**◆ **Teniamoci a distanza. È bene scansarci ancora più di quanto già ci scansavamo. Basta con i blandi tentativi di comunità, comunanza, comunione, persino comunella. Parlarsi sì, ma dopo aver preso bene le misure. Sedere sì, ma senza nessuno a lato. E niente stretta di mano, aboliamo questo vecchio segnale che pare servisse a dire: fidati, non sono armato. Se prima del coronavirus “fidarsi è bene” aveva ancora una sua forza, ora trionfa la seconda parte del proverbio: “non fidarsi è meglio”. E intanto tutto si muove in modo imprevedibile. Fino a poco fa, arroccarci tra noi italiani, temere l’estraneo specie se migrante, pareva la soluzione vincente. Ora, nell’immaginario, la nazione, il nazionalismo e persino l’orgoglio regionale o di campanile, davanti al virus paiono ridotti ai cubicoli domestici o d’ospedale. Bene dunque? Sì, se si potesse ipotizzare che la minaccia di contagio e di rovina economica ci modificherà la testa al punto da spingerci a riconoscere il nostro prossimo nei milioni di profughi che sperimentano terrori ben più significativi dei nostri. Ma non va così, basta dare un’occhiata ai greci. Se la disperazione spinge i migranti ad accorciare le distanze, noi, che ormai le distanze le marchiamo con connazionali, condomini, amici e familiari, ancora di più le vogliamo marcare con loro, evitando di tendere la mano e caso mai sparandogli addosso.
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Questo articolo è uscito sul numero 1348 di Internazionale, a pagina 12. Compra questo numero | Abbonati




