogiche. Il termine ipnagogia definisce esperienze insolite ai confini del sonno: urlare un nome, uno sfarfallio visto con la coda dell’occhio o un tocco improvviso mentre ci si addormenta. L’esperienza ipnagogica più comune durante la paralisi del sonno è la misteriosa “sensazione di una presenza”: l’impressione che ci sia qualcuno, senza una chiara evidenza sensoriale o perfino senza alcun input dal mondo esterno. E le presenze che si avvertono durante la paralisi del sonno sono spesso del peggior tipo, esprimono pura malevolenza, come se nella nostra stanza ci fosse qualcosa uscito da un incubo.

La sensazione di una presenza è, essenzialmente, solo una sensazione. Mentre di solito pensiamo alle allucinazioni come fenomeni di natura uditiva o visiva, questa è la sensazione che qualcuno sia presente senza che ci sia segnale visivo, uditivo o comunque sensoriale. Non si tratta di sentire o vedere qualcuno né di percepire un tocco sulla spalla. Le persone usano il termine presenza perché non sanno come altro descrivere quella sensazione. È qualcosa di semplice e invisibile, un’esperienza che conosciamo se l’abbiamo vissuta, ma facciamo fatica a descrivere a parole.

Nonostante la difficoltà di definire il fenomeno, c’è la consapevolezza che potrebbe essere abbastanza comune in una serie di contesti. Per esempio, la sensazione di una presenza viene segnalata da molte persone che soffrono di Parkinson, insieme ad altri tipi di allucinazioni. C’è spesso nei racconti di lotta per la sopravvivenza, in particolare di alpinisti, scalatori ed esploratori polari, in cui è nota come effetto “terzo uomo”. Per chi è in lutto il dolore per la perdita di una persona cara può spesso essere associato a una sensazione di presenza.

Gli occhi dietro la testa

Mi sono imbattuto per la prima volta nel fenomeno della presenza invisibile lavorando con soggetti che sentono voci (quelle che alcuni definiscono allucinazioni verbali uditive), nell’ambito di un progetto dell’università di Durham. Spesso ci veniva riferita una sensazione particolarmente inquietante: voci che erano lì senza parlare.

Volevo saperne di più perché queste percezioni non rientravano nella maggior parte dei modelli usati per interpretare le allucinazioni. Le allucinazioni sono esperienze percettive senza alcun input sensoriale proveniente dal mondo esterno. Di solito si distinguono da altri fenomeni come le illusioni, i casi in cui c’è un input che interpretiamo male. Un esempio di illusione è la foschia all’orizzonte che crea un miraggio. Ma la sensazione di una presenza non implica alcun contenuto percettivo. Non solo mancano gli stimoli esterni, ma non è nemmeno chiaro quale sia la sensazione interna. Come si può avere un’allucinazione senza alcuna percezione? Questo è il paradosso della presenza.

Ci sono diversi modi in cui si può affrontare la questione. Può darsi che le persone non intendano veramente dire che percepiscono la presenza di qualcun altro. Per esempio, alcune giurano di sapere che sono osservate, come se avessero degli occhi dietro la testa. Probabilmente è bene ricordare che molti ricercatori non lo considerano un fenomeno reale, ma può darsi che la sensazione di una presenza e quella di sentirsi osservati riflettano la stessa cosa: il disagio che alcuni provano in ambienti nuovi o che generano incertezza. L’aumento dell’ansia, un brivido lungo la nuca, paranoia: tutti questi elementi potrebbero contribuire a dare l’impressione di una presenza.

Un’altra possibilità è che la presenza percepita possa essere un fenomeno secondario, indotto da altre strane esperienze, come per esempio le voci. Chi è abituato a sentire continuamente una voce disincarnata può arrivare ad aspettarsi o a credere che qualcuno sia lì, anche quando non parla. Sarà capitato a molti di noi di sentire un rumore in un’altra stanza e andare a controllare se c’è qualcuno, con la vaga e inquietante sensazione che il rumore sia stato prodotto da una persona. Per un attimo, un segnale sensoriale può dare origine alla convinzione che ci sia una persona invisibile.

Leggendo i racconti di presenze percepite, è sorprendente vedere quanti episodi sono accompagnati da contenuti sensoriali. Le storie di sopravvivenza sono piene di queste cose. Una presenza che allontana uno scalatore dalla cresta di una montagna oppure, mentre dorme sotto la tenda, un grido che lo sveglia giusto in tempo per evitare un pericolo può assumere il contorno visivo di una figura e fargli immaginare che ci sia qualcuno accanto a lui. Questi incontri sono spesso descritti come presenze perché la sensazione che ci sia un visitatore permane, ma potrebbe anche essere stata indotta da un’esperienza sensoriale più concreta.

Se fosse così, se tutte le presenze fossero solo effetti secondari, risposte a percezioni insolite, non ci sarebbe alcun paradosso. Le persone le coglierebbero perché hanno già percepito qualcos’altro. Fine. Ma allora non dovrebbe neanche esserci un termine per definire l’esperienza. Quando le persone accennano a una presenza, non descrivono immagini o suoni. Parlano di una persona nascosta, di uno sconosciuto. Spesso il punto non è che hanno sentito qualcosa di strano e hanno pensato che ci fosse qualcuno, il problema è che quella sensazione potrebbe essere indipendente da tutto. Se cerchiamo di capire il motivo per cui qualcuno si prende la briga di descrivere un’esperienza così insolita, dobbiamo considerare la possibilità che sia successo qualcosa che va al di là delle normali percezioni sensoriali.

E le presenze “pure” possono esistere. L’espressione “terzo uomo” nasce dal racconto di Ernest Shackleton di aver avuto un compagno fantasma mentre attraversava l’isola della Georgia del Sud nel maggio 1916, alla fine della sfortunata spedizione della nave Endurance in Antartide. Shackleton e altri due uomini – Frank Worsley e Tom Crean – dissero che con loro c’era un’altra persona. “Mi sembrava spesso che fossimo in quattro, non in tre”, scriveva Shackleton. La presenza non parlava e non si vedeva. Era semplicemente lì.

È un’esperienza vissuta visceralmente, nelle ossa, in ogni fibra del proprio essere. È una “presenza sentita”, appunto

Se la sensazione di una presenza può verificarsi senza alcun contributo sensoriale, un’altra possibilità è che non sia un’interpretazione ma una sorta di convinzione, una convinzione illusoria. Da quando la sensazione di una presenza è stata documentata per la prima volta a livello clinico, ci si chiede se questo tipo di esperienza rifletta una percezione o una convinzione, un sentire o un sapere. Nello studio delle psicosi, tradizionalmente si pensa che molte strane convinzioni siano un modo per dare senso a strane percezioni, come voci o visioni. Potremmo considerarla la spiegazione onnicomprensiva di una presenza: se non è legata a percezioni reali, dev’essere una convinzione errata.

Abbiamo buoni motivi per prendere sul serio queste convinzioni quando pensiamo a certi racconti sulle presenze. Insieme alle ovvie sovrapposizioni con disturbi come la paranoia, le sensazioni di una presenza sono spesso interpretate attraverso la lente del convincimento. Quelle legate a un dolore o a un lutto sono strettamente correlate alle aspettative, alle speranze e ai desideri delle persone, mentre le presenze in situazioni in cui si rischia la morte ricevono spesso una spiegazione spirituale. Non è un caso se Shackleton e Worsley chiamarono il loro compagno “Provvidenza”.

Ma per una serie di motivi, una spiegazione basata “solo sulla convinzione” non sembra sufficiente. Le presenze possono verificarsi anche senza: nel caso del Parkinson, per esempio, si verificano indipendentemente da strane convinzioni o interpretazioni. E anche quando le persone hanno forti aspettative, le presenze che arrivano non sono quelle che immaginavano. Ho intervistato canottieri che fanno lunghe distanze che speravano in un visitatore e si sono ritrovati con un fantasma anonimo, e persone religiose affette da paralisi del sonno che sono visitate da demoni, che però non rientrano in nessun regno spirituale riconoscibile. Le presenze sono spesso sorprendenti.

In definitiva, molti resoconti non sembrano convinzioni illusorie. Gli interessati oscillano tra il linguaggio del “sentire” e quello del “sapere”, ma spesso descrivono corpi e sensazioni: figure nello specchio, fantasmi nella stanza, individui che escono dal loro io. Una persona affetta da psicosi me l’ha descritta come “la sensazione di qualcuno che calpesta la mia tomba”, e un’altra semplicemente come “un’aria più densa”. È un’esperienza vissuta visceralmente, nelle ossa, in ogni fibra del proprio essere. È una “presenza sentita”, appunto.

Questo ci riporta all’inizio, al paradosso della presenza. Come si fa ad avere allucinazioni senza passare per i cinque sensi?

Alex Webb, Magnum/Contrasto

“Avete mai sentito una presenza spettrale? Adesso sappiamo perché”. Nel 2014 questo titolo di New Scientist accompagnava la pubblicazione di uno studio condotto dal neuroscienziato cognitivo Olaf Blanke dell’École polytechnique fédérale di Losanna, in Svizzera. La ricerca usava un robot che rispecchiava i movimenti dei soggetti e, a quanto sembra, induceva presenze in persone sane. L’articolo proponeva anche una nuova teoria su come funzionava il fenomeno, su come la sensazione della presenza di un altro invisibile può emergere dalla nostra mente perturbando il nostro senso del sé.

A dicembre del 2022 sono andato a Ginevra per visitare il laboratorio di Blanke. Era il momento per me di incontrare una presenza.

Vago presagio

Sono arrivato in un nuvoloso martedì mattina e sono stato accolto da Fosco Bernasconi, un ricercatore svizzero. Bernasconi si occupa principalmente di malati di Parkinson e nel 2021 ha pubblicato i risultati di un primo studio in cui aveva usato il “robot presenza” con questa categoria di pazienti. Le persone affette da Parkinson si erano dimostrate particolarmente sensibili al fenomeno, e la procedura li induceva a ridere forte, guardarsi alle spalle o sobbalzare improvvisamente per la sorpresa.

Ho incontrato Bernasconi in un atrio scintillante di vetro, acciaio e piante rampicanti. Le dimensioni erano quasi assurde, una sorta di incrocio tra Gattaca e Glass Onion-Knives out. Bernasconi mi ha spiegato che originariamente il centro era stato costruito per un’azienda farmaceutica, che poi l’aveva abbandonato. Un gruppo di università aveva preso possesso di quello spazio e l’aveva riconvertito per poterlo usare. Mentre camminavamo, mi ha indicato il macchinario per la risonanza magnetica e il posto in cui stavano installando un’altra serie di scanner. Uscendo dall’atrio e superando varie doppie porte, abbiamo percorso corridoi vuoti e grigi, senza alcun segno di quel che avrebbero ospitato. Più che tanta luce, c’era un vago senso di presagio, e mi sono ricordato di quegli inquietanti video­giochi in cui ti immedesimi con il protagonista e sei costantemente in attesa del prossimo salto.

Alla fine siamo entrati negli uffici del laboratorio, dove ci siamo seduti per una chiacchierata. Abbiamo parlato delle ricerche in corso, della direzione in cui stanno andando e di ciò che loro stanno provando a fare.

La maggior parte delle ricerche ruota ancora intorno a una particolare procedura: l’uso di un robot per indurre allucinazioni. Funziona così: immaginate di essere seduti e avere di fronte un telecomando simile a un guanto. Vi dicono di chiudere gli occhi, infilare la mano nel guanto e dare colpetti in aria con il dito di fronte a voi con un movimento casuale, come per inserire un infinito codice pin, ma continuando a dimenticare quali sono i numeri. Fin qui, sembra tutto insensato. Ma quando cominciate a farlo, succede qualcos’altro. A ogni colpetto sentite un tocco sulla schiena. Se puntate a sinistra, il tocco è a sinistra. Se puntate a destra, il tocco è lì. In poco tempo, vi sentite strani, come se vi toccaste la schiena da soli. Questa illusione deriva dalla sincronia dei nostri segnali sensoriali e motori, e si basa sulla stessa logica di altri effetti ben noti, come l’illusione della mano di gomma, in cui i partecipanti cominciano a sentire una finta mano di gomma come parte del proprio corpo. Ma poi la sensazione diventa ancora più bizzarra. Il colpetto sulla schiena è leggermente ritardato, non è più sincronizzato. Come se ci fosse qualcun altro che vi tocca.

È l’effetto a cui accennava l’articolo di New Scientist. Attraverso una serie di esperimenti, il team di Blanke ha dimostrato che questa attività sembra evocare una presenza. Prima ha scoperto che un sottogruppo di persone dichiarava spontaneamente di aver sentito una presenza quando i colpi diventavano asincroni. Poi i ricercatori l’hanno chiesto esplicitamente a tutti con un questionario e il 75 per cento dei partecipanti ha confermato di aver avuto la sensazione che ci fosse un’altra persona. Questo influiva anche sulle stime del numero di persone presenti. Se ai partecipanti veniva chiesto in quanti erano entrati nella stanza durante l’esperimento – il cui numero cambiava regolarmente tra una prova e l’altra – quelli che avevano sentito una presenza calcolavano che ci fossero più persone nella stanza con loro.

Nel 2006 Blanke e i suoi colleghi avevano dimostrato che le presenze potevano essere indotte stimolando elettricamente un’area del cervello chiamata giunzione temporoparietale sinistra (Tpj), un punto d’incontro tra lobo temporale e parietale. Quest’area è particolarmente importante perché è lì che si pensa siano combinate le informazioni sui sensi, sul corpo e sullo spazio, per dirci dove ci troviamo in qualsiasi momento. In altre parole, sarebbe la nostra mappa.

Gli studi più recenti fatti con i robot sono partiti da quest’idea per dimostrare che la nostra integrazione tra tatto, movimenti e propriocezione (il senso della nostra posizione corporea nello spazio) dev’essere interrotta affinché l’effetto si verifichi. Con l’aiuto di tutte queste percezioni, siamo abbastanza capaci di sapere dove siamo. Ma se le disturbiamo con la stimolazione elettrica o con tocchi inattesi, il nostro sé sembra confondersi. Le sensazioni che ci aspettiamo non si verificano, le cose che pensavamo di controllare improvvisamente non stanno andando secondo i piani. E cominciamo a pensare: “Questo non sono io… Quindi dev’esserci qualcun altro”.

Per tutto il resto della giornata, ho parlato con il team di Blanke. Dalla neuropsicologa Jevita Potheegadoo ho scoperto che il fenomeno dell’“inquilino fantasma” si verifica nella malattia di Parkinson ed è strettamente correlato a quello della presenza, ma è leggermente diverso. C’è una presenza, ma è legata a un luogo specifico. Di solito è al piano di sopra quando siamo al piano di sotto. L’intruso è qualcuno che si muove lassù. Mi ero già imbattuto in questo fenomeno quando parlavo con persone affette da psicosi. Le presenze erano spesso lì con loro, ma a volte erano legate alla casa.

Le presenze che appaiono nelle paralisi del sonno e nelle psicosi o che danno conforto nel dolore sono fantasmi carichi di emozioni

Perturbazioni corporee

Infine ho conosciuto uno dei dottorandi del laboratorio, Louis Albert. Mi hanno detto che, se volevo assistere all’esperimento, dovevo parlare con lui, perché stava testando alcune nuove tecniche in cui usava la realtà virtuale per misurare l’effetto presenza in modi diversi. Ho incontrato Albert in uno dei lunghi corridoi grigi tra il laboratorio e l’atrio. Abbiamo attraversato varie stanze, e alla fine ha aperto una grande porta di metallo. In un ampio spazio delle dimensioni di un campo da squash, sembrava che un esercito di robot incompleti avesse preso il controllo della sala di recitazione di un liceo. Bracci meccanici pendevano appoggiati su fili e scaffali, come se potessero entrare in azione da un momento all’altro.

Ci sono voluti alcuni minuti per prepararmi, con un visore per la realtà virtuale sistemato goffamente in testa. Quando siamo stati pronti a partire, un Albert virtuale mi è apparso sullo schermo per spiegarmi cosa stava per succedere. E poi sono cominciati i tocchi. All’inizio, era semplice. Toccavo e venivo toccato a mia volta. Cercavo di muovermi in modo casuale, spostando la mano ogni volta in un punto diverso. E ogni volta sentivo il robot che mi toccava. Mi sembrava di mantenere il controllo ed ero intento a collaborare.

Poi, piano piano, un’attesa, un ritardo. Un tocco non proprio nel posto giusto. Puntavo il dito, e di nuovo era come se non colpisse correttamente il bersaglio. Il colpo sulla mia spalla sembrava arrivare sempre più tardi, come se fosse rallentato. A quel punto ho pensato “devo rallentare anch’io, sto sbagliando”, ma così ho peggiorato la situazione. A ogni correzione, il divario aumentava, come se il tempo stesse rallentando. Era come cercare di fare qualcosa di familiare, ma sotto l’effetto di una brutta sbornia. Mi sentivo decisamente diverso, addirittura infastidito. Il processo era irritante, in qualche modo mi turbava. Ma sentivo una presenza?

Cari lettori, sinceramente no. Mi sembrava di ballare con un partner incapace, di svolgere un compito collaborativo in cui il coordinamento era tutto sbagliato. Sembrava che ci fosse qualcosa al di là di me, ma non era un corpo, era più simile a una responsabilità. Stavo lavorando con qualcun altro e stavamo facendo un pessimo lavoro.

Confesso di essere la persona meno incline alle allucinazioni. Ho intervistato persone che hanno avuto amici immaginari fin dall’infanzia e ho parlato per ore con medium, veggenti e psiconauti dell’ayahuasca. Ma a me non è mai successo nulla di insolito. Sono il peggior esperto di allucinazioni del mondo. Quindi, se c’era qualcuno che non avrebbe sentito nessuna presenza incontrando il robot, quello ero io. Ma questo vale anche per altre persone. L’esperimento non funziona con tutti.

Naomi Lea è una designer che ha realizzato una serie di installazioni ispirate agli studi di Blanke alla Bartlett school of architecture dello University college di Londra. Quando l’ho intervistata, mi ha detto che per ogni persona funzionava un’installazione diversa: alcuni percepivano la presenza di mani fantasma sotto un pannello retroilluminato, altri sentivano campanelle a vento in una stanza senza vento. Il fattore scatenante era diverso per ognuno. Dipendeva da come il soggetto interagiva con l’ambiente che lo circondava. Quello che dimostrano gli studi del team di Blanke è che le presenze possono essere evocate da perturbazioni corporee. Se non sappiamo più dove siamo, o ciò che ci appartiene, può emergere da noi un corpo fantasma. Questa è la prima risposta al paradosso della presenza: avvertirla senza che ci siano prove sensoriali può dipendere dalla percezione sbagliata dei nostri muscoli. Ecco perché le persone la sentono nelle ossa. È un fenomeno innescato dal loro corpo.

Ma quando succede e come funziona dipende dal nostro senso del sé e dalla nostra interazione con lo spazio che ci circonda. Dove finiamo noi e comincia il mondo è oggetto di una contrattazione continua. Una volta che studiamo la presenza, troviamo tante situazioni diverse che possono superare quel confine: le paralisi del sonno, le situazioni ad alto rischio, le psicosi, i lutti. Se emerge una presenza probabilmente è per ciò che una persona attribuisce a una situazione specifica.

La domanda chiave non è come sia possibile sentire qualcosa senza l’aiuto dei sensi. È se abbiamo bisogno di una o più spiegazioni. Quando pensiamo a voci che non parlano o a presenze in situazioni molto rischiose, la vera sfida è capire se si tratta solo di illusioni o se c’è qualcos’altro. Le presenze che appaiono nelle paralisi del sonno e nelle psicosi o che danno conforto nel dolore sono fantasmi carichi di emozioni. Durante il processo creativo, si può avere la sensazione che i personaggi diventino presenze a sé, vadano oltre la finzione o parlino per se stessi. Alcuni tipi di compagni immaginari sono descritti come realmente presenti, come se guardassero attraverso gli occhi della persona che li vive.

Tutti questi esempi dimostrano che alcune presenze sembrano provenire dalla mente, o dal cuore, ma potrebbero anche plausibilmente venire dal corpo. Noi ricercatori dobbiamo capire se esiste un solo tipo di presenza o se ce ne sono molti. E forse serve qualcosa di più di un robot per riuscirci. ◆ bt

Ben Alderson-Day è docente di psicologia e fa parte dell’équipe di ricerca sullo sviluppo all’università di Durham, nel Regno Unito. Il suo libro più recente è Presence. The strange science and true stories of the unseen other (2023).

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Questo articolo è uscito sul numero 1516 di Internazionale, a pagina 68. Compra questo numero | Abbonati