Il catalogo della Bronson Recordings è sempre una certezza, e l’imminente uscita di Post dub cities di Adriano Zanni lo conferma. Ascolto il disco mentre estendo i miei ragionamenti su Una splendida rovina, il romanzo di Vincenzo Latronico incentrato sul restauro di un maniero fatiscente in Pomerania destinato a ospitare una storia d’amore e una residenza collettiva, in un contesto demografico che attualmente viene vivisezionato alla luce dei recenti successi dell’Afd. Che suono ha la trasformazione di una casa in rovina? E se quella casa resta incompiuta o viene abbandonata, da rovina diventa automaticamente maceria? Se la rovina, a differenza della maceria, descrive la storia di un tentativo più che la storia di una distruzione, allora Adriano Zanni con il suo disco procura un suono ideale per questo tipo di ambientazione, così comune anche al territorio italiano. Non sempre l’abbandono è un fallimento e lo spazio disertato trova una nuova vita quasi a prescindere da chi l’ha occupato: il lavoro di Zanni, che è anche fotografo e ricercatore sonoro, ci offre un campionario intimo sull’archeologia rurale oltre che industriale, sempre più presente nei nostri discorsi da quando le città soffrono un collasso sistemico, quando la possibilità d’immaginare una città ci manca quanto abitarla. Va altrove, Zanni, con i suoi suoni sopravvissuti alle mille vite del dub, solenni e scuri senza essere angoscianti; va nelle vecchie città coloniali e nelle città adolescenti dei Balcani, negli ex imperi e nelle eterne province, creando una mirabile chimera. ◆

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Questo articolo è uscito sul numero 1684 di Internazionale, a pagina 82. Compra questo numero | Abbonati