**◆ **Sta diventando sempre più chiaro che la famiglia è un’istituzione fondata sull’assenza. Il merito (o il demerito) è del covid-19. Prima del virus i genitori si recavano al lavoro, i figli erano mollati ai nonni, al nido, a scuola, ci si vedeva a colazione, forse a pranzo, in genere a cena e davanti alla tv. Il resto era sonno. La giornata passava quasi tutta nel mondo, dove si sgobbava, si tormentava il prossimo, si subivano angherie, si trovava il tempo per svariate deviazioni, e alla fine si tornava, come si dice, in famiglia. Anche così, molti si scoprivano furiosi e infelici. I mariti diventavano pericolosi, le donne erano allo stremo, i bambini si innervosivano, i giovani deragliavano. Poi però si passava ad assentarsi di nuovo e si tirava avanti. Ora non ci si può assentare più. Il virus ha cancellato il lavoro e il poco denaro, ha chiuso le vie di fuga, e lì dove la vita insieme, per il concorso di molti motivi, è veramente brutta, contagiarsi e contagiare sembra quasi il male minore. Più combattuto è il quadro delle famiglie di studiata normalità, le più numerose. Rispettabilissimi Jekyll, Beatrici angelicate, si aggrappano alle buone maniere per non diventare, nella clausura d’obbligo, orridi Hyde, terribili streghe cattive. Qui la famiglia appare un riassunto delle politiche planetarie ai tempi del coronavirus. Basta mezza mossa falsa e si spalanca l’inferno.

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Questo articolo è uscito sul numero 1354 di Internazionale, a pagina 14. Compra questo numero | Abbonati