Seol Song-a ricorda il momento in cui decise che era ora di “comprarsi un marito”. Nata alla fine degli anni sessanta, era cresciuta nella città industriale di Sunchon, a nord di Pyongyang, in una famiglia povera e in cui non c’era mai abbastanza da mangiare. Ma dopo anni trascorsi a lavorare in un cantiere, la sua vita ebbe una svolta nei primi anni novanta, quando cominciò a vendere penicillina rubata alla fabbrica di prodotti farmaceutici dov’era impiegata la madre.

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In quel periodo la domanda di medicinali stava aumentando: l’economia del paese e il sistema di razionamento alimentare gestito dallo stato erano collassati in seguito al crollo dell’Unione Sovietica, provocando una carestia che si pensa abbia ucciso milioni di persone. Grazie alle competenze chimiche della madre, Seol cominciò a produrre medicinali in proprio, assumendo diversi dipendenti e corrompendo i funzionari pubblici per non farsi arrestare. Eppure, nonostante il denaro che guadagnava, Seol aveva bisogno di un marito con buoni agganci politici. Nella società patriarcale della Corea del Nord era svantaggiata: era una donna e apparteneva a una famiglia che languiva in fondo al songbun, il sistema di caste politiche del paese. “Volevo un uomo con una buona posizione nel songbun, perciò ‘me lo sono comprato’”, dice Seol. Scelse un bell’uomo che insegnava musica al liceo e veniva da una famiglia legata al Partito dei lavoratori, al potere.

Monumento al Partito dei lavoratori, Pyongyang, Corea del Nord, settembre 2018

“In passato, una ragazza carina e con un certo lavoro era considerata una buona moglie”, dice. “Dopo la carestia, le più ricercate erano le donne brave in affari. Potevo avere qualunque marito volessi”. Con il suo capitale e i suoi rapporti politici, comprò una grande casa e la trasformò in una fabbrica di dolci, un’impresa privata illegale che riforniva i mercati dell’intera provincia.

Seol, che è fuggita dalla Corea del Nord una decina di anni fa, era una delle migliaia di donne che facevano affari al mercato nero sotto gli occhi delle autorità, riempiendo il vuoto lasciato da uno stato incapace e in bancarotta. Con il tempo queste donne si sono affermate come una nuova classe imprenditoriale, guidando la diffusione dei mercati nel paese, assumendosi la responsabilità di sfamare la popolazione e al tempo stesso sfidando i tradizionali ruoli di genere.

Nel gennaio 2020, quando il leader nordcoreano Kim Jong-un ha imposto un severissimo lockdown in risposta alla pandemia di covid-19, le donne ormai dominavano un’economia informale che secondo le stime contribuiva ai redditi delle famiglie per più del 70 per cento. Erano anche molto più disposte degli uomini ad abbandonare il paese (secondo il governo di Seoul, l’80,7 per cento dei nordcoreani arrivati in Corea del Sud nel 2019 erano donne, contro il 12,2 per cento del 1998) e per questo largamente responsabili delle rimesse inviate dalla Cina e dalla Corea del Sud, soldi da cui dipendono molte famiglie nordcoreane.

Eppure, dicono gli esperti che hanno avuto lunghi colloqui con persone fuggite dal paese, nonostante il loro potere nel mercato e la nuova influenza sociale, le donne nordcoreane restano esposte ad atteggiamenti sociali antiquati e agli attacchi dello stato.

Prive di status sociale e politico, anche quelle che sono riuscite a raccogliere grandi capitali dipendono dalla “protezione” di funzionari e familiari maschi. Quasi sempre chi non paga le mazzette o rispetta le quote di contanti e di merci fissate dallo stato deve svolgere lavori pesanti e rischia di cadere vittima di abusi sessuali da parte di funzionari statali.

Con la chiusura delle frontiere verso la Cina e la Russia e l’espulsione di diplomatici stranieri, operatori umanitari e delle ong, le donne della Corea del Nord devono pagare un prezzo esageratamente pesante. In più il regime, che teme disordini per la cronica penuria di generi alimentari, sta cercando di riaffermare il controllo statale proprio sui settori dell’economia informale che loro dominano.

“Le donne in Corea del Nord non sono solo vittime; sono imprenditrici e capifamiglia”, dice Kim Sea-young, ricercatrice dell’università Yonsei di Seoul. “Queste restrizioni alle frontiere non si limitano a minacciare le loro forniture, ma impediscono alle donne – e alle loro storie – di uscire dal paese”.

Un ruolo diverso

Nel luglio 1946 il Comitato provvisorio del popolo per la Corea del Nord, da cui deriva l’attuale Repubblica Popolare Democratica di Corea (Rpdc), emanò una legge sulla parità dei sessi che diceva: “Le donne hanno pari status sociale e pari diritti degli uomini in tutti i settori della vita statale, economica, culturale, sociale e politica”.

In un rapporto all’Onu del 2016 Pyongyang ha sostenuto che “tutte le politiche, le leggi e i programmi d’azione specifici della Rpdc accordano alle donne gli stessi diritti degli uomini, in base al principio della tolleranza zero verso qualsiasi discriminazione nei loro confronti o affronto alla loro dignità”. La realtà è molto diversa. In un paese dove ufficialmente la disoccupazione non esiste e lo stato assegna un ruolo a tutti i cittadini, le donne che non sono registrate come casalinghe tendono a essere relegate in certi settori dell’economia: salute, istruzione o commercio al dettaglio.

Quelle che lavorano in altri campi ricevono soprattutto mansioni amministrative o di segreteria in istituzioni pubbliche gestite in maggioranza schiacciante da uomini, oppure sono costrette a svolgere lavori pesanti. Tagliano alberi, costruiscono strade o sgobbano in cantiere nelle zone dove scarseggia la manodopera maschile.

Queste dinamiche sono sostenute dal sistema di distribuzione pubblica delle razioni alimentari. Lo stato e la società si aspettano che le donne si sposino, e a quel punto le loro razioni passano al coniuge, che è registrato come “padrone della famiglia”. Ma se questo sistema ha rafforzato la dipendenza delle nord­coreane dai mariti, il crollo economico del paese negli anni novanta gli ha offerto l’opportunità di costruirsi un ruolo diverso.

“Gli uomini dovevano ancora presentarsi nelle fabbriche, nelle imprese statali e negli enti pubblici per svolgere lavori non retribuiti, lasciando che fossero le donne a cercare da mangiare e a impegnarsi in semplici attività commerciali”, dice Kim Sung-kyung, docente all’università di studi nordcoreani a Seoul. “Paradossalmente fu proprio la loro bassa condizione in questo sistema patriarcale a dare alle donne lo spazio per agire in modo indipendente”.

“Invece di dargli potere, la capacità di guadagnare le ha rese un bersaglio”

Molte vendevano vestiti e generi alimentari oppure offrivano servizi come le pulizie, la cura dei bambini o l’acconciatura e il taglio dei capelli. Questo creò reti commerciali per prodotti che andavano dalle scarpe al latte artificiale, dai farmaci stranieri alle erbe aromatiche, agli spaghetti e alle macchine per fare il pane. Reti diffuse in tutto il paese che si estesero oltre la frontiera, fino alla Cina.

“Uno immagina l’attività commerciale in Corea del Nord come qualcosa di sedentario, tipo donne sedute ai banchi del mercato, ma di fatto è un lavoro che chiede molto movimento,” dice Hanna Song del Database center for north korean human rights a Seoul. “A differenza degli uomini, le nordcoreane non devono necessariamente presentarsi in un certo posto ogni giorno. Possono corrompere la sorveglianza del quartiere, i conducenti dei treni e i funzionari delle forze dell’ordine per andare in giro”.

Molte donne si sono messe in affari solo per sfamare le famiglie, ma altre hanno formato la spina dorsale di una nuova classe imprenditoriale. In alcuni casi ci sono state tensioni con i mariti perché erano le donne a mantenere la famiglia. “Il sistema è cambiato, ora sono le donne a sostentare i parenti mentre gli uomini passano l’intera giornata sul posto di lavoro”, dice Hyun Hyang, 38 anni, che prima di fuggire dal paese contrabbandava cosmetici sudcoreani dalla Cina e li vendeva a casa sua, nella città settentrionale di Hyesan. “Così, a poco a poco, le voci delle donne sono diventate più forti e gli uomini hanno cominciato a perdere la loro”.

Stretta sorveglianza

Tutti i nordcoreani appartengono a un inminban, un’unità di sorveglianza di quartiere composta da trenta famiglie o più e presieduta di regola da una donna sposata più anziana che controlla ogni aspetto della vita degli altri per conto dello stato.

Una donna che ha chiesto di rimanere anonima ha lavorato come capo di un inminban in una zona rurale nel nord del paese. Dice di aver visto con i suoi occhi come è cambiata la vita delle donne negli anni novanta. “Le donne dopo la carestia erano diventate il sostegno della famiglia”, racconta. “Dovevano essere forti, tenaci, dure e diligenti”.

Nel 2002, quando il regime ha legalizzato l’attività di un limitato numero di banchi del mercato, di fatto ha riconosciuto il ruolo svolto da commercianti, prevalentemente donne, per riempire il vuoto lasciato dal crollo del sistema di razionamento. Nel 2020 i mercati ufficiali erano già almeno 436, e ciascuno aveva fino a 20mila banchi gestiti esclusivamente da donne che, secondo il Centro di studi strategici e internazionali, generavano circa 56,8 milioni di dollari all’anno di entrate per il governo. Ma proprio mentre si affermavano, le donne nordcoreane erano sempre più spesso prese di mira dallo stato.

Attraverso l’inminban, il regime ha un’intima conoscenza della situazione di ogni famiglia. “Conoscevamo ogni casa nel dettaglio: nascite, morti, lavori, figli, chi aveva parenti in Cina, quanti ospiti venivano in visita”, dice la donna che guidava l’inminban e che ora ha lasciato il paese. “Sapevamo cosa c’era dentro ogni singola casa, fino all’ultimo cucchiaio e all’ultima bacchetta”.

Hamhung, Corea del Nord, 2018 (Davide Monteleone)

Tutti i nordcoreani sono tenuti a dare un contributo individuale alle autorità locali, che a loro volta sono tenute a soddisfare le richieste dei ministeri di Pyongyang. Perfino i bambini, stando alle testimonianze di chi è fuggito, devono partecipare alla costruzione e alla manutenzione delle scuole per poter frequentare le lezioni.

Arma a doppio taglio

“Il governo nordcoreano sa che non può tenere in piedi l’economia senza il mercato nero, perciò gli estorce tutto quello che può”, dice Joanna Hosaniak dell’Alleanza dei cittadini per i diritti umani dei nordcoreani a Seoul. Lo strumento principale che ha per ottenere denaro, merci o manodopera dalle donne sposate è l’Unione delle donne, un’organizzazione del Partito dei lavoratori a cui le mogli devono aderire a meno che non appartengano già a un altro organismo del partito. Le iscritte devono versare quote per soddisfare richieste di ogni tipo, da chili di bachi da seta ai fagioli rossi fino ai funghi matsutake che il regime vende per procurarsi valuta straniera e ferro di rottami per un progetto edilizio locale.

Per le commercianti, la relativa prosperità è diventata un’arma a doppio taglio. “Più riesci ad accumulare, più sarai sfruttata”, dice Hosaniak, che ha intervistato esponenti importanti dell’Unione delle donne. “Invece di dargli potere, la capacità di guadagnare le ha rese un bersaglio”.

Dal momento che le donne, più degli uomini, gestiscono attività economiche legali o semilegali, hanno più probabilità di trovarsi in balia dei burocrati in un paese dove lo sfruttamento sessuale è dilagante.

Una commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite sui diritti umani in Corea del Nord accusava “gli agenti che controllano il mercato, gli ispettori sui treni e i soldati” di “commettere aggressioni sessuali contro le donne negli spazi pubblici”. E aggiungeva che “lo stato, dominato dagli uomini, vessa il mercato sempre più dominato dalle donne”. Questa cultura dell’abuso pervade tutti i gradini dell’apparato statale, come ha riconosciuto sia chi la subisce sia chi la alimenta.

“A una certa ora della notte, sceglievamo le nostri attrici preferite dai film che guardavamo e chiedevamo al personale della hall dell’albergo di portarcele. Qualunque scegliessimo, sarebbe stata alla porta della nostra stanza nel giro di un’ora”, ha detto un ex ufficiale della polizia segreta a Human rights watch nel 2016, raccontando le sue bevute mensili con i colleghi. “Eravamo potenti e influenti. Le pagavamo e loro sapevano che, se ci piacevano, avrebbero potuto chiamarci quando finivano nei guai o avevano bisogno di un favore”.

Con la mancanza cronica di generi alimentari, le severe restrizioni per la pandemia e una serie di siccità e alluvioni devastanti sullo sfondo, Kim Jong-un vuole tornare a imporre un’ortodossia ideologica che rievoca il regno del nonno, il fondatore dello stato Kim Il-sung. In una lettera inviata al settimo congresso dell’Unione delle donne nel giugno 2021, il dittatore esortava le nordcoreane a indossare gli abiti tradizionali, scrivere lettere d’incoraggiamento ai soldati e proteggere i figli da “ideologia, cultura e stili di vita estranei”.

“È solo negli ultimi due o tre anni che Kim ha cercato d’imporre nuovamente i tradizionali ruoli di genere”, dice Kim Sung-kyung. “Le donne si sposano più tardi, fanno meno figli e danno la priorità alle loro attività. Per il regime si tratta di una mentalità capitalistica che sta sfuggendo al suo controllo”.

Difficile tornare indietro

Gli analisti credono che molte opportunità economiche offerte alle donne negli ultimi decenni saranno probabilmente bloccate, dato che il regime mantiene la stretta sul commercio transfrontaliero e Kim tenta di riaffermare il suo controllo sui mercati nati in risposta al crollo del sistema di razionamento. Quello che è meno chiaro, dicono, è come generazioni di nordcoreane con una nuova consapevolezza risponderanno alla rinascita dello “stato dominato dai maschi”.

“La possibilità di fare soldi introducendo nel paese merci dall’estero e quella di scappare erano le due principali valvole di sfogo per molte donne che vivevano in Corea del Nord, e ora entrambe sono a rischio”, dice Song del Database center for North Korean human rights. “Prima della carestia, le donne potevano stare a casa, non sapevano niente di come si guadagnano i soldi”, dice Hyun. “Ma dopo aver conosciuto il commercio sarebbe molto difficile per loro tornare dov’erano”.

È un sentimento riecheggiato da Seol Song-a. “Io portavo a casa i soldi, eppure continuavo a chiedermi perché ero nata donna, perché dovevo lavare i calzini a mio marito. Chi ha deciso che le donne devono fare il bucato?”, chiede Seol, che ha lasciato la Corea del Nord – e il marito – nel 2010 per avviare un’azienda in Cina e oggi vive a Seoul. “Prima di morire, mia madre mi disse che aveva passato la vita ad aspettare le razioni”, aggiunge. “Non l’ho mai dimenticato”. ◆ gc

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Questo articolo è uscito sul numero 1452 di Internazionale, a pagina 60. Compra questo numero | Abbonati