Il numero estivo della Yale Review s’intitola What was ai?, e parla al passato perché parte dal presupposto che quando gli articoli su quel tema saranno letti qualcosa sarà già cambiato. Ma se dovessi rispondere a questa domanda rinunciando all’analisi delle mutazioni quotidiane dell’intelligenza artificiale, risponderei: “È stata quella forza che ci ha costretto a inventarci delle cose”. La costrizione all’invenzione, più che la nuova centratura sull’umano a prescindere dalle altre specie, è la prima conseguenza dell’ia, almeno nell’arte. Ma per qualcuno che inventa, c’e sempre una rete che tira indietro: non so quante segnalazioni sulla colonna sonora della seconda stagione di Beef ho ricevuto in meno di ventiquattr’ore, essendo una millennial che ha ascoltato molta della musica volumetrica dei 2010 che appare nello show. È in questo perimetro che ascolto quello che si può ascoltare di 4321 Hz del cantautore torinese Marco Fracasia, che ha già pubblicato due ep con la 42 Records, una delle etichette più concentrate sull’invenzione. Mutuando il titolo da un romanzo di Paul Auster sulle frequenze possibili di una stessa vita, il disco di Fracasia è fruibile attraverso uno spettrogramma che s’illumina quando lo si ascolta, e ogni volta che si apre il collegamento si entra in un momento diverso dell’album senza sapere la scaletta, i titoli, il numero di brani. Facendo ritrovare un po’ di volumetria degli anni 2010, 4321 Hz sposta un po’ di coordinate sulla ricezione, e con questo piccolo gesto nuovo guadagna un suono a cui prestare attenzione. ◆
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Questo articolo è uscito sul numero 1663 di Internazionale, a pagina 88. Compra questo numero | Abbonati




