Qualche anno fa, prima di trasferirsi da Dublino a Londra, i Fontaines D.C. si sono imbattuti in un articolo di giornale che parlava di Margaret Keane, una donna nata in Irlanda ma vissuta per la maggior parte della sua vita a Coventry, nelle West Midlands, in Inghilterra. Keane era morta nel 2018 e la famiglia voleva che sulla sua lapide ci fosse l’iscrizione in gaelico In ár gCroíthe go deo (per sempre nei nostri cuori). La chiesa anglicana però aveva respinto la richiesta, sostenendo che la frase poteva essere considerata un messaggio politico.

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Per il cantante e principale compositore dei Fontaines D.C., Grian Chatten, quella vicenda è stata un brutto presagio, date le tensioni che ci sono da secoli tra irlandesi e inglesi. “Stavamo per trasferirci in un paese che considerava il solo fatto di essere irlandesi una dichiarazione politica”, racconta. “Qualsiasi espressione della cultura irlandese è associata al terrorismo. È stato un trauma”.

Sapere che centinaia di migliaia di persone conoscevano il mio nome e la mia faccia mi spaventava davvero

La storia di Keane ha spinto i Fontaines D.C. a registrare In ár gCroíthe go deo, la drammatica canzone di sei minuti che apre il loro nuovo album, Skinty fia, uscito il 22 aprile per l’etichetta Partisan Records. Skinty fia prosegue la strada del post-punk riflessivo ma al tempo stesso esplosivo che contraddistingue il gruppo fin dal disco d’esordio del 2019, Dogrel, ed esprime i sentimenti comuni dei cinque musicisti della band – formata, oltre che da Chatten, dai chitarristi Carlos O’Connell e Conor Curley, dal bassista Conor Deegan III e dal batterista Tom Coll – su cosa significhi essere irlandesi e vivere a Londra, ed essersi trasferiti lì a causa degli affitti troppo alti a Dublino.

“C’è uno spirito, un’anima, più che un filo conduttore tematico, che lega i pezzi del disco”, dice Chatten, 27 anni. “Da quando viviamo in Inghilterra abbiamo sperimentato sulla nostra pelle una specie di pregiudizio contro gli irlandesi. Penso che queste cose, come la tranquillità e il tanto tempo che abbiamo avuto a disposizione durante il lockdown, abbiano sicuramente influenzato l’album. Visto che non potevamo andare in tour, in quel periodo abbiamo avuto la possibilità di conoscere veramente Londra per la prima volta”.

In Skinty fia (un’antica espressione irlandese traducibile come “la dannazione del cervo”), le sonorità post-punk a base di chitarre dei Fontaines D.C. si espandono, anche se è rimasto intatto il loro modo energico di suonare e il tono malinconico della voce di Chatten. “Penso che siano più presenti le influenze drum and bass e jungle che avevamo esplorato nel nostro secondo disco, A hero’s death. Penso che su Skinty fia quello stile sia ancora più presente, in particolare in brani come In ár gCroíthe go deo”.

Tra i pezzi più sperimentali del disco Chatten cita anche il malinconico The couple across the way, dove la sua voce è accompagnata solo da una fisarmonica: “È il mio preferito. Ormai sono abbastanza a mio agio e sicuro quando compongo una canzone. E non mi sento obbligato a metterci dentro delle chitarre. Inseguo delle strutture melodiche e ritmiche sempre più libere”.

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A doppio taglio

Le riflessioni del gruppo sull’identità irlandese da espatriati, insieme ad altri temi autobiografici, hanno ispirato molte canzoni di Skinty fia, come Roman holiday e How cold love is (“L’amore è proprio la classica arma a doppio taglio: è molto facile farsi del male”, spiega Chatten).

Un altro pezzo forte è Jackie down the line, il primo singolo estratto dall’album, che descrive un uomo senza qualità. “Trovo utile costruire ponti tra noi e le persone che tendiamo a disprezzare. Parlare con loro può insegnarci qualcosa”, commenta il cantante.

Poi c’è la decadente Bloomsday, che si riferisce alla commemorazione annuale del 16 giugno dell’Ulisse di James Joyce. Più che una celebrazione, la canzone segnala la fine di qualcosa. “L’ho scritta quando stavo per lasciare Dublino e chiudere un capitolo della mia vita. Davo una patina romantica alle noiose, piovose e belle strade storiche della capitale. In Bloomsday si ripercorrono le orme dei personaggi dell’Ulisse. Un tempo lo facevo sempre insieme ai miei amici: cercavamo di vivere insieme ai fantasmi del passato letterario di Dublino. Con quel pezzo ho voluto provarci un’ultima volta prima di dire addio alla mia città”.

Il cuore dell’album però è il feroce I love you. Nonostante il titolo, il brano esprime in maniera turbolenta i pensieri di Chatten nei confronti delle questioni sociali e politiche che riguardano l’Irlanda di oggi. Il testo cita i partiti politici Fianna fáil e Fine gael e fa riferimento alla scoperta della fossa comune di Tuam, nella contea di Galway, vicino a una vecchia casa per ragazze madri gestita da suore nella prima metà del novecento. In quella struttura, secondo le ricostruzioni, sarebbero morti centinaia di bambini, molti rimasti senza sepoltura.

“Spesso capisco il significato dei miei testi solo dopo che li ho scritti. In quel pezzo sono venute fuori spontaneamente questioni che riguardano me e altre persone”, commenta Chatten.

Pieni di rabbia

Anche se ormai sono due anni che Chatten vive lontano dall’Irlanda, il cantante ama l’isola, dove si trasferì un mese dopo essere nato nel Regno Unito, da madre inglese e padre irlandese. Ma ultimamente ha un rapporto complicato con il paese dov’è cresciuto: il motivo è legato in parte al periodo della pandemia e alle restrizioni che l’hanno accompagnata. “Le ultime volte che sono stato in Irlanda ho incontrato persone piene di rabbia, aggressive. Ho visto uomini e donne che si spiano a vicenda. C’era una specie di atmosfera da Panopticon (il carcere ideale progettato alla fine del settecento dal filosofo Jeremy Bentham in cui un unico sorvegliante può osservare tutti i prigioneri senza che questi sappiano se siano controllati o no). La gente era molto frustrata. Devo tornarci ora che hanno riaperto tutto, vorrei poter vedere di nuovo un paese felice”.

Biografia

1995 Nasce a Barrow-in-Furness, nel nord dell’Inghilterra. Sua madre è inglese, suo padre è irlandese. Quando ha solo un mese di vita i suoi genitori tornano in Irlanda. Cresce nella città costiera di Skerries, a nord di Dublino.

2017 Fonda la band Fontaines D.C. insieme ad altri ragazzi conosciuti al British and Irish modern music institute, un college specializzato nella musica e nelle arti.

2019 Il gruppo pubblica una raccolta di poesie intitolata Vroom. Ad aprile esce il loro primo album, Dogrel, accolto in modo entusiastico dalla critica internazionale.

luglio 2020 Esce A hero’s death, il secondo disco del gruppo, candidato poi come migliore album rock ai Grammy awards.◆ aprile 2022 Il terzo album, Skinty fia, arriva al primo posto nella classifica del Regno Unito.


All’artista non piace il modo in cui è cambiata Dublino negli ultimi anni. “È una città piena di problemi politici e sociali. È un paradiso fiscale per le multinazionali: Facebook, Apple, Google e tutte le altre grandi aziende si stanno trasferendo lì. E il governo non è popolare tra i giovani. Enormi, bellissimi edifici culturalmente significativi sono abbattuti di continuo, sostituiti da alberghi per ospitare convegni aziendali e cose simili. Dublino sta cambiando a un ritmo rapido, e questo è abbastanza triste”.

I componenti dei Fontaines D.C. hanno potuto condividere l’amore per le loro radici irlandesi e per la poesia al college, al British and Irish modern music insti­tute di Dublino. “Non avevo nessun amico appassionato di Jack Kerouac, Allen Ginsberg o W. B. Yeats”, dice Chatten. “Avevo vent’anni. Il fatto di amare la poesia per me era una specie di piccolo e osceno segreto, e credo anche per loro. Ma quando sono andato all’università e ho incontrato questi ragazzi mi sono sentito come se potessi finalmente parlare di quelle cose con qualcuno. Non credo di aver mai detto la parola ‘meraviglioso’ prima d’incontrare Carlos (O’Connell, il chitarrista del gruppo). Avevo troppa paura di pronunciarla, se ci penso oggi mi sembra una follia. Durante le nostre prime giornate passate in sala prove dicevamo cose come: ‘Siamo la band migliore del mondo’. Un po’ scherzavamo, ma un po’ eravamo seri”.

Nei tre anni dall’uscita di Dogrel, i Fontaines D.C. (il nome del gruppo è un riferimento al personaggio di Johnny Fontane del film Il padrino e alla città di Dublino, Dublin City) hanno avuto un’ascesa vertiginosa. Oltre alle recensioni entusiastiche di ogni album pubblicato e ai tour in giro per il mondo, il gruppo ha già ottenuto delle candidature per i Mercury prize, i più importanti premi musicali britannici, e una nomination ai Grammy awards, i più prestigiosi riconoscimenti del settore. All’inizio di marzo inoltre i Fontaines D.C. hanno ricevuto il titolo di “migliore gruppo al mondo” ai BandLab Nme awards di Londra, i premi assegnati dalla rivista musicale britannica Nme.

“Per i primi due anni, non sono riuscito a gestire molto bene il successo”, dice Chatten. “Durante il tour ho sofferto gravemente d’insonnia. Sapere che centinaia di migliaia di persone conoscevano il mio nome, la mia faccia, e che magari ci sarebbe stata una conversazione su di me in un’altra parte del mondo durante una festa mi spaventava davvero. Era innaturale, non ero pronto. Sono contento che la gente mi ascolti, però, e mi sto godendo la libertà di essere più creativo. Oggi penso di avere più pelo sullo stomaco. Mi sono trasformato in una persona leggermente meno spigolosa”, aggiunge.

Chatten spiega che i componenti del gruppo sono più uniti che mai. “Usciamo ancora insieme tra una prova e l’altra. Probabilmente ciascuno di noi sarà il padrino dei figli dell’altro. Abbiamo così tanta fiducia in quello che stiamo facendo che possiamo semplicemente entrare nella stanza e dire: ‘Bene, entro un’ora scriviamo un pezzo’. E alla fine dell’ora siamo ancora tutti lì e vorremmo andare avanti a oltranza, perché ci stiamo divertendo un sacco. È una relazione molto sana”.

Una canzone sulla lapide

Quest’anno i Fontaines D.C. sono in tour negli Stati Uniti, in Europa e in Irlanda. Alla domanda su quale sia stato il punto più alto della carriera del gruppo, Chatten sorprendentemente non cita né i premi vinti né i concerti in giro per il mondo, ma la vicenda di Margaret Keane che ha dato origine alla canzone In ár gCroíthe go deo. Nel 2021 la famiglia di Keane ha vinto il processo di appello e ha ottenuto di poter mettere quella frase sulla lapide della donna.

“Quando hanno visto come s’intitolava il brano ci hanno contattato”, dice Chatten, “e hanno chiesto di poterlo ascoltare. Gli è piaciuto molto. E l’hanno ascoltato proprio sulla lapide di Margaret. È la cosa più travolgente, gratificante e tenera che mi sia capitata”. ◆ ff

Questo articolo è uscito sul numero 1459 di Internazionale, a pagina 70. Compra questo numero | Abbonati