Il capitalismo arrivò insieme al mio primo orgasmo. Era l’inizio degli anni novanta e io ero un innocente ragazzino delle medie, confinato con i miei genitori, altrettanto innocenti, in un prefabbricato di cemento a Sofia, in Bulgaria. Come tutti gli edifici del quartiere, sembrava una lapide residenziale. Vivevamo sotto una campana di vetro. Ma i “cambiamenti”, gli eventi che seguirono al crollo dei regimi comunisti dell’Europa orientale alla fine del 1989, erano già in corso. Credenze e convenzioni d’altri tempi venivano rapidamente abbandonate. Quando la cortina di ferro cadde, rivelò un ammasso di corpi nudi, impegnati in amplessi in ogni posizione immaginabile. Si potrebbe dire che la pornografia fu uno dei primi incontri informali della Bulgaria con la libertà politica.

Naturalmente mi era già capitato d’imbattermi in materiale erotico: il mazzo di carte logoro di mio nonno, con fotografie di donne in sottoveste sul retro o un patinato catalogo tedesco per la vendita per corrispondenza, il Neckermann, che tra mobili, vestiti e attrezzature da campeggio offriva scorci di lingerie trasparente e sex toys. Quest’ultimo era una sorta di Bibbia nella Bulgaria comunista, capace di plasmare sogni e desideri di più generazioni, spesso introdotto di contrabbando da marinai o camionisti. Senza dubbio era più seducente dei volumi rilegati delle opere complete di Marx ed Engels e più persuasivo come strumento di propaganda di qualsiasi discorso di Reagan o Thatcher.

Con il collasso del vecchio regime, quello che era stato un rivolo si trasformò in un vero fiume. Un settimanale stampato a basso costo, Chuk Chuk (Toc Toc), portò la pornografia hard core direttamente in edicola, senza involucri di plastica nera né limiti di età per gli acquirenti. Un intrepido compagno di classe ne portava regolarmente una copia a scuola, così potevamo guardare insieme. La tv via cavo, una novità, dopo la mezzanotte trasmetteva liberamente film porno sui canali cinematografici scandinavi e io programmavo il videoregistratore del salotto per registrare di nascosto quei piaceri notturni per godermeli il giorno dopo. La pubblicità di ogni prodotto immaginabile, dalle automobili alla birra, fino alle gomme da masticare, mostrava senza pudore corpi femminili oggettificati. A ogni festa da ballo l’abbigliamento ufficiale era la massima nudità possibile. “Se ti metto le mani addosso, ti strappo le mutandine”, diceva una canzone locale molto popolare all’epoca. Il sesso era la distrazione preferita mentre l’economia finiva fatta a pezzi da boss mafiosi e politici del libero mercato.

La libido liberata della Bulgaria andava anche oltre lo sguardo orgiastico, mercificato ed eteronormativo. Con una certa prudenza, in bar sotterranei appartati, con campanelli su porte anonime, uomini e donne gay emarginati dal regime comunista cominciarono a costruire le proprie comunità. I teatri misero in scena spettacoli radicali di autori provocatori come Jean Genet ed Eve Ensler, mentre la scrittura esplicita sul sesso, nelle sue diverse configurazioni, fece irruzione nella poesia e nei romanzi di autori locali. Michel Foucault e Simone de Beauvoir comparvero per la prima volta sugli scaffali delle librerie. Una rivoluzione sessuale, per quanto tardiva, attraversò menti e corpi dei bulgari, facendo crollare il moralismo del proletariato.

Il 28 giugno 1986, sul finire della guerra fredda, un gruppo di donne statunitensi e sovietiche partecipò a un “teleponte”, una forma primitiva di videoconferenza, per discutere di vari aspetti della vita quotidiana. L’obiettivo era allentare le tensioni tra i due paesi, mettendo in contatto diretto persone comuni. Durante il dibattito, una delle partecipanti statunitensi chiese: “Nel nostro paese gli spot televisivi hanno molto a che fare con il sesso. Da voi ci sono pubblicità in tv?”. La risposta dall’altra parte fu curiosa: “Da noi il sesso non esiste e siamo fermamente contrari”, disse una donna sovietica. Tra risate e applausi, si corresse, visibilmente imbarazzata: “Non abbiamo il sesso, abbiamo l’amore”. A quel punto un’altra partecipante intervenne: “Il sesso esiste. Sono le pubblicità che non esistono”.

Ripenso spesso a quello scambio un po’ grottesco quando amici stranieri mi chiedono com’era parlare di sesso nella Bulgaria socialista, “il satellite più vicino all’Unione Sovietica”. In breve: si faceva poco, e parlo di conversazioni non di rapporti sessuali. Quando il regime era salito al potere con un colpo di stato alla fine della seconda guerra mondiale, nel 1944, l’obiettivo dichiarato era abolire le norme borghesi in ogni ambito della vita, comprese le relazioni di genere. Engels aveva criticato il matrimonio come un modello in miniatura di antagonismo e sfruttamento di classe, in cui le donne erano trattate come proprietà privata, oggetti passivi in un sistema di scambio. Il comunismo avrebbe rimediato creando una società senza classi, in cui donne e uomini si sarebbero trovati su un piano di parità e avrebbero dato vita a nuove forme di relazioni sentimentali, libere dall’oppressione economica e religiosa. Il matrimonio borghese e i suoi modelli di monogamia forzata avrebbero lasciato il posto a espressioni proletarie di comportamento sessuale, magari di nuovo monogame, ma fondate su una nozione utopica di vero amore.

Tutto ciò rimase sulla carta. Anzi, il Partito comunista bulgaro introdusse nella vita pubblica una forma ancora più pervasiva di conservatorismo morale, rendendo le relazioni interpersonali un ambito di esclusiva competenza dello stato. L’individualismo era malvisto, e cosa c’è di più individuale del sesso? Ogni società, religiosa o laica, esercita un controllo sulla vita privata dei cittadini. Ma i comunisti furono particolarmente inflessibili, fin troppo desiderosi di comportarsi da “ingegneri dell’anima umana”. O, come sintetizzò bene l’antropologo culturale bulgaro Ivaylo Dičev: “Nessuno meglio del compagno Stalin sa che l’amore è sempre un ménage à trois: un uomo, una donna e lo stato”.

Beatrice Bandiera

Il sesso, in quanto tale, non poteva essere inserito in una narrazione teleologica del progresso e dell’inevitabile marcia della storia immaginata dal marxismo: era troppo sovversivo e anarchico, fuori della portata moderatrice e normalizzante della dimensione collettiva. Suggeriva che nel comportamento umano esistesse qualcosa di profondamente radicato nella biologia, nell’inconscio e nelle idiosincrasie personali, più che nelle condizioni materiali. Il sesso era ammesso come strumento di procreazione e di produzione di nuove masse lavoratrici per lo stato socialista; quando implicava il piacere, era tollerato solo all’interno della struttura monogama ed eterosessuale della famiglia, “la cellula fondamentale della società”, secondo il cliché ideologico dell’epoca. Vivere il desiderio sessuale per se stesso era ufficialmente considerato una forma di “decadenza morale”, “depravazione”, “vita dissoluta”. Era un lessico che suonava come un capo d’accusa: un crimine contro la madrepatria e i suoi valori socialisti, un tradimento della nazione.

In Bulgaria, nei primi anni del regime comunista chi era accusato di questi peccati finiva spesso nei campi di lavoro per la rieducazione o subiva pubbliche umiliazioni davanti ai consigli di quartiere. Le donne che partorivano fuori del matrimonio si portavano addosso uno stigma feroce e spesso erano costrette ad abbandonare i figli negli orfanotrofi. Anche le studenti che osavano indossare gonne appena un po’ troppo corte erano apertamente molestate dagli insegnanti: sulle cosce gli veniva impresso un timbro speciale. Chiesa e Partito comunista, in fondo, non erano poi così diversi.

La letteratura dell’epoca era altrettanto dogmatica, popolata di situazioni sentimentali improbabili e stereotipi patriarcali. C’era quasi sempre un eroe proletario, virile e abile con le macchine, e una “vergine” timida ma ideologicamente irreprensibile. Per entrambi, naturalmente, l’amore per il partito e per la patria veniva prima di tutto; il loro amore privato poteva realizzarsi solo con l’approvazione sociale. A volte l’eroe era un contadino robusto, intento ad arare i campi o a lavorare nel kolchoz, mentre la protagonista era una semplice donna di villaggio, custode di innumerevoli virtù. Un bacio, poi una dissolvenza e voilà: i figli. Nelle rare occasioni in cui gli scrittori si avventuravano nel territorio dell’erotismo, lo facevano quasi sempre per mettere in guardia dai pericoli della seduzione incarnata dalla “puttana” borghese, straniera e oscura, pronta a minacciare la coscienza di classe degli uomini proletari.

Il romanzo Tjutjun (Tabacco) dello scrittore bulgaro Dimitar Dimov, pubblicato per la prima volta nel 1951, è un esempio emblematico. Racconta l’ascesa e la caduta di Boris, uno spietato magnate del tabacco, negli anni che precedono la seconda guerra mondiale. Dimov cercò di attenersi ai canoni del realismo socialista, offrendo una critica esplicita del profitto e della corruzione morale che ne deriva. Eppure le sue descrizioni di relazioni sessuali extraconiugali furono considerate scandalose dai critici più conservatori. Irina, la protagonista femminile, una giovane romantica che finisce per usare il sesso come strumento di ascesa sociale, fu giudicata troppo problematica. “Nei personaggi di Dimov l’amore non si manifesta come un sentimento puro e nobile, ma come una forza oscura, un’eterna insoddisfazione biologica”, scrisse uno dei critici più feroci, Pantelej Zarev. “L’erotismo è uno strumento della letteratura borghese per ottundere le masse, distrarle, distogliere la loro attenzione da una corretta comprensione dei conflitti socialisti”. Alla fine Dimov fu costretto ad aggiungere altre 260 pagine al romanzo per renderlo ideologicamente più accettabile e mettere a tacere le critiche. Inserì anche un nuovo personaggio femminile, Lila, una combattente comunista virtuosa pronta a sacrificare l’amore erotico alla causa superiore della giustizia sociale, in contrasto con la peccatrice Irina. Il corpo femminile doveva essere armato per poter essere disarmato sessualmente.

Va detto che il regime comunista bulgaro fu il primo a concedere alle donne il diritto di voto e ad aprirgli opportunità professionali fino ad allora negate. Potevano diventare operaie, trattoriste, addette alla costruzione di strade, perfino minatrici, svolgendo lavori pesanti che in precedenza erano riservati agli uomini, anche se le posizioni dirigenziali o politiche di alto livello restavano rare eccezioni. Ma se, per le esigenze dell’industria e della lotta rivoluzionaria, erano in qualche modo “defemminilizzate”, nella sfera privata continuavano a vivere in strutture patriarcali sostanzialmente simili a quelle che avevano dominato nella precedente società rurale. Dovevano essere dimesse e vestirsi in modo appropriato, curare il proprio aspetto mentre si occupavano dei figli, della spesa e di tutte le incombenze domestiche. Quanto al desiderio sessuale femminile, era un territorio pericoloso, una zona proibita disseminata di filo spinato e campi minati. Un argomento tabù non solo nello spazio pubblico, ma anche nella famiglia, dove regnavano vergogna e silenzio. L’unico contesto in cui le donne potevano legittimamente avere rapporti sessuali era il matrimonio e, anche lì, la regola non detta stabiliva che la priorità fosse dare piacere agli uomini.

Il sesso non poteva essere inserito nella narrazione marxista del progresso: era troppo sovversivo e anarchico, fuori della portata moderatrice della dimensione collettiva

Nel 1979, due anni prima che io nascessi, in Bulgaria uscì l’inattesa traduzione di Mann und Frau intim (Uomo e donna nell’intimità), del sessuologo e psicoterapeuta della Germania Est Siegfried Schnabl. Era stato pubblicato in tedesco dieci anni prima, nel pieno della rivoluzione sessuale in occidente, e aveva finito per vendere milioni di copie in tutto il blocco sovietico. La traduzione bulgara diventò un oggetto di culto, una presenza un po’ clandestina in quasi tutte le biblioteche di famiglia, accanto a volumi altrettanto diffusi ma decisamente meno seducenti come La nostra cucina o Manuale per il tuttofare di casa. In copertina c’era il disegno di un uomo e una donna nudi, stretti in un abbraccio amoroso, sul punto di baciarsi, con gran parte dei corpi nascosta da un’enorme foglia di fico che tenevano davanti a sé come uno scudo. Nelle famiglie più pudiche il libro era spesso avvolto in una copertina di giornale. Il sesso restava motivo di vergogna, anche se ora esisteva un libro “ufficiale” che ne parlava.

“La curiosità dei miei primi anni da adolescente mi spinse un giorno ad afferrare quel libro che avevo notato su una mensola di metallo nero, tipica del tardo socialismo, e così cominciò la mia alfabetizzazione sui rapporti intimi tra donne e uomini”, ricorda un’amica, Milena Filipova. Un altro amico, Vladislav Hristov, mi ha raccontato una storia simile su come lui e suo cugino scoprirono per la prima volta Uomo e donna nell’intimità. “Lui aveva dodici anni e io dieci”, mi ha scritto in un messaggio privato, dopo che avevo chiesto su Facebook di condividere i ricordi legati al libro di Schnabl per questo articolo. “Eravamo soli nel soggiorno di casa sua quando si arrampicò su una delle alte librerie e tirò giù il volume. Con un’orgogliosa espressione di vittoria e gli occhi che brillavano mi disse: ‘Guarda come hanno cercato di nasconderlo: l’hanno messo con il dorso all’interno, così non l’avrei trovato’. E così ci siamo immersi nelle pagine del libro, osservando le illustrazioni e i disegni degli atti sessuali e delle parti intime femminili”.

Uomo e donna nell’intimità avviò in Bulgaria un’onesta conversazione sul sesso assente fino ad allora. Pur presentandosi come un semplice manuale di educazione sessuale, diventò presto un fenomeno culturale: una guida al piacere erotico, un libro di autoaiuto sulle disfunzioni sessuali, un’introduzione alla consulenza matrimoniale, un dizionario delle “deviazioni” e anche un ausilio masturbatorio per adolescenti affamati di sesso, capaci di eccitarsi perfino davanti a diagrammi medici dei genitali e sezioni anatomiche dell’atto sessuale. “Uomo e mano nell’intimità” era una battuta sul titolo del libro molto usata all’epoca.

Ancora oggi Uomo e donna nell’intimità si legge come un testo rivoluzionario. “L’amore appagato, che comprende la soddisfazione sessuale, è un elemento essenziale nello sviluppo della personalità umana e una forma dell’esistenza umana”, scrive l’autore nelle prime pagine, proclamando la sua tesi a gran voce. Dopo una rapida lezione di biologia sulla divisione cellulare, il ruolo degli ormoni e la struttura dei genitali, Schnabl passa subito a una retorica rivoluzionaria. Il desiderio femminile è stato marginalizzato troppo a lungo ed è ora di cambiare: per troppo tempo le società hanno applicato una “doppia morale” alla sessualità delle donne. “Proprio come gli uomini, anche le donne hanno diritto alla soddisfazione sessuale. Durante l’atto amoroso anche loro hanno diritto di chiedere che i propri desideri siano soddisfatti”, scrive, per poi proseguire in un tono quasi lirico: “Quante donne reprimono consapevolmente o inconsapevolmente questi impulsi appena sbocciati! Quanto è necessario permettere a queste pulsioni di dispiegarsi senza restrizioni, per portare l’ebbrezza sessuale fino alla piena soddisfazione!”. Se una donna non raggiunge regolarmente l’orgasmo, la responsabilità è spesso del partner. “L’uomo deve saper accarezzare la clitoride con una mano esperta”, raccomanda Schnabl. “Per questo deve essere molto tenero e sensibile alle reazioni della donna”.

Oltre al piacere femminile, il libro affronta senza esitazioni temi fino ad allora tabù: l’educazione sessuale dei bambini (che devono imparare a “tenere conto della dignità degli altri”), la masturbazione (“queste pratiche non sono né vergognose né dannose”), la disfunzione erettile e l’eiaculazione precoce (“la maggior parte delle disfunzioni sessuali ha cause psicologiche”), l’importanza delle carezze (“un complemento ideale del rapporto sessuale”), i diversi metodi contraccettivi – preservativi, spirali, pillola anticoncezionale – e il diritto delle donne di decidere se e quando avere figli (“la società non ha il diritto di dire a una donna quando deve restare incinta”).

Forse l’aspetto più affascinante del libro sta proprio nel fatto di essere nato all’interno del conservatorismo del blocco sovietico, pur collocandosi pienamente nella migliore tradizione progressista degli anni sessanta, anche se spesso rimane vincolato a un’impostazione eteronormativa e alla centralità della monogamia. Non è però incline a giudicare i comportamenti fuori “norma”. “Poche persone capiscono che le regole considerate giuste sono solo il prodotto dell’educazione, dell’esperienza di vita e dell’ambiente in cui si è cresciuti”, osserva. “Le tradizioni sessuali sono soggette a mutamenti storico-culturali: ciò che ieri era normale oggi potrebbe essere considerato perverso e domani di nuovo normale”.

Gli ultimi capitoli di Uomo e donna nell’intimità affrontano proprio questo tipo di materiale scivoloso: le “deviazioni”, nel linguaggio del libro, cioè tutto ciò che esce dalle norme socialmente accettate come feticismo, voyeurismo, sadismo e masochismo, travestitismo, transessualità, omosessualità, tra le altre. Pur condividendo inevitabilmente alcuni dei pregiudizi dell’epoca nei confronti delle sessualità meno normative, Schnabl si rifiuta comunque di giudicarle e condannarle in blocco. I fattori genetici, osserva, hanno probabilmente avuto un’influenza maggiore sul comportamento omosessuale rispetto a quelli ambientali e per questo i tentativi di “convertire” le persone all’eterosessualità sono dannosi e inutili. Le persone gay sono a pieno titolo parte della società, presenti in tutte le professioni (“particolarmente dotate nelle arti e nell’estetica”) e quindi “gli argomenti usati a fondamento delle leggi contro gli omosessuali sono tutti, senza eccezione, smentiti dalla scienza”. Schnabl si rivolge anche ai genitori di ragazzi gay (le ragazze lesbiche sono meno presenti nel suo discorso): “Quando i genitori si trovano di fronte al fatto che il loro figlio è omosessuale, restano sconvolti. Ma devono capire che è proprio in quel momento che lui ha bisogno della loro comprensione e della loro fiducia”, scrive. Mostra un sostegno formale, seppur ancora cauto e ambiguo, anche alle persone trans. I tentativi di riaffermare il sesso di nascita attraverso la psicoterapia o i farmaci, osserva, non producono risultati e sono vissuti dai pazienti “come atti di violenza contro il loro io più intimo”. In determinate situazioni, concede, “il cambiamento di sesso è umano ed è un atto di giustizia sociale”. Per un contesto conservatore come la Bulgaria comunista (e il blocco sovietico in generale), erano posizioni davvero radicali.

A una lettura attenta del libro, si ha l’impressione che per Schnabl l’unico vero comportamento “deviante”, a prescindere dalle pratiche sessuali, sia la disumanizzazione dell’altro: una forma di solipsismo che esclude amore e cura, riducendo il partner a un semplice oggetto di soddisfazione. “Dal punto di vista morale possiamo giudicare azioni e motivazioni solo in relazione al benessere delle altre persone”, scrive. Rileggendo Uomo e donna nell’intimità nella Bulgaria di oggi, penso a quanto sia stato guadagnato e a quanto sia andato perso dalla sua prima pubblicazione, 56 anni fa. A quanto il capitalismo abbia liberato la libido e a quanto, in realtà, l’abbia anche resa schiava. Che meraviglia rompere il silenzio e la vergogna intorno al sesso e che inquietudine vedere fino a che punto sia arrivata la mercificazione del desiderio e quanto sia normalizzata l’oggettivazione delle persone. Abbiamo davvero imparato a “tenere conto della dignità degli altri” o li trattiamo come prodotti usa e getta, un altro profilo da scorrere nel mercato degli appuntamenti?

Eppure non posso negare un filo di nostalgia per il mondo in cui sono cresciuti i miei genitori: non per l’ideologia o i presunti valori socialisti (anche se oggi credo sinceramente in quei valori), non per l’ipocrisia o il conservatorismo morale, ma per i legami più intimi tra le persone e, oso dire, per il posto più sacro che il sesso occupava nella vita quotidiana. ◆ svb

Dimiter Kenarov è un giornalista e scrittore bulgaro. Ha studiato negli Stati Uniti e oggi vive soprattutto in giro per il mondo. Questo articolo è uscito sul giornale letterario britannico A Fucking Magazine, che “esplora sesso e relazioni”, con il titolo “Man and woman intimately”.

Internazionale pubblica ogni settimana una pagina di lettere. Ci piacerebbe sapere cosa pensi di questo articolo. Scrivici a: posta@internazionale.it

Questo articolo è uscito sul numero 1650 di Internazionale, a pagina 86. Compra questo numero | Abbonati