**◆ **Buona fine e buon principio. Ma dov’è il principio, dove la fine? Tutto questo impacchettarci – glorie e abomini – dentro anni, decenni, secoli, millenni, fa chiarezza? Mah. Di certo produce un frenetico attivismo catalogatore. Celebriamo il funerale del vecchio e annunciamo la nascita del nuovo. Ci diamo da fare per individuare il meglio dell’anno scorso e lo mettiamo in sequenza col meglio dell’anno prossimo che auspichiamo in linea col meglio nostro e della nostra tribù. Viene a volte in mente che si tratti di puri rituali indotti dallo spavento per la nostra precarietà. Prendiamo, per esempio, quel gran contenitore di orrori che chiamiamo novecento. Dove ha il suo principio? Ed è finito sul serio? Quando? Nel 1999? O nel 1945? O nel 1989? E se il suo peggio ci vuol poco a organizzarlo secondo una solida gerarchia dell’orribile, il meglio ha un suo grafico definitivo o il catalogo dipende da ciò che, a seconda delle affiliazioni, vorremmo che non finisse mai? L’artificio dei secoli a volte serve solo a confonderci le idee. Orchestriamo più o meno infelicemente combinazioni e chiose di passato prossimo e remoto: un po’ di novecento, di ottocento, di settecento, di chissà quando. Ci troviamo davanti, e prendiamo per “nuovo”, ciò che ci siamo convenzionalmente collocati alle spalle. Intanto i veri “anni nuovi”, rari, difficili da individuare, passano senza che ce ne accorgiamo.
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Questo articolo è uscito sul numero 1340 di Internazionale, a pagina 10. Compra questo numero | Abbonati





